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Donatella Mazzoleni » 1.Creatività


Creatività

Creatività – Significato della parola

Il significato della parola “creare”, di origine latina, si sviluppa dalla antica radice sanscrita KAR, comune anche alla parola “crescere”. In sanscrito, KAR-TR è colui che fa (dal niente), il creatore. L’azione del creare, nelle culture di origine greco-mediterranea, è riferibile esclusivamente alla divinità.

Il concetto di “creatività” come attività mentale umana – che è andato a sostituire i concetti di “invenzione”, “innovazione”, “genialità”, propri di una tradizione millenaria – è molto recente, è stato introdotto dagli studi epistemologici di Henri Poincaré (1854/1912), matematico, fisico, astronomo e filosofo della scienza.

Nel corso del Novecento i processi “creativi” sono stati oggetto di studi complessi nell’ambito delle neuroscienze e della psicoanalisi. Negli anni ‘40 e ‘50 si sono sviluppati negli U.S.A. studi di psicologia e pedagogia della creatività, e sono state messe a punto metodologie e tecniche psicometriche finalizzate essenzialmente alla produttività aziendale ed al marketing.

Il termine “creatività” è entrato nella lingua italiana negli anni ‘50, inflazionandosi poi negli anni ‘60 in una molteplicità di usi correnti, e dilagando specificamente nel campo della pubblicità e della moda.

Creatività

«Un risultato nuovo ha valore, se ne ha, nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine [...] Inventare consiste nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. Inventare è discernere, è scegliere [...] Quel che più lascia colpiti è il fenomeno di queste improvvise illuminazioni, segno manifesto di un lungo lavoro inconscio precedente [...] a proposito delle condizioni in cui avviene il lavoro inconscio, vi è un’altra osservazione da fare: esso è impossibile, e in ogni caso rimane sterile, se non è preceduto e seguito da un periodo di lavoro cosciente. Le ispirazioni improvvise [...] non avvengono mai se non dopo alcuni giorni di sforzi volontari, che sono sembrati completamente infruttuosi [...] Tra le numerosissime combinazioni che l’io subliminale ha formato alla cieca, quasi tutte sono prive di interesse e senza utilità; ma proprio per questo motivo non esercitano alcuna influenza sulla sensibilità estetica: la coscienza non arriverà mai a conoscerle. Soltanto alcune di esse sono armoniose – utili e belle insieme».

(Jules Henri Poincaré, Science and méthode, Flammarion, Paris 1908; t.i. Scienza e metodo, a cura di Claudio Bartocci, Einaudi, Torino 1997).

Creatività in architettura

La buona architettura

In architettura la qualità del prodotto finale dipende dall’impegno di molteplici soggetti: non solo il progettista, ma anche il committente, il costruttore, gli enti finanziatori e quelli di controllo, le commissioni di collaudo, i fornitori di materiali e servizi, ecc.. La responsabilità dell’esito finale di un’opera realizzata, e dunque della sua qualità, è una tessitura che si realizza con un processo complesso che coinvolge tutti questi attori, che, pur accomunati a livello generale nell’intento della costruzione, sono peraltro, a livelli parziali, in fisiologico (anzi dovuto) contraddittorio tra loro: anche l’esistenza stessa, e poi lo sviluppo ordinato, di tale conflitto sono parte integrante della garanzia della qualità finale.

A tutta questa complessità operativa, già così difficile da governare, ma comunque affrontabile con buone competenze tecniche e con l’esercizio di una corretta deontologia, si deve però poi aggiungere qualcosa d’altro, qualcosa che invece è impossibile regolare con l’applicazione di procedure e normative: bisogna che, una volta ben realizzata, l’opera risulti avere senso.

Creatività in architettura

Responsabilità e libertà delle scelte di progetto

La riuscita (o meno) dell’acquisizione di senso in architettura avviene in modi inspiegabili, mai prevedibili in laboratorio e solo in parte ricostruibili a posteriori: la possibilità che essa si realizzi risale alla qualità del progetto, che dunque ne è condizione necessaria, pur se non sufficiente. Il suo effettivo compimento è però fuori della portata delle intenzioni di progetto, è qualcosa che avviene solo se la collettività opera una donazione di significato a quell’opera, e non solo attraverso l’uso, ma soprattutto mediante il suo riconoscimento. Cosa, questa, che la persona progettista può solo augurarsi, e far tutto quanto è in suo potere per predisporre, ma che non può essere certa di ottenere né può forzare nella realtà delle cose. La persona progettista è e resta comunque colui o colei che dà il “la” di partenza, senza il quale non può nemmeno generarsi il processo dell’armonizzazione della percezione collettiva che produce poi la donazione di senso.

È quindi essenziale la libertà delle scelte di progetto ai fini della qualità del prodotto.

Creatività in architettura

Il processo creativo

Il processo creativo in architettura si compie solo come processo collettivo, in cui, dopo un lungo periodo di sforzi volontari compiuti da numerosi e diversi soggetti (committenti, finanziatori, progettisti, costruttori, utenti) e dopo un lungo e complesso lavoro di costruzione materiale di una nuova organizzazione dell’ambiente, improvvisamente “avviene” (o non avviene), la donazione di senso, cioè il riconoscimento collettivo di un nuovo significato dell’abitare in un certo luogo e la percezione di una nuova forma di bellezza.

Il processo creativo in architettura non è un percorso individuale della persona progettista. Non può tuttavia innescarsi se non a partire dalla capacità creativa della persona progettista, che deve quindi saper e poter lavorare nella condizioni più favorevoli alla propria personale produzione creativa.

Pseudocreatività nell’architettura contemporanea

Si assiste oggi in architettura all’osannamento diffuso delle cosiddette “archistars”, élites professionali esclusive, strettamente legate al potere politico-commerciale, rese onnipotenti e planetariamente vistose dalla disponibilità di enormi risorse finanziarie, softwares sofisticatissimi, esonero dal rispetto delle normative. La loro onnipotenza economica e tecnologica, viene propagandata ovunque da cronisti di mass media e critici da talk show come “creatività” e “genialità” in architettura.

Bisogna sottrarsi allo stupore (che rende, appunto, stupidi) e guardare a questo fenomeno per quello che è: esibizione arrogante di personaggi, cui una critica ed una storiografia abbagliate e compiacenti regalano la qualifica di “architetto”, e addirittura quella di “genio dell’architettura”, ma che sono in realtà professionisti dello spettacolo e pseudo-eventi (Dorfles), icone pubblicitarie di grandi complessi multinazionali che stanno depredando il mondo con spavaldo cinismo e disprezzo di ogni regola etica ed anche estetica.

All’omaggio incondizionato allo star system corrisponde un disprezzo diffuso dei “normali” professionisti, confinati nel ruolo di claque dello spettacolo, e degli utenti dell’architettura, degradati a consumatori passivi e telecomandati.

Non sono certo queste la “libertà” e la “creatività” di cui l’architettura ha bisogno.

Didattica della creatività: un ossimoro

La locuzione “didattica della creatività” è un ossimoro (è cioè un’espressione verbale che mette insieme due termini inconciliabili perché in antitesi tra loro).
Il processo creativo non può essere insegnato.

Ciò che può essere insegnato è il percorso utile a realizzare le condizioni personali ed ambientali favorevoli al verificarsi di un evento creativo. Alcune fasi del percorso tuttavia non possono essere né programmate né garantite. L’accettazione di questo rischio di fallimento è una delle condizioni indispensabili per l’avvio di un processo autentico con probabilità di riuscita.

Le fasi del percorso (in corsivo quelle non garantite):

Preparazione
Ricerca nomade
Serendipity
Accumulazione
Tentativi di ideazione
Analogie
Distrazione, riposo
Epifania
Valutazione

Serendipity

E’ la scoperta di una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra.

La parola “serendipity” è stata inventata dal poeta Horace Walpole (1717-1797) raccontando la favola persiana dei principi di Serendip (Sri Lanka) in una lettera scritta il 28 gennaio 1754 a Horace Mann.

It was once when I read a silly fairy tale, called The Three Princes of Serendip: as their highnesses traveled, they were always making discoveries, by accidents and sagacity, of things which they were not in quest of: for instance, one of them discovered that a camel blind of the right eye had traveled the same road lately, because the grass was eaten only on the left side, where it was worse than on the right—now do you understand serendipity? One of the most remarkable instances of this accidental sagacity (for you must observe that no discovery of a thing you are looking for, comes under this description) was of my Lord Shaftsbury, who happening to dine at Lord Chancellor Clarendon’s, found out the marriage of the Duke of York and Mrs. Hyde, by the respect with which her mother treated her at table“.

Strumenti dell’invenzione

Google e Google Earth, il GPS, Wikipedia, spazzano via tutti i metodi e gli strumenti di lavoro che noi, architetti eredi della tradizione grecoromana e poi rinascimentale, abbiamo imparato ad usare: libri, matite, penne inchiostri e pennini, compassi tiralinee e punte a matita e a penna, squadre righe a T e parallelografi, regoli calcolatori, ellissografi e curvilinei, bussole, fogli di cartoncino Bristol carta lucida e “mozzarella”, manoscritti, disegni, pastelli tempere e acquerelli, ed anche un’infinità di parole e di concetti. Tutte le cose belle e preziose della nostra tradizione e della sua specifica ricchezza.

Oggi si “disegna” digitando su tastiera e mouse, seguendo con gli occhi tracce luminose su uno schermo a cristalli liquidi, che formano figure senza corpo né scala. La comunicazione sarà sempre più immateriale, flussi di informazioni che attraverseranno i corpi, i saperi saranno onde che si polverizzeranno e riaggregheranno con leggi di ordine autogenerativo. Le persone, abituate a pensarsi come individui, stanno diventando cellule di un grande organismo-magma che è non solo l’intera umanità, ma forse addirittura l’intero pianeta (è l’ipotesi di James Lovelock e Lynn Margoulis: Gaia, il pianeta vivente?).

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