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Luogo

Louis Kahn diceva che l’architettura è ciò che il luogo si aspetta.

L’architettura è ciò che fa diventare luogo un posto.

Privo del pensiero che produce un’architettura, lo spazio non è che vuoto ricettacolo in attesa.

Louis Kahn, Kimbell Art Museum (1966-1972). Fonte: wikipedia

Louis Kahn, Kimbell Art Museum (1966-1972). Fonte: wikipedia


Abitare il luogo

Ripercorriamo con Heidegger l’etimologia di alcuni termini chiave per la questione del luogo nel suo rapporto con il significato dell’abitare:
Bauen” (costruire), “Buan” (abitare), per cui abitare è trattenersi, rimanere.

L’abitare come modo di essere dell’uomo nel mondo implica l’idea di un tempo che permane, di una “durata” e della “stanzialità”, ma anche il significato della parola “Nachbar” (vicino) o anche il “Nachbauer”, colui che abita nelle vicinanze.
Abitare, perciò, è significato carico di luogo e di tempo, abitare è stare, so-stare, trascorrere un tempo in un luogo per averne cura (coltivare/custodire = den Acker bauen).
Il “costruire” è ri-unire nell’unità originaria la terra e il cielo, gli uomini e gli déi, nel “GEIVERT” (la Quadratura).
L’esempio del “ponte” è rivelatore. Il ponte manifesta le “rive” del fiume e dà senso unitario (riunisce) alla terra intorno ad esso.

Il SENSO della natura (prima indistinta) si manifesta mediante la dialettica tra ponte e acqua e così si produce un luogo: un luogo che non esiste già, prima del ponte. È il ponte (la costruzione) che trasforma una regione indefinita di spazio (un posto), in un fulcro qualitativamente caratterizzato. Costruire è – perciò – produrre cose come “luoghi”, fondare e disporre secondo forme evidenti.

Il ponte borbonico “Real Ferdinando” sul Garigliano. Fonte: Università degli Studi di Napoli

Il ponte borbonico "Real Ferdinando" sul Garigliano. Fonte: Università degli Studi di Napoli


Architettura come costituzione di luogo

L’uomo primitivo ha fermato il carro, decide che qui sarà il suo posto. Sceglie una radura, abbatte gli alberi troppo vicini, spiana il terreno all’intorno; apre il cammino che lo collegherà al fiume (…). Gli uomini della tribù hanno deciso di mettere al sicuro il loro dio. Lo mettono in uno spazio opportunamente disposto, lo mettono al riparo sotto una solida capanna (…). Proteggono la capanna con una palizzata e lo mettono in asse con la porta del santuario (…). Il costruttore ha dato ordine. Poiché intorno a lui la foresta è un intrico disordinato (…) ha messo ordine misurando (…). Ha fatto istintivamente angoli retti, assi, quadrati, cerchi (…) sono i principi della geometria e sono effetti che il nostro occhio misura e riconosce; altrimenti sarebbe il caso, l’anomalia, l’arbitrio.
La geometria è il linguaggio dell’uomo.

(Le Corbusier, Vers une architecture, Parigi, Cres, 1923; trad. it. (a cura di Pierluigi Cerri e Pieluigi Nicolin) Verso un’architettura, Milano, Longanesi, 1984).

Marc Antoine Laugier,  Allegoria dell’architettura (1753). Fonte:  Associazione Culturale Larici

Marc Antoine Laugier, Allegoria dell'architettura (1753). Fonte: Associazione Culturale Larici


Il valore del luogo

Durante un corso di composizione architettonica svoltosi ormai nel lontano 1978, decidemmo di dare corpo ad un ‘esperimento’ didattico che consisteva nella intenzione di sperimentare un metodo di costruzione del procedimento progettuale in assenza di un contesto urbano o territoriale determinato, cioè in assenza di un luogo determinato cui riferire l’intervento di un progetto di un sistema di residenze e di attrezzature collettive.
Paradossalmente (ma prevedibilmente) questa condizione, forzosamente imposta, faceva prepotentemente tornare in primo piano il significato del valore progettuale del luogo: nel caso specifico, appunto, della assenza del luogo inteso come realtà storico-ambientale definita.
Ma questa ‘assenza’, più che come impossibile assoluta astrazione, veniva avvertita come ‘mancanza’ di un elemento necessario alla determinazione delle scelte di progetto; oppure quell’assenza si misurava piuttosto come infinita distanza dal luogo e dunque, della memoria di tutti i luoghi dell’architettura in rapporto ai quali ricreare analogie e/o differenze.
Non è dunque concepibile, in architettura, nella sua pratica progettuale, una forma assolutamente autonoma da un contesto fisico ambientale, così come è ancor meno concepibile una forma architettonica assolutamente immemore della catena di eventi e di fatti che l’hanno preceduta o in cui è inevitabilmente immersa.

Rapporto architettura-città-ambiente

La realtà della produzione architettonica di questi anni mostra che è proprio di questi terreni problematici che occorre riappropriarsi, in un momento in cui si pone la questione della affermazione di un non ideologico valore del progetto, delle sue concrete radici nell’urbano, e dunque del significato della città e della identità stessa dell’architettura.
La questione del Progetto va posta oggi in termini, se possibile, ancora più ’specifici’, se ad esso si riconosce di ‘rappresentare’ (magari al negativo) almeno una parte di ‘verità’ della condizione urbana, un paradigma dei conflitti presenti nel mondo costruito dagli uomini.

Nella fattispecie del Progetto questa parte di verità è proporzionale al modo con cui esso cerca, articola e ’stringe’ il rapporto con il mondo ‘fuori’ di sé e ‘prima’ di sé.
Appare perciò fortemente motivato l’interesse del dibattito architettonico attuale sulle nozioni di ‘luogo’, di ‘area virtuale’, visti come temi tutti ‘interni’ ad una riflessione sulla natura e sui modi di costituirsi del progetto di architettura. Si tratta di due ambiti problematici tanto pertinenti quanto ineludibili se si vuole rifondare un rapporto architettura-città-ambiente costruito, che rifiuti corrispondenze tanto aleatorie quanto vuote di esiti teorici apprezzabili.

Vittorio Gregotti, Università degli Studi della Calabria (1973-79)
Disegno dell’insediamento complessivo. Fonte: Studio Gregotti associati

Vittorio Gregotti, Università degli Studi della Calabria (1973-79) Disegno dell'insediamento complessivo. Fonte: Studio Gregotti associati

Veduta dei dipartimenti. Fonte: Studio Gregotti associati

Veduta dei dipartimenti. Fonte: Studio Gregotti associati


Il “genius loci”

Interesse qui richiamare soltanto due tra le posizioni più recenti sulle questioni che abbiamo tentato di delineare.
La prima è sostenuta da C. Norberg-Schulz ed è così sintetizzata dallo stesso autore:

  1. L’identità umana poggia (tra l’altro) sull’identificazione con il luogo. Noi chiamiamo questa identificazione: l’abitare.
  2. L’identità umana postula l’identità del luogo.
  3. L’identità del luogo implica precise qualità.
  4. Queste qualità sono condizionate localmente e culturalmente.
  5. Le qualità possono essere distinte in organizzazione spaziale e articolazione formale.
  6. L’articolazione formale concretizza un particolare genius loci.
  7. Il genius loci è un astante con cui l’uomo si deve confrontare.
  8. Tradizione vivente significa esprimere il genius loci in un modo sempre nuovo, temporalmente collegato.
  9. Architettura significa creare luoghi che promuovono l’abitare.
  10. L’architettura può essere compresa solo fenomenologicamente.

(da C. Norberg-Schulz, Genius Loci, in «Lotus International», n.13 dicembre 1976)

L’istanza di un “ritorno alle cose” della ricerca delle radici profonde che legano l’uomo agli spazi della propria esistenza trova in queste enunciazioni una prima possibilità teorica di ricostituzione del ’senso’ del mondo costruito, fuori dalle estensioni totalizzanti e ‘indifferenti’ della teoretica del Movimento Moderno.

Il sito come “paesaggio ideale”

La seconda posizione, muovendo dall’accezione del luogo come situazione reale materiale e manifesta nel rapporto preesistenze naturali-trasformazioni edilizie-architettura, e praticando il riconoscimento della natura ‘culturale’ della entità ‘luogo’ (luogo come coincidenza tra architettura e suggestione letteraria), perviene ad un concetto di luogo che da realtà fisica-concreta, trasfonde in entità ‘virtuale’, in puro desiderio che alimenta il progetto.
L’area, dunque, è questa entità: essa è una presenza che si svela non tanto nell’identificazione con un sito, definito come contesto dalla struttura topologicamente definita e compiuta, quanto piuttosto in quella sorta di ‘paesaggio ideale’ che tutte le architetture tendono a proporre.
Tuttavia, è in questo spazio ‘pre-progettuale’ che ha in origine quello che potremmo definire il ‘gene’ che poi informerà di sé il progetto e, nei casi migliori, la stessa architettura realizzata, lo spazio costruito secondo una precisa intenzionalità estetica.
Un contesto così costituito assume un ruolo specificamente ‘operativo’, che inerisce propriamente la formazione del fatto architettonico.

Purini elenca tre forme di esistenza della ‘area’:
il fronteggiamento o duplicazione, l’inversione di un sistema invisibile in uno visibile, la riverberazione della figura del manufatto nell’intorno immediato” (F. Purini, Una interpretazione del concetto di area in Architettura, in <<Controspazio>> n. 3, 1979).

Identificazione dell’”area”

Per ciò che concerne il primo tra questi modi di manifestarsi dell’area si può parlare di un rapporto ‘oppositivo’ (fronteggiamento e/o duplicazione) che identifica l’area nel momento stesso che il pensiero tendente al progetto si formalizza per l’attività ‘associativa’.

Nella seconda forma l’area si manifesta come ‘delimitazione’ in un campo di segni finiti, di ciò che altrimenti sarebbe non percepibile secondo ordini visibili (per es. le reciprocità tra finito-infinito, aperto-chiuso, ecc.). Un esempio ne è il rapporto in F. L. Wright tra Prairie Houses, Casa Kaufmann e i rispettivi sistemi naturali le cui qualità i due progetti rendono esplicite (la Prateria, la Foresta) e che quelle architetture interiorizzano.

Il terzo modo di esprimersi dell’area “si risolve nell’attivazione di una geometria del circostante prodotta dal manufatto” (‘riverbero’ della figura nell’intorno). A questa eventualità, ma in parte anche alla forma della inversione, Purini riferisce il caso del ‘giardino’ e del verde ‘disegnato’, in generale, dalla stessa presenza figurale di determinate architetture, contrapponendo questa qualità del verde come architettura al verde privo di forma fissato dagli standards post-funzionalisti come mero ‘contrappeso naturale’ alla edificazione.

L’area virtuale

Tra gli esempi che possono comprovare l’esistenza di un’area virtuale evocata dalla stessa conformazione concreta di architettura, si pensi a Versailles come esempio di irradiamento geometrico dell’architettura sullo spazio circostante o anche al tempietto di S.Pietro in Montorio del Bramante, a Roma che, benché costretto in uno spazio urbano reale dalle dimensioni piuttosto piccole, per la sua collocazione e la sua ‘configurazione’ rimanda invece ad uno spazio di ben altra vastità e chiarezza.

La Reggia di Versailles, pianta del parco. Fonte wikipedia.
La Reggia di Versailles al 1662. Fonte wikipedia.
Bramante, il tempietto di San Pietro in Montorio
(1502). Fonte: wikipedia

L’area virtuale (segue)

Le considerazioni qui sinteticamente svolte sulle ipotesi teoriche del Purini ci avvicinano al centro della problematica specifica del Progetto di qualche misura in più di quanto non si possa fare magari aspettando che il genius loci si manifesti; non fosse altro perché si discute immediatamente di procedimenti compositivi, interni al linguaggio architettonico che tendono a chiarire, a rendere esplicito, il rapporto tra realtà e invenzione.

Franco Purini, Laura Thermes, Cinque piazze a Gibellina (1982). Fonte: wikipedia

Franco Purini, Laura Thermes, Cinque piazze a Gibellina (1982). Fonte: wikipedia


I materiali di supporto della lezione

Letture

J. L. Borges, Obras Completas, Emecé, Buenos Aires, 1974; trad. it.:Tutte le opere, (II vol.), Mondadori, Milano, 1984

C. Grau, Borges e l'architettura, Roma, 1989

M. Heidegger, Die Kunst under Raum, 1969; trad. it.: L'arte e lo spazio, il Melangolo, Genova, 1979

C. Norberg-Schulz, Genius Loci in «Lotus International» n°13, dicembre 1976

F. Purini, Una interpretazione del concetto di area in Architettura, in <>, n. 3, 1979

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