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Antonio Franco Mariniello » 11.Linguaggi del progetto contemporaneo


Le quattro virtù necessarie secondo Gregotti: semplicità, precisione, organicità, ordine

Assumiamo il progetto di architettura come un dialogo critico con le condizioni empiriche (tema, luogo, contesto, programma, etc.), le quali vanno considerate come dati necessari alla costruzione dell’architettura, e perciò, in quanto tali, non vanno né legittimate, né condivise acriticamente.
Verso queste stesse condizioni sarà proprio il progetto ad esercitare una critica per mezzo della disciplina architettonica. Ciascuno di questi dati andrà, infatti, al vaglio analitico e critico per poter diventare materiale del progetto. Soltanto il progetto moderno, che è per sua natura antidogmatico, capace di rinnovarsi durante il suo stesso farsi, mostra di dover conservare la complessità delle relazioni tra principi, obiettivi e metodi, nel mentre dialoga con l’esistente.
In tal senso la tradizione della modernità ha dimostrato capacità di ‘autocritica positiva’ proprio nel riconoscimento dell’importanza di tutto ciò che proviene dal contesto, inteso come storia e geografia e dai significati di verità limitata contenuti nel tema (problema) e nel sito.
In questo riconoscimento e nella capacità di valutazione critica del dato, il progetto può affermare una propria ‘autonoma’ possibilità di modificazione della condizione esistente.

Le quattro virtù necessarie secondo Gregotti: semplicità, precisione, organicità, ordine (segue)

La potenzialità del progetto moderno trova efficacia solo se riesce a sviluppare con rigore alcune ‘virtù’ fondative della pratica dell’architettura: la semplicità, la precisione, l’organicità, l’ordine.
Soprattutto nel trattamento del problema dell’ormai vasta urbanizzazione della campagna, delle aree periferiche e marginali, e delle stesse parti ‘pubbliche’ dello spazio urbano, queste ‘virtù’ disciplinari sembrano del tutto assenti. Pertanto semplicità, oggi si dovrà intendere come il prodotto della comprensione, dell’attraversamento critico della ‘complessità’, e non, invece (come fanno i detrattori del moderno), come semplificazione più o meno geometrizzante, così come la precisione sarà capacità di visione analitica dentro le cose, e non già banalmente come virtuosismo tecnicistico; e cosi organicità sarà “fedeltà alle regole compositive e costruttive dell’opera“; ed ordine dovrà tornare ad essere “costruzione della forma stessa“, laddove è ormai riconosciuto che la forma contemporanea significativa non può rinunciare ad un proprio ordine, pur in assenza di una legge univoca, di un ordine ormai irreparabilmente perduto. Ed è per questo, che nemmeno il ‘gioco linguistico’ più spericolato, per essere significativo e produttivo di senso, potrà rifuggire da questo rigore ‘virtuoso’, pena il proprio risolversi in mero esercizio decorativo.

Morfologie della modificazione

Queste note hanno per oggetto alcuni modi di trasformazione del linguaggio architettonico, cioè alcuni procedimenti di formazione dell’espressione significativa e comunicativa in architettura, nella condizione culturale urbana contemporanea. L’apparente limitatezza di tale campo di riflessione non deve, tuttavia allarmare: restano, ineliminabili, sullo sfondo e nel corpo stesso del nostro linguaggio specifico, lo scenario, la struttura e l’immagine della città contemporanea, dei luoghi e dei ‘contesti’, che sono, in ogni modo, ragione e prodotto dell’Architettura.
Appare maturo che, attenuandosi il “pathos del nuovo”, che animava il linguaggio delle avanguardie storiche, si possa finalmente parlare di questi temi, di ‘luoghi’ e ‘contesti’, di ‘modificazione’, senza romanticismi e senza nostalgie, ma anche senza esagerate ansie di futuro. Nessun rinvio al più perfetto dei modelli finali vale il sacrificio del presente, della possibilità di occuparsi delle cose, così come oggi si presentano.
Un po’ di serena freddezza non potrà che giovare a decostruire (per ri-strutturare) un linguaggio che oggi può farsi più ricco, se non altro, per l’eredità lasciatagli dai diversi filoni del ‘moderno’.

Morfologie della modificazione (segue)

Qui ed ora occorre rintracciare concetti relativi di ‘ordine’ linguistico, di ‘codici’ specifici per specifici contesti, non totalizzanti, dunque, e tuttavia non ‘anticlassici’ ad ogni costo. Le più chiare tra le voci dell’architettura contemporanea sembrano dire, cioè, che occorre saper abbandonarsi a certe ‘onde lunghe’ della Storia, eppure senza andare alla deriva, conservando la veglia attenta dell’ intelligenza dei tempi e la tensione verso l’esattezza formale del proprio progetto.
Questa “esattezza” pure in condizioni contestuali di instabilità e indeterminatezza, è, infatti, per Italo Calvino una delle “qualità” necessarie alla espressione artistica significativa. Le proposte di Calvino per la forma letteraria del terzo millennio possono essere effettivamente lette tutte sub specie architettonica, e l’operazione trova straordinarie corrispondenze analogiche.
Quelle proposte possono, in sostanza, essere interpretate e assunte come ‘regole’, ‘norme’ di costituzione linguistica contemporanea, contro una dissennata ed arbitraria distruzione del patrimonio moderno, come, cioè, i paradigmi di quel “pluralismo linguistico” che caratterizza quasi tutta la produzione architettonica più significativa di quest’ultimi anni.

Morfologie della modificazione (segue)

Ora, è proprio questo terreno di questioni che, per essere esplorato e rappresentato in termini architettonici adeguati, ha bisogno, a nostro avviso, delle sei “armi” descritte da Calvino (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza): armi antidogmatiche, per combattere proprio questa “riduzione del pluralismo a formula” (M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944-1985, Torino, Einaudi, 1986), quella “peste del linguaggio” che è il cosidetto Post-Modern. Poiché, a ben guardare, contro ogni superficiale analisi, solo epidermicamente il kitsch postmoderno sembra rivestirsi di tali caratteri, mentre non è difficile riconoscerli (e Calvino, per lo specifico letterario, lo ha fatto in modo veramente magistrale) nelle strutture formali profonde di tanta architettura della storia ‘classica’ e ‘moderna’, inclusi sia i grandi exempla barocchi e sia l’inesauribile e irriducibile lezione lecorbuseriana, da l’Esprit Nouveau a Chandigarh.

Le Corbusier, Alta Corte di Chandigarh, 1952. Tratta da: wikimedia.

Le Corbusier, Alta Corte di Chandigarh, 1952. Tratta da: wikimedia.


Morfologie della modificazione (segue)

Le arbitrarie e banali disinvolture linguistiche “dell’ ipermoderno” (come più esattamente Tafuri nomina il fenomeno Post-Moderno) tendono a ‘delegittimare’ la disciplina architettonica, come tecnica rigorosa di formazione linguistica, proprio in un momento in cui la stessa cultura urbanistica contemporanea (in particolare quella che trova in Bernardo Secchi il suo più lucido interprete) riconosce la centralità della questione della forma architettonica nei necessari processi di ricomposizione urbana, da attuarsi, nella città contemporanea, attraverso complessi procedimenti tipologici e morfologici fittamente interrelati ai dati fisici e qualitativi (e persino figurativi) del problema urbano.
Una concezione, questa, che non soltanto ‘ricuce’ lo strappo teorico tra architettura e tecniche di pianificazione (operato di fatto dall’ideologia urbanistica degli anni Sessanta), ma che, sostanzialmente, rimette al centro le questioni della qualità della forma delle parti urbane e, così, riafferma la necessità di un progetto architettonico di valore urbano e, dunque, ri-legittima la ‘disciplina’ come tecnica di strutturazione di uno spazio urbano formalmente definito: restituendo, in definitiva, rilevanza effettuale ai procedimenti di definizione morfologica dei luoghi, dei siti e delle strutture urbane di cui si vuole programmare la trasformazione.

Morfologie della modificazione (segue)

In un rapporto così articolato tra Architettura e Piano, nella cultura della città contemporanea, si ripropongono le questioni della forma e del linguaggio architettonico come niente affatto marginali ma, al contrario, decisive per trasformazioni urbane che siano realistiche, radicate nella storia e nell’identità dei contesti specifici e, finalmente, non indifferenti alla complessità figurativa della stessa immagine urbana, la quale viene riassunta, così, a fattore non secondario del prodotto urbanistico. Quell’immagine non potrà più essere né casuale, o ’spontanea’, né arbitraria.
É chiaro, a questo punto, che mentre si restituisce piena capacità conformativa urbana all’architettura, più stringente si fa la necessità di un uso consapevole, nella progettazione, di tecniche e procedimenti di manipolazione e trasformazione di materiali linguistici, sia di quelli offerti dai siti, dalle presenze contestuali, dall’architettura della città ‘data’ sia di quelli già divenuti patrimonio tecnico specifico, ereditati dagli innumerevoli modi espressivi dell’architettura nel tempo e dalla ‘tradizione del nuovo’.
Può aver luogo, in tal modo, un diffuso processo di sperimentazione linguistica ’sorvegliata’, che potrebbe essere l’esito culturale di quello sperimentalismo storicamente avveduto che ha impegnato le migliori personalità dell’architettura internazionale di quest’ultimo trentennio soprattutto, da Scarpa a Stirling, a Rossi, a Sacripanti, Valle, Canella, Aymonino, Dardi, Purini, Ando, Siza fino alle opere più recenti di Natalini, compresi alcuni ultimi americani, come Gehry e Eisenman.

Morfologie della modificazione (segue)

Accanto a questi ci sembra obbligatorio un sia pur sintetico riferimento all’opera di un architetto come James Stirling. L’indiscussa densità semantica delle sue architetture ne fanno, infatti, un riferimento straordinario nel panorama contemporaneo. In realtà, la produzione di Stirling, dai Laboratori Leicester (1959) in poi sembra effettivamente percorrere, nella maniera più ‘vigile’, tutte le suggestioni e le inquietudini della sensibilità espressiva contemporanea, conseguente alla crisi del secondo dopoguerra.
I suoi procedimenti morfologici perseguono radicalmente un obiettivo di de-costruzione della ‘forma’ moderna, eppure gli esiti sono ‘fortemente’ strutturati sul piano funzionale, quasi didascalici, nella propria evidenza linguistica.
Quella che può apparire solo come cinica abilità sintattica mostra, invece, una capacità di sperimentazione e di incancellabili affetti della memoria, che ne fanno, a tutt’oggi un esempio unico di ‘disincantamento’ e, al tempo stesso, di ricerca tenace di ‘comunicabilità’ assoluta dell’opera di architettura. Qui, più che in altri esempi, le “categorie” calviniane della “molteplicità”, della “visibilità”, della “leggerezza” (come procedimento compositivo, non solo come qualità ‘tettonica’), della “esattezza” e, perfino della “rapidità” sembrano essere, sempre e tutte insieme, presenti, anche nella produzione più tarda.

Morfologie della modificazione (segue)

James Stirling, Facoltà di Ingegneria di Leicester, 1959. Tratta da: wikimedia.

James Stirling, Facoltà di Ingegneria di Leicester, 1959. Tratta da: wikimedia.


Morfologie della modificazione (segue)

Il “gioco perverso” di Stirling è perciò l’esatto contrario dell’illusionismo formale post-modernista: ogni figura retorica utilizzabile per rendere più ‘eloquente’ il proprio progetto, dall’enfasi tecnologica alle metafore macchiniste alle iperboli nelle definizioni materiche e spaziali, tende a ‘nutrire’ l’immaginazione dell’uomo metropolitano.
Ma c’è ormai chi tende a spingersi anche oltre la pur estrema e dissacrante avventura di Stirling, rendendo ancora più autenticamente attuali le “lezioni” di Calvino.
Mi riferisco a un altro enfant terrible della cultura architettonica contemporanea, che risponde al nome di Daniel Libeskind, uno dei rappresentanti più interessanti e originali dell’architettura ‘decostruttivista’.
Questo termine è stato coniato in occasione di una mostra inagurata il 22 giugno 1988 al Museum of Modern Art di New York e personalmente curata da Philip Johnson.

Libeskind assume il Moderno come punto di partenza, anzi una sua corrente di avanguardia, quale fu il Costruttivismo sovietico degli anni Venti mostrando come anche l’Avanguardia possa farsi “tradizione” linguistica, quando all’ideologia dell’armonia, dell’unità e della chiarezza si sappia sostituire la coscienza lucida e disincantata della disarmonia, della fratturazione e del mistero metropolitani.

Daniel Libeskind, Museo ebraico San Francisco, 2008. Tratta da: wikipedia.

Daniel Libeskind, Museo ebraico San Francisco, 2008. Tratta da: wikipedia.


Morfologie della modificazione (segue)

Le nuove complessità funzionali conducono anche a riflettere su un radicamento strutturale dell’architettura nel contesto urbano.
Il metodo che più conseguentemente si pone in quest’ottica è quello perseguito da Louis Kahn.
Nella teoria di Kahn le FORME preesistono al progetto; Kahn parla di Psiche distinguendola dal Pensiero; la Psiche è responsabile della sensazione ed è caratterizzata dalla volontà di esprimerla; il Pensiero è sensazione più presenza dell’Ordine
Quindi la Psiche, posta in relazione storica con un tema architettonico capta una Forma.
La Forma, attraverso l’elaborazione del design, che si svolge sotto il continuo controllo dell’ordine, tende a maturarsi ed affinarsi fino alla Bellezza. L’opera di Kahn è caratterizzata da cinque costanti:

  1. il senso della composizione
  2. l’uso dei materiali secondo la loro natura
  3. il senso dello spazio come essenza dell’ architettura
  4. la luce come elemento di progetto
  5. l’architettura e i rapporti

Questi elementi comuni nell’opera di Kahn lasciano intendere che le sue opere testimoniano qualità che hanno sempre determinato il valore architettonico attraverso il tempo.
Tuttavia il suo lavoro è «a-storico» nel senso che non si pone come estensione lineare (storicista) dei temi dell’architettura moderna, né come semplice risoluzione «razionale» di dibattiti storici.

Morfologie della modificazione (segue)

Louis Kahn, Parlamento del Bangladesh, 1962-1974. Tratta da: wikipedia.

Louis Kahn, Parlamento del Bangladesh, 1962-1974. Tratta da: wikipedia.


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