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Alfonso Morone » 14.L'apporto della Pop Art: Keith Haring e il Pop Shop


Pop Art e Consumo

Il contributo più convincente alla riflessione artistica sul fenomeno del consumo, si svilupperà attraverso la Pop Art nel corso degli anni ‘60.
In un certo senso è la stessa cultura americana di massa, fatta di consumo, di industria dei media e star system, a fare da scintilla alla Pop Art, movimento che si sviluppa principalmente nella capitale culturale degli Stati Uniti, New York. L’apporto della Pop Art è fondamentale poiché muove dall’idea, formulata da John Cage uno dei precursori del movimento, che l’arte contemporanea debba infrangere le barriere tra quanto viene considerato strettamente artistico e gli ambiti detti extrartistici. Tale approccio potrebbe essere lapidariamente riassunto nella famosa affermazione di Andy Wharhol il quale, mostrando una straordinaria lungimiranza, dichiarava più di quarant’anni fa che “tutti i grandi magazzini diventeranno musei e tutti i musei diventeranno grandi magazzini“.

Andy Warhol: affermazione

Andy Warhol: affermazione

Confronto che esemplifica il medesimo trattamento nell’allestimento museale e commerciale

Confronto che esemplifica il medesimo trattamento nell'allestimento museale e commerciale


L’esposizione The American Supermarket – 1964

Leach, un attento studioso della integrazione tra arte e fenomeno commerciale, giunge ad affermare che “sia l’arte moderna che l’arte Americana trovano i loro primi veri patroni non nei musei ma nei grandi magazzini“. Infatti già nei primi decenni del Novecento i fratelli Gimbel, fondatori di un impero commerciale basato sulla formula del department store, esponevano maestri del calibro di Cézanne, Picasso e Braque nelle gallerie d’arte che si trovavano all’interno dei grandi magazzini.
Un esplicito contributo della Pop Art al nostro tema, può essere individuato nella esposizione The American Supermarket, che ebbe luogo nel 1964 e che rappresentò una evidente manifestazione del desiderio di rompere i limiti tradizionalmente imposti all’arte, sia dal punto di vista contenutistico che espositivo. Nell’occasione la galleria di Paul Bianchini, che ospitò la mostra, fu trasformata in un vero supermercato, in cui erano esposti prodotti commerciali sottoposti ad una attività di elaborazione artistica. Il progetto si basava sull’idea di trasferire la vicinanza tra arte e beni di consumo in un contesto che si ispirava apertamente a quello commerciale, all’interno di una ambientazione fredda e igienica tipica del moderno supermercato.

Riproduzione dell’esposizione, The American Supermarket

Riproduzione dell'esposizione, The American Supermarket

Claes Oldenburg, Carni, 1964

Claes Oldenburg, Carni, 1964


L’esposizione The American Supermarket – 1964 (segue)

La galleria si trasforma in un ambiente che mira a confondere i confini tra arte e non arte e racchiude le opere di numerosi esponenti del movimento Pop. Un cancelletto girevole di Richard Artschwager, permette l’accesso allo spazio che, proprio come in un supermarket, dispone di scaffali e freezer dove sono collocate le “merci”. Tra i “prodotti” in offerta spicca il gigantesco tacchino di plastica, opera di Tom Wesselmann accanto ad una fotografia di Roy Lichtenstein dello stesso soggetto, e la serie di uova di acciaio cromato, pomodori di cera e cetriolini di gesso.

Sullo sfondo, una fotografia di Roy Lichtenstein

Sullo sfondo, una fotografia di Roy Lichtenstein

Uova in acciaio

Uova in acciaio


Il contributo di Andy Warhol

In questo contesto Warhol riesce ad esprimere al meglio la contaminazione tra arte e consumo mediante la contrapposizione di una serigrafia raffigurante due barattoli di Campbell soup e un’installazione composta dalle vere lattine Campbell. Il contrasto tra copia e oggetto reale, reso ancora più stridente dall’ambiente che riprende volutamente il contesto naturale della merce, è amplificato dal fatto che le lattine accatastate sono autografate dall’artista e dichiarate opere d’arte, con un valore che supera ampiamente quello commerciale. Warhol racchiude contemporaneamente nella sua opera la copia dell’oggetto di consumo e l’oggetto stesso, trasformato in opera d’arte. La produzione artistica e quella dei beni di consumo sono controbilanciati dal fatto che se da un lato la firma dell’artista trasforma la funzione per la quale è stata ideata la zuppa, dall’altro il consumo della zuppa implica la distruzione dell’opera d’arte. Il fatto che l’opera d’arte sia indistinguibile dal prodotto di consumo, permette di integrare questi settori per mezzo di un accostamento radicale.

Andy Warhol durante l’esposizione alla Bianchini Gallery

Andy Warhol durante l'esposizione alla Bianchini Gallery

Andy Warhol con una delle sue opere legate al concetto di riproduzione seriale

Andy Warhol con una delle sue opere legate al concetto di riproduzione seriale


Keith Haring

Uno degli artisti con cui Warhol condivide la stessa filosofia e atteggiamento nei confronti della reciproca unione e compenetrazione tra arte e vita è sicuramente Keith Haring. Il profondo legame che li unisce trova conferma in una breve ma lucida analisi riportata da Haring nei suoi diari nel febbraio del 1987, in occasione della morte di Warhol. “La vita e il lavoro di Andy hanno reso possibile il mio lavoro. Andy aveva stabilito il precedente che rende possibile l’esistenza della mia arte. È stato il primo vero artista pubblico in senso globale e la sua arte e la sua vita hanno cambiato il concetto di arte e vita nel XX secolo. [...] Andy probabilmente era l’unico artista Pop“.
Come Warhol anche Haring trae ispirazione dai principi commerciali per promulgare un messaggio universale. Questo orientamento si manifesta fin dagli esordi quando l’artista interviene con le sue opere nei tunnel della metropolitana. I suoi murales si insinuano quasi esclusivamente negli spazi destinati agli annunci pubblicitari, attuando una consapevole scelta strategica di autopromozione.

Keith Haring mentre realizza una delle sue opere nella metropolitana di New York

Keith Haring mentre realizza una delle sue opere nella metropolitana di New York

Keith Haring

Keith Haring


Il Pop Shop di Keith Haring

Il culmine di questa estetica è l’apertura nel 1986 del Pop Shop al 292 di Lafayette Street a New York, che mette in vendita al grande pubblico gadgets con riproduzioni, ma anche opere originali, e permette a chiunque di poter vedere gratuitamente l’artista al lavoro. L’apertura di questa galleria-negozio, che l’artista considera un esperimento artistico, è spronata dallo stesso Warhol: “Andy mi ha praticamente convinto ad aprire il Pop Shop quando cominciavo ad avere fifa. Dava sempre il suo sostegno ad una nuova idea o impresa. Aveva ulteriormente mostrato il suo favore al Pop Shop creando una maglietta che promuoveva a ogni occasione“. Haring vuole continuare a autopromuoversi con una comunicazione coerente con quella dei subway drawings. Egli mira a propagare la propria arte sfruttando tutte le possibilità offerte dalla riproducibilità tecnica: magliette, poster, gadget di ogni tipo decorati con le sue opere, conoscono rapidamente una diffusione planetaria anche grazie ai prezzi non esorbitanti. Due anni dopo, nel 1988, viene inaugurato il secondo punto vendita: il Pop Shop di Tokyo. Il pavimento, le pareti e il soffitto di entrambi i punti vendita sono ricoperti interamente dai murales di Haring.

Keith Haring all’interno del Pop Shop di New York

Keith Haring all'interno del Pop Shop di New York


Il Pop Shop di Keith Haring (segue)

Indubbiamente, dopo la Factory di Warhol, quella del Pop Shop fu la seconda invenzione da parte di un artista per diffondere, attraverso la riproducibilità, la propria arte anche come stile di vita e messaggio all’umanità. Anche se alcuni esponenti della scena artistica giudicarono gli esercizi eccessivamente orientati al successo commerciale in rapporto al loro valore artistico, i Pop Shops riflettono pienamente la filosofia del loro creatore. Haring ha inventato uno spazio dove chiunque può entrare per toccare e acquistare le sue opere o vederlo al lavoro, senza per questo sentirsi intimidito o frenato dal tipico ambiente della galleria d’arte. Come dichiara in un’intervista al quotidiano People nel 1986, “avrei potuto guadagnare di più producendo meno quadri e vendendoli ad un prezzo più alto, ma il mio negozio è l’estensione della strategia che avevo intrapreso nelle stazioni della metropolitana, rompendo le barriere tra high e low art“.

Immagine della Factory di Andy Warhol

Immagine della Factory di Andy Warhol

Keith Haring al lavoro all’interno del Pop Shop

Keith Haring al lavoro all'interno del Pop Shop


Il Pop Shop di Keith Haring (segue)

Nonostante l’aspetto commerciale di tale operazione sia evidente, l’artista sfrutta il successo del negozio per dare visibilità al suo impegno sociale e per accrescere la cassa di risonanza dei messaggi critici che, per mezzo della sua arte, egli rivolge all’umanità. Il suo scopo non è l’aumento del guadagno e del successo, ma il coinvolgimento di quante più persone possibili nel progetto di diffusione di messaggi di denuncia dei problemi di varia natura che affliggono il mondo.
Per questo il Pop Shop di Lafayette Street diventa un simbolo del pensiero del suo creatore, scomparso prematuramente stroncato dall’AIDS nel 1990. Nel settembre del 2005, il negozio è stato chiuso dopo quasi venti anni di attività. Con grande difficoltà si è cercato di conservare lo straordinario murales che decorava tutta la superficie per poterlo poi collocare in uno spazio pubblico di New York ed una riproduzione in scala del negozio è stato inserita nella retrospettiva dedicata dal MoMa di San Francisco all’artista, a sottolineare l’importanza di questo esperimento.

Pop Shop Interno, riproduzione

Pop Shop Interno, riproduzione

Andy Warhol all’interno del Pop Shop

Andy Warhol all'interno del Pop Shop


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