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Alessandra Pagliano » 5.Cenni di storia della scenografia: la scenografia del XX secolo


La scenografia come arte autonoma

Il XIV secolo si conclude con l’inizio di una riflessione e di una sperimentazione nel campo del teatro, e in particolar modo della scenografia, nella quale siamo ancora pienamente immersi, e che ha visto la nascita del teatro di regia con il principio dell’interpretazione poetica e artistica della musica e del testo.

La scenografia quindi inizia a misurare il proprio linguaggio con la pertinenza critica e ideologica, non più solo con la dimensione decorativa e illustrativa, costruendo lo spazio dell’azione come un’opera d’arte dotata di autonoma espressività attraverso forme, volumi, luci e colori.
Lo spazio della rappresentazione scenica diviene dunque un quadro a tre dimensioni che lo scenografo crea con la libertà compositiva di un pittore, potendo tuttavia disporre nel proprio linguaggio di volumi e masse plastiche da giustapporre sul palco, qualità cromatiche delle superfici e fasci di luce vera, vibrante, direzionabile, che diventano elemento drammatico e teatralizzante della rappresentazione.

La rinascita della scena costruita

Un notevole contributo al rilancio della scena costruita si ebbe grazie all’opera innovativa di Gordon Craig e Adolphe Appia, entrambi determinati nel combattere la volgarità del gusto realistico dell’epoca, la cui pretesa di una perfetta imitazione della natura finiva troppo spesso per sostituirsi all’arte.

Grande oppositore della scenografia dipinta, Craig caratterizzava i suoi allestimenti con il prepotente inserimento di elementi tridimensionali, massicce presenze simboliche costituite da forme solide elementari, tra le quali il movimento degli attori fosse plasticamente armonizzato.

E. G. Craig, scena finale di Amleto, Moscow Art Theatre 1911. Fonte: Wikimedia Commons

E. G. Craig, scena finale di Amleto, Moscow Art Theatre 1911. Fonte: Wikimedia Commons


La luce viva di Adolphe Appia

L’opera dello svizzero Adolphe Appia parte dalle stesse tematiche di Gordon Craig, sottolineando con forza il ruolo fondamentale svolto dall’illuminazione, capace di sottolineare la volumetria delle masse con dosate proiezioni d’ombra.
Pura, astratta, simbolica, la luce si esprime nel rapporto con le ombre vere e mutevoli che delinea sui volumi di scena.
In Die Musik und die Inzenierung (La musica e la messa in scena) del 1899 Appia spiega la “forza creatrice della luce” ricorrendo alla seguente analogia: “… ciò che nella partitura è la musica, lo è la luce nel regno della rappresentazione: l’elemento espressivo in opposizione al segno che significa. La luce, come la musica esprime ciò che appartiene all’essenza intima di ogni visione…”.

Teorie sceniche e avanzamento tecnologico mostrano sempre più una fertile interconnessione con il perfezionamento degli strumenti che consentono un impiego artistico della luce artificiale.

A. Appia, Spazi ritmici, schizzi per il teatro. Fonte: Mode, images, pop culture

A. Appia, Spazi ritmici, schizzi per il teatro. Fonte: Mode, images, pop culture

A. Appia, Spazi ritmici, schizzi per il teatro. Fonte: Mode, images, pop culture

A. Appia, Spazi ritmici, schizzi per il teatro. Fonte: Mode, images, pop culture


La scena delle avanguardie figurative

Il teatro del XX secolo nasce dunque dall’esigenza di individuare forme innovative di spettacolo, in una concezione globale che superi il limite del bello affidato al solo allestimento scenografico, per sperimentare nuove forme di scrittura dei testi e della messa in scena.

Un folto gruppo di artisti, quali Picasso, Braque, Depero e Benois, portarono in teatro la ricerca anti-naturalistica delle avanguardie pittoriche, superando il gusto decorativo ottocentesco attraverso un’innovativa sintesi cromatica a tinte piatte, evocatrice di immagini e suggestioni piuttosto che descrittiva di eventi.

Ma la rottura completa con il teatro ottocentesco avvenne solo dopo la pubblicazione, sul Figaro, del celeberrimo manifesto del “movimento futurista” di Marinetti. Il programma si proponeva di distruggere, in ambito teatrale, i rapporti logici, spaziali e temporali della rappresentazione, annullandone l’ormai stagnante ritualità mediante l’introduzione di elementi di sorpresa, repentini e violenti, affinché i contrasti e l’inverosimile diventassero padroni della scena.

F. Depero, allestimento per Le Chant du Rossignol, 1916, ricostruzione, Mart, Trento. Fonte: Mart Trento

F. Depero, allestimento per Le Chant du Rossignol, 1916, ricostruzione, Mart, Trento. Fonte: Mart Trento


Il teatro futurista

Fernand Léger, Bozzetto di scenografia con tre figure per La Création du Monde, 1923. Fonte: Mart Trento

Fernand Léger, Bozzetto di scenografia con tre figure per La Création du Monde, 1923. Fonte: Mart Trento


Il Totaltheater di Walter Gropius

Nel 1927 W. Gropius progettò il Totaltheater, una sorta di “edificio macchina”, pronto a seguire qualsiasi trasformazione spaziale voluta dal regista, attraverso il movimento meccanico dell’intera sala durante il corso della rappresentazione.
Gropius previde l’uso delle tecnologie più avanzate, comprese le più moderne proiezioni cinematografiche, al fine di investire lo spettatore con una contemporaneità di sensazioni visive e acustiche.
Il progetto di Gropius non venne mai realizzato, ma segnò una svolta significativa per la ricerca e la sperimentazione progettuale in ambito teatrale, ancora oggi fortemente sentita, volta all’eliminazione delle barriere wagneriane fra lo spettacolo e il pubblico che ne fruisce.

W. Gropius, Totaltheater, 1927

W. Gropius, Totaltheater, 1927


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