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Donatella Mazzoleni » 11.Verso un'estetica del vuoto


L’ultimo passo da compiere

L’approfondimento teorico sulle strutture antropologiche dell’immaginario ci ha offerto alcuni strumenti per cogliere i criteri d’ordine autogenerativo all’interno del materiale iconico accumulato lungo lo svolgimento del corso.

Il possesso di questi strumenti è molto importante al fine dello sviluppo di modalità creative del pensiero architettonico.

Esso infatti ci dà il coraggio necessario nell’abbandonare l’uso di una razionalità ristretta e nel concentrare il nostro lavoro nello sviluppo del pensiero analogico.
Ci permette di sviluppare la fiducia nella possibilità di sviluppo di un pensiero creativo in architettura che affronti i temi del mondo contemporaneo, senza temere la “barbarie” in atto, con il suo rischio di perdita di riferimenti alle tradizioni ed all’autorevolezza di teorie consolidate.

Dopo questa fase teorica, andiamo a verificare l’utilità di questo bagaglio acquisito in una ulteriore fase di sperimentazione.

Il passaggio di questa lezione

Prenderemo un intervallo di distrazione e riposo, poi attiveremo una ultima esperienza alla ricerca di epifanie.

 

In questa esperienza avanzata, approfondiremo le nostre capacità di percezione sin-estetica dello spazio: metteremo in atto alcune tecniche specifiche per poter potenziare l’uso consapevole di tutti apparati sensoriali (non solo visivo, ma anche acustico, cinestetico, tattile, olfattivo) in relazione alla percezione e alla rappresentazione dello spazio architettonico.

Anche questa fase sperimentale, come le precedenti, non potrà essere illustrata in queste pagine, in quanto happening intraducibile in termini verbali.

Procederemo infine ad una valutazione dei risultati raggiunti.

 

Porteremo così a compimento il percorso che avevamo prefissato:

Preparazione – Ricerca nomade – Serendipity – Accumulazione – Tentativi di ideazione – Analogie – Distrazione, riposo – Epifania – Valutazione

Esercizio n.3

Esercizio n.3
(percezione visiva – percezione tattile – percezione acustica – percezione sinestetica)

Rappresentazione di “involucri spaziali”

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Rappresentazione di “vuoti spaziali”

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Verso un’estetica del vuoto

Il terzo esercizio viene realizzato nello stesso spazio architettonico o urbano in due fasi successive, intervallate da una fase di decondizionamento e riposizionamento dell’attitudine percettiva.
Esso genera una serie di immagini, specificamente utili a misurare l’ampliamento progressivo della capacità percettiva e rappresentativa dello spazio dei soggetti coinvolti.

Quasi sempre questo esercizio produce eventi di serendipity e di epifania.

Ma in ogni caso, anche in assenza di questi eventi, l’esercizio produce un risultato estremamente importante ai fini del potenziamento della capacità creativa in architettura: la possibilità di distoglimento dell’attenzione cosciente dagli involucri solidi dello spazio architettonico-urbano, ed una capacità di sintonizzazione dell’attitudine percettiva e rappresentativa sui “vuoti” spaziali.

Il lavoro si conclude quindi con l’esperienza di una estetica del vuoto.

Verso un’estetica del vuoto

«Il vuoto, l’ infinito: due concetti attorno ai quali si è smarrita da sempre la mente umana. L’ infinito, ossia una “entità”, spaziale e temporale insieme, che non sarà mai afferrabile compiutamente. Il vuoto infinito del cosmo che inevitabilmente e inutilmente cerchiamo di sbarrare con un “pieno” assoluto e inesistente. Ma, se il vuoto infinito è un concetto negativo e sterile, esiste anche un “vuoto positivo” come l’invaso d’una chiesa o d’un teatro e in generale quello spazio latente reso “attivo” dal pieno che lo circoscrive e lo definisce. Questo vuoto “creativo” che può consistere anche nella pausa tra due “pieni”, due oggetti, due suoni, costituisce un “between”: ossia tutto ciò che sta nel mezzo a due o più entità distinte. Ed è proprio questo spazio “intervallare” a costituire quello che il termine sanscrito “sunyata” indica (per l’ estetica Zen derivata dal buddhismo mahayana): una “vuotezza” (una “emptiness”, come la definisce il grande studioso dello Zen, Daisetz Suzuki, nel suo fondamentale Zen and Japanese Culture). In altre parole: il vuoto come fattore generatore estetico, tanto spaziale che temporale, ci permette di assaporare quell’ intervallo tra due colonne d’un tempio greco o tra due frasi d’una composizione musicale capaci di sospendere, sia pure per un attimo o per un minimo segmento, l’incessante consecutio del nostro Dasein».

(Gillo Dorfles L’intervallo perduto Skira, Milano 2006)

Verso un’estetica del vuoto

«Il pensiero orientale (…) mostra una radicata e costante diffidenza nei confronti delle pretese avanzate dall’impulso a fare teorie, e manifesta invece un’altrettanto radicata e costante predilezione per tutti quei modi e tutte quelle circostanze in grado di produrre un rapporto diretto con l’esperienza, privo di mediazioni intellettuali e culturali. Il rapporto con la realtà è quindi preferito al rapporto con i concetti, o almeno con quei concetti che pretendono di sostituirsi alla realtà».
«Il nucleo centrale del taoismo e buddhismo chan e zen è dato dal vuoto. Non dal concetto di vuoto, ma dall’esperienza del vuoto. Ciò significa che alla base delle attività che accompagnano i processi formativi di alcune arti e che interessano la fruizione estetica delle forme da esse prodotte, non sta una teoria del vuoto, ma un’esperienza del vuoto: esperienza che è ottenibile solo mediante la pratica di un particolare tipo di meditazione».

(Giangiorgio Pasqualotto Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio, Venezia 1992, 2004)

L’immaginario-rete

L’esperienza estetica del vuoto allarga enormemente il nostro orizzonte culturale e la nostra capacità immaginativa.

A) facendo “spazio” attorno al bagaglio di memorie e di concetti acquisiti, predispone al superamento di condizionamenti personali e culturali, all’acquisizione di un atteggiamento più istintivo e selvaggio (nuova “barbarie”) nell’affrontare il mondo contemporaneo, e crea disponibilità all’acculturazione;
B) aiutando la de-focalizzazione dall’attenzione individuale personale, favorisce lo sviluppo di un’attenzione sensibile all’ambiente;
C) favorendo la focalizzazione dell’attenzione sugli spazi di relazione, predispone all’indirizzamento della coscienza individuale verso forme di immaginario-rete.

L’esperienza estetica del vuoto predispone la persona progettista a lavorare nelle condizioni più favorevoli alla propria personale produzione creativa, ma anche ad innescare a quel processo collettivo in architettura, in cui, dopo un lungo periodo di sforzi volontari compiuti da numerosi e diversi soggetti (committenti, finanziatori, progettisti, costruttori, utenti) e dopo un lungo e complesso lavoro di costruzione materiale di una nuova organizzazione dell’ambiente, improvvisamente “avviene” (o non avviene), la donazione di senso, cioè il riconoscimento collettivo di un nuovo significato dell’abitare in un certo luogo e la percezione di una nuova forma di bellezza.

Autovalutazione finale

La conclusione del percorso agogico
(Preparazione – Ricerca nomade – Serendipity – Accumulazione – Tentativi di ideazione – Analogie – Distrazione, riposo – Epifania) – Valutazione

Il percorso si conclude con una valutazione dei risultati.

Di estrema utilità è l’auto-valutazione dei prodotti generati dalla propria esperienza da parte degli studenti partecipanti al corso.

La capacità di autocoscienza e di giudizio raggiunta dai partecipanti al corso è un elemento di importanza determinante ai fini della formulazione della valutazione finale da parte del docente.

I materiali di supporto della lezione

Amos Ih Tiao Chang The Tao of Architecture, 1981

Giangiorgio Pasqualotto Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente, Marsilio, Venezia 1992, 2004

Fernando Espuelas Il vuoto. Riflessioni sullo spazio in architettura, Marinotti, Milano 2004

Gillo Dorfles L'intervallo perduto Skira, Milano 2006

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