Vai alla Home Page About me Courseware Federica Living Library Federica Virtual Campus 3D Le Miniguide all'orientamento Gli eBook di Federica
 
I corsi di Economia
 
Il Corso Le lezioni del Corso La Cattedra
 
Materiali di approfondimento Risorse Web Il Podcast di questa lezione

Maria Di Domenico » 12.Edgar Morin: oltre l'ominizzazione


L’identità umana

Morin vuole ripercorrere la lunga strada che porta alla comprensione-conoscenza dell’identità umana: affascinante viaggio in un mondo di significati che svelano l’uomo come l’esistente privilegiato dell’universo, il fine stesso dell’evoluzione che ha arricchito la sua complessità di determinazioni e opposizioni.

Determinazioni che, tuttavia, la volontà di conoscenza ha cercato di ordinare, classificare e disgiungere sino a perderne il senso, sino a farci smarrire nell’arroganza di una volontà di potenza, volta ad affermare il dominio, il potere dell’umano, foriero soltanto di un angosciante dubbio sullo stesso futuro dell’umanità.

E’ allora che è ritornata più viva che mai l’esigenza di ri-comprendere noi stessi, la nostra identità nella relazione significante con gli altri esistenti, al fine di trovare una qualche risposta alle urgenti domande sulla nostra condizione e sul nostro destino.

Edgar Morin. Fonte: Radiomundial

Edgar Morin. Fonte: Radiomundial


Il radicamento cosmico

Il punto di partenza di Morin è la necessità metodologica, ma pregnante di significato, di non astrarre l’uomo dall’universo, bensì di situarvelo.

Siamo dentro e fuori la natura, scrive Morin, e tuttavia l’ineluttabilità del nostro radicamento cosmico non ci permette di iniziare il nostro viaggio nel cercare la risposta al chi siamo se non da questa realtà cosmica che è la natura e il destino stesso dell’uomo.

Il radicamento cosmico dell’uomo ha fatto in modo che l’uomo rifletta in se stesso il cosmo.

Nel cosmo nasce la vita e noi siamo vita nel cosmo: c’è la morte e noi siamo la morte. In definitiva noi siamo il cosmo stesso.

L’identità complessa

E tuttavia se guardiamo all’uomo nel suo radicamento alla terra, come esponente di una specie, o nel suo protendersi verso l’inconoscibile, come spiritualità, poesia, filosofia o ancora nella sua dimensione storica, come temporalità arricchente, ci rendiamo conto degli innumerevoli traguardi raggiunti e tuttavia non ne riusciamo a comprendere il significato più profondo.

La nostra conoscenza si rivela sempre e comunque come una conoscenza parcellizzata, monoprospettica che ci porta ad una consapevolezza ottusa, cieca su ciò che effettivamente siamo, tanto da poter affermare che se l’uomo continua a rimanere uno sconosciuto è più per cattiva scienza che non per ignoranza e dunque:

più conosciamo, meno comprendiamo l’essere umano.

L’identità complessa della nostra identità ci sfugge, così scrive Edgar Morin, e nonostante il sapere abbia fatto notevoli progressi, continuiamo a rimanere un mistero per noi stessi perché si tratta di un sapere che nasconde, oscura il senso del nostro vivere e della nostra identità.

La conoscenza complessa

Se il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, in quanto costituisce un sistema che acquisisce e presenta all’interrogazione ulteriori caratterizzazioni, allora risulta chiaro che c’è la necessità di riflettere su un metodo di indagine della realtà umana che non si deve limitare a giustapporre i risultati di molteplici saperi, ma deve riunire e organizzare le componenti biologiche, culturali, sociali, individuali della complessità umana.

E questo perché l’umano è qualcosa di complesso e contraddittorio e spesso troppo complesso per le menti formate nel culto delle idee chiare e distinte.

Non si tratta, infatti, di sommare le conoscenze di molteplici prospettive conoscitive, ma occorre che si sia in grado di legarle, interpretarle, articolarle in modo tale da realizzare quello che Morin definisce

un approccio esistenziale

in grado di riconoscere l’importanza dell’angoscia, del piacere, del dolore, dell’estasi, aspetti, che un sapere oggettivante, che frantuma e riduce, non potrà mai cogliere.

La conoscenza complessa

Il momento della riduzione della realtà nei suoi elementi semplici, anche se spesso utile, non può costituire il punto d’arrivo dell’indagine conoscitiva, ma deve far parte di una strutturazione epistemologica più complessa, laddove l’oggetto della conoscenza è l’uomo nella sua struttura complessa.

Tale struttura richiede non solo l’integrazione e l’interazione della conoscenza scientifica e filosofica, le due grandi prospettive sin qui disgiunte, ma deve includere un’ulteriore fase che è quella dell’introspezione:
è anche in noi stessi che dobbiamo cercare verità di valore universalmente umano.

La polimorfa caratterizzazione dell’umano dimostra la complessità di una condizione esistenziale che, per essere indagata e conosciuta e soprattutto compresa, ha necessariamente bisogno di un metodo che non frantumi la realtà, non la decomplessifichi, così come sinora ha fatto la conoscenza scientifica, ma allarghi il suo campo di osservazione e di riflessione in maniera tale da realizzare una conoscenza dell’umano che possa essere:

molto più scientifica, molto più filosofica e infine molto più poetica di quanto non sia.

La conoscenza complessa

  • Se il soggetto umano che indaga e conosce è anche il suo stesso oggetto
  • Se tutti gli aspetti fisici, biologici, psicologici sociali economici ecc. della realtà umana contribuiscono a farci capire cos’è l’uomo
  • Se l’uomo non è solo sapiens, ma faber, oeconomicus, ma anche demens, ludens e consumans
  • Se gli opposti sono uniti nella contrapposizione
  • Se la dimensione scientifica non può essere separata da quella riflessiva e filosofica

allora non possiamo fare altro che giungere alla conoscenza complessa che ci apre una porta sull’ignoto, sulla comprensione del destino dell’uomo e dell’umanità tutta.

la conoscenza complessa diventa quindi una condicio sine qua non per poter giungere a comprendere.

Le trinità

E tuttavia la comprensione della realtà umana, fine della conoscenza, è un percorso arduo e difficile, in quanto l’umanità emerge da una pluralità di significati e da un incastro di trinità.

Questi incastri ci rendono ancor più conto dell’impossibilità di una semplificazione o di una riduzione dell’umano nei suoi elementi semplici perché, in tale procedura, l’umanità sfugge e si pone attenzione soltanto su aspetti parcellizzati, caratteristiche isolate che non possono dar conto della ricchezza delle sue relazioni, che si esplicano in forme correlate, in trinità quali:

  • individuo – società – specie
  • cervello – cultura – mente
  • ragione – affettività – pulsione.

L’uomo è ciascuna di queste determinazioni, vivificate e arricchite, tuttavia, solo dall’interazione con le altre.

La diversità infinita dell’uomo riflette la diversità infinita della vita stessa che dà luogo a quello che Morin definisce come il grande paradosso e cioè l’unità multipla.

Il paradosso dell’unità multipla è che ciò che ci unisce, ci separa.

La razionalità

La cultura, ad esempio, ci unisce così come ci differenzia e separa da altre culture.

Da un punto di vista metodologico Morin ribadisce che occorre evitare che l’attenzione posta sulle diversità faccia perdere di vista l’unità.

Un esempio di tale approccio metodologico unilaterale è la scelta che limita la conoscenza globale dell’identità umana e considera e valuta la razionalità come caratteristica univoca che distingue la specie umana e che ha permesso il percorso dell’umanità nell’incivilimento.

Questa prospettiva porta a determinare una gerarchizzazione valoriale a favore della razionalità che, se certamente è tra le determinazioni umane più importanti e caratterizzanti è, tuttavia, anche quella che, enfatizzata a dismisura, ha portato all’arroganza e alla volontà di potenza ed ha prodotto una condizione esistenziale dove al posto di ulteriori promesse di sviluppo e progresso ci sono minacce di distruzione e morte

Allorquando identifichiamo l’identità umana con homo sapiens, ci rendiamo ben presto conto che si tratta di una prospettiva monca:

“occorre correggere, completare, dialettizzare la nozione di homo sapiens”.

La razionalità

Già Platone faceva riferimento ad una lotta tra la mente razionale (Nous), l’affettività (Thumos) e l’impulsività (Epithumia) così come, nei tempi moderni, Freud ci ha mostrato un soggetto razionale da sempre in competizione, a volte mortale, con un Es pulsionale e un Super Io spesso dominante.

La razionalità, quindi, è stata sempre connessa ad ulteriori caratteristiche che non sono meno importanti o decisive per il destino dell’umanità.

E’ noto quale decisivo ruolo abbia avuto, nella storia umana, homo faber, l’artefice del progresso scientifico e tecnologico, che, tuttavia, Morin definisce senza remore come killer:

la manipolazione, l’artificiale che fagocita sempre più il naturale, questi i delitti di homo faber

e tuttavia

è homo sapiens che ha generato homo faber ed è stato “l’utensile di sapiens – che ha permesso – gli omicidi di faber”.

La razionalizzazione

Ma tutto questo è accaduto e ancora accade perché l’uomo non si conosce.

L’uomo ha vissuto e vive come se il suo destino potesse essere compiuto solo dalla razionalità, dall’efficacia e dall’efficienza di azioni che sottraggono sempre più spazio al naturale e mistificano, trasfigurano l’uomo stesso mediante la maschera asettica e produttiva della razionalità.

Quando ciò accade, la razionalità diventa “razionalizzazione”, questa accorda il primato alla coerenza logica sull’ empiria, tenta di dissolvere l’empiria, di rimuoverla.

Freud ha usato il termine razionalizzazione per designare una tendenza nevrotica e/o psicotica, mediante la quale il soggetto si intrappola in un sistema esplicativo chiuso, che, seppure dotato di una logica propria, risulta privo di qualsiasi rapporto con la realtà.

  • la razionalità è dialogo con questo mondo
  • la razionalizzazione è chiusura rispetto al mondo

Homo demens

Allontanandosi dal contesto, la razionalizzazione si chiude in un’ idea predominante che diventa dottrina, ideologia delirante, in riferimento alla quale tutto è permesso.

La razionalità, quindi, viene perduta a favore di una follia, tuttavia, coerente, logica e ancor più forte per l’alto grado di coinvolgimento emozionale che riesce a produrre.

Quando ciò accade, è allora che:

“homo troppo sapiens”, dopo aver prodotto faber, diventa demens

Questa è la reale condizione umana, non l’asettica razionalità.

Le disfunzioni deliranti fanno parte della complessità dell’identità umana così come la stessa razionalità, e se ciò dà all’uomo prodigiose possibilità di scoperta e di invenzione, nello stesso tempo, determina enormi rischi di errori, d’illusioni e follia.

Non aver compreso questo, ha portato l’uomo a vivere una condizione esistenziale di profonda crisi.

Homo complexus

Nondimeno, razionalità e follia non costituiscono gli unici caratteri che delineano e caratterizzano l’identità umana.

Accanto a queste c’è l’ immaginario che libera dai vincoli dello spazio e del tempo e, insieme allo stato estetico e allo stato poetico, vivificano la vita, quella concreta, materiale, quotidiana, dandole linfa e vigore.
Non si tratta di sovrastrutture, bensì di condizioni esistenziali, nelle quali siamo più vicini alla comprensione della nostra stessa identità.

Eppure la nostra identità ci sfuggirà sempre:
“se homo è nello stesso tempo sapiens e demens, affettivo, ludico, immaginario, poetico, prosaico, se è un animale isterico posseduto dai suoi sogni e tuttavia capace di oggettività, di calcolo, di razionalità, è perché è homo complexus“.

Questa complessità della realtà umana è tale che, probabilmente, non saremo mai in grado di comprenderla a fondo, e infatti delle tante caratteristiche dell’ identità umana che potremmo enucleare, infinite solo quelle che possiamo immaginare esistano, in quanto prodotte dall’intersecazione di una o più di queste: sfumature sfuggenti che portano la razionalità a diventare non ancora follia e mai né l’una né l’altra.

Il rumore di fondo del cervello, come dice Morin, è il prato infinito dal quale possiamo cogliere infiniti fiori o infinite pietre, e ciò che spinge a questa o quella scelta proviene da una complessità di sorgenti e spinte che non consentono descrizioni o analisi definite e definitive.

L’identità planetaria

Riflettere sull’identità umana, riferita ad una singola esistenza, ci fa anche comprendere che la connessione esistenziale che si stabilisce immediatamente con l’altro da sé determina ulteriori piani di comprensione che non possono essere trascurati:

L’identità individuale si completa quindi nell’identità sociale, storica, sino a quella planetaria.

L’uomo è ciò che è per l’interazione che continuamente ha stabilito e stabilisce con l’altro nella contiguità spazio-temporale, ma anche nella discontinuità spazio-temporale.

L’interazione è forte e presente anche a distanza di millenni o di migliaia di chilometri perché la globalità dell’ esistenza interagisce e determina e si modifica al di là delle coordinate spazio-temporali.

Il prodotto di questa interazione, che integra gli individui nella complessità sociale e condiziona lo sviluppo delle loro complessità individuali, può essere definita come cultura, noosfera:
fonte generatrice/rigeneratrice della complessità delle società umane.

Il quadrimotore

Il darsi nel tempo dell’umanità ha determinato un vissuto che ci ha mostrato percorsi diversamente caratterizzati.
Attraverso la storia umana abbiamo visto l’accaduto come il prodotto dell’uomo inteso sia come

sapiens, faber o demens

“la storia è un vero e proprio disgelo che ha liberato in modo caotico le potenzialità razionali, tecniche, economiche, immaginarie, creatrici, estetiche, ludiche, poetiche di homo sapiens-demens”

Tra queste potenzialità razionali, una forza agente veramente dirompente che ha determinato un passaggio evolutivo fondamentale per la fisionomia stessa dell’epoca moderna è costituita dalla tecnica:

Morin la definisce come uno dei componenti del quadrimotore che spinge la marcia della storia e cioè:

scienza , tecnica, industria e profitto.

Dobbiamo riflettere, tuttavia, su quali sono stati i motivi che hanno determinato lo sviluppo tecnico, quali le ispirazioni e le spinte che hanno prodotto i folgoranti progressi della tecnoscienza.

Folgoranti processi che però “hanno aperto la possibilità di realizzare l’annientamento dell’umanità”.

Progresso e regresso

Allorquando la tecnica è stata posta al servizio della macchina sociale, non solo per immediate finalità di utilità e migliore organizzazione, ma soprattutto quale mezzo per l’affermazione di una volontà di potenza, fatta propria da questo o quell’altro gruppo o ideologia o settore sociale, in quel momento, essa ha aumentato la sua potenza per soddisfare la volontà di potere e di dominio sino a porsi al servizio della stessa follia.

E questo ci fa essere consapevoli che, ormai, non siamo più immersi in una progressione lineare e pacifica.

Il progresso, inteso come motore dell’incivilimento, ha perso tale caratteristica nel momento in cui è stato inteso come sinonimo di progresso tecnologico.

E tuttavia è ormai evidente che i progressi tecnici ed economici non sono una garanzia di progresso intellettuale ed etico.

La storia, invece, gioca un doppio gioco, determinandosi in una dialogica tra progresso e regresso, civiltà e barbarie, complessità e distruzione, disorganizzazione e riorganizzazione.

La prima elica del progresso

Questa dialettica costituisce la storia dell’umanità che:
è una sorprendente, oscura, ignobile gloriosa avventura e non possiamo dirci dove ci porterà.
Sta a noi che cerchiamo di capirne il senso cercare anche di indicare i percorsi giusti per fare in modo che prevalga il positivo sul negativo, la costruzione sulla distruzione.

Lo sviluppo irrefrenabile che si determinò a partire dal Sedicesimo secolo costituisce la prima elica dell’era planetaria quando cioè la civiltà si globalizza per mezzo della spinta delle conquiste delle guerre e delle grandi migrazioni.

Il soggetto promotore di questa Era, è stato l’Occidente che, per mezzo dell’industrializzazione, nel diciannovesimo secolo, ha prevalso in maniera schiacciante determinando una vera e propria colonizzazione.

La smobilitazione degli imperi coloniali ha poi contribuito a complessificare la situazione geopolitica sino alla nuova fase che si è aperta dopo il 1989 e che fa dei termini: mondializzazione e globalizzazione, il focus della situazione reale ed hanno determinato la nascita di una nuova macchina:
un nuovo Leviatano di carattere planetario.

La seconda elica

Ma c’è un’altra elica che muove il mondo e l’umanità nel suo incedere nel tempo, è una seconda elica, completamente antagonista alla prima e che sviluppa le potenzialità universali dell’umanesimo europeo, che si attualizzano nell’ affermazione dei diritti dell’uomo, del diritto dei popoli a disporre di se stessi, delle idee di libertà, uguaglianza, fraternità, del valore universale della democrazia.

Questa seconda mondializzazione si è messa in moto a partire dagli anni Sessanta del Ventesimo secolo.

Anche qui, alla base della dialogica tra le due mondializzazioni, c’è sapiens e demens che animano e fanno più forte ora l’una ora l’altra elica del movimento:

“l’avvenire si giocherà nella dialogica tra la prima elica, ormai dominata dal quadrimotore e la seconda, animata dalle idee di universalismo e di solidarietà”.

La coscienza del rischio

Il quadrimotore che spinge il mondo è costituito dalla scienza, dalla tecnica, dall’ industria e dal capitalismo: un quadrimotore potente, folle, che sta determinando situazioni tali di crisi tanto da poter affermare:
l’umanità non riesce più a partorire l’umanità“, anzi rischia di alimentare un caos sempre più ingovernabile che può soltanto distruggerla.

“Se Dio gioca a farci paura, c’è riuscito” scrive Morin, ma se vogliamo evitare che il vascello spaziale Terra diventi un Titanic dobbiamo prendere coscienza del rischio.

Soltanto la consapevolezza della possibile perdita può innescare la seconda elica e farla diventare un motore proficuo per l’avvenire dell’umanità.

Molto spesso la nostra mente, la nostra razionalità, prigioniera di una logica disgiuntiva e chiusa, non può comprendere la complessità dell’era planetaria, dell’umano, della vita e quindi non riesce più a controllare i processi che produce.

La soluzione a questa condizione di crisi verrà non da un aumento del potere della mente, ma da un aumento della sua pertinenza che si determinerà quando anziché essere il demiurgo del quadrimotore che spinge il vascello spaziale Terra, ne diventerà il pilota.

La macchina non banale

Per poter realizzare tale condizione, per potere effettivamente guidare il vascello Terra, occorre, tuttavia, che la mente, la più alta espressione dell’esser uomo perché punto di incontro e sintesi tra la sfera biologica e quella culturale autoprodotta, possa essere libera.

Ma che senso ha parlare di libertà in un tutto correlato e quindi scambievolmente determinato da rapporti e intersecazioni, di influenze e condizionamenti?

Per poter uscire dall’impasse, Morin risponde con due concetti che costituiscono il nucleo della sua riflessione sull’identità umana:

  • L’autonomia dipendente
  • L’uomo quale macchina non banale

“La nostra coscienza è una piccola fiamma vacillante – scrive Morin – e sebbene suscettibile di farsi ingannare dalla falsa coscienza, resta pur sempre il lumino di cui dispone la nostra esistenza sonnambula”.

Noi viviamo ora come risvegliati ora come sonnambuli.

La coscienza e le polidipendenze

E dunque è la coscienza che ci fa distinguere dagli altri viventi e ci rende consapevoli del nostro essere
macchine non banali.

Noi siamo e agiamo, dunque, non come esseri liberi, ma come condizionati e determinati:
siamo agiti quando crediamo di agire e, tuttavia, ciò che ci ha determinato costituisce anche ciò che ci ha reso liberi.

Per comprendere ciò dobbiamo riferirci proprio al concetto di autonomia dipendente:

le polidipendenze diventano esse stesse condizioni di autonomia e questo perché c’è una continua interazione tra di esse tale che riescono a generare una condizione ulteriore, una condizione di autonomia dipendente, ma non per questo meno importante perché l’attributo dipendente non implica un ottuso determinismo, ma solo una relazione significante e relazionale tra tutti i piani della complessa realtà umana.

Il polisoftware genetico e la coscienza

La macchina banale è quella che risponde alle informazioni che le diamo in maniera prevedibile e nota.
L’uomo non risponde in maniera additiva alle sue determinazioni biologiche, sociali e culturali.

Ne è intrinsecamente costituito, ma la poliformità e molteplicità delle interazioni possibili delle stesse dipendenze, determina di fatto una sorta di polisoftware genetico, che ci fa sfuggire, superare la banalità.

L’uomo spesso resiste ai suoi condizionamenti, può condizionare i suoi stessi condizionamenti modificando la sua cultura, la società a cui appartiene.
L’uomo è capace di atti di evasione e di resistenza e questo lo rende non banale.

Siamo posseduti dai nostri geni, dalla nostra cultura, dai nostri dei, dalle nostre idee, dai nostri amori, ma, in un certo senso, possiamo prendere possesso di ciò che ci possiede.

Se siamo abitati dalla vita, determiniamo la vita stessa con la coscienza.

Ci riappropriamo del nostro destino, delle nostre possessioni e le dominiamo comprendendole e accade così che
“in molteplici giochi siamo giocati, giocattoli , ma nello stesso tempo giocatori”.

Ominizzazione e umanizzazione

Nonostante ogni possibile sforzo di comprensione che l’uomo fa su stesso, per poter essere attore del suo destino, per poter essere giocatore e non solo giocato, l’identità umana rimane comunque un mistero.

Ma si badi non è questa una resa, una sconfitta, ma soltanto il riconoscimento della complessità di una realtà che sempre ci sfugge, ma soprattutto che deve sfuggirci.

Nel momento in cui imbrigliamo l’umanità in categorie o classificazioni, la snaturiamo, la tradiamo, ne portiamo sul tavolo le spoglie ben altro dalla vita

Il traguardo raggiunto dalla volontà di comprendere è paradossalmente un rafforzamento del mistero.

La conoscenza deve riscoprire l’ignoranza, ma non un’ignoranza arrogante e inconsapevole, bensì un’ignoranza che nasce dalla conoscenza che si sa ignorante e che fa
“situare l’ umano nel suo mistero e situare il mistero nella sua umanità”.

Questo ci consentirà di scegliere il destino dell’umanità e forse ciò che seguirà a questa nostra incerta agonia planetaria, potrà effettivamente realizzare il superamento dell’ominizzazione e il reale darsi nel tempo del processo di umanizzazione.

  • Contenuti protetti da Creative Commons
  • Feed RSS
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Facebook
  • Segnala su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
Progetto "Campus Virtuale" dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, realizzato con il cofinanziamento dell'Unione europea. Asse V - Società dell'informazione - Obiettivo Operativo 5.1 e-Government ed e-Inclusion