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Maria Di Domenico » 9.Hans Jonas e il principio responsabilità


Jonas: Il principio responsabilità

Per Hans Jonas la responsabilità costituisce il principio cardine dell’etica.

Il pensiero ambientalista, che ha trovato la sua fondazione filosofica nel Principio responsabilità, si è impresso nella coscienza generale.

Chiunque sia ben intenzionato sente il dovere di aderirvi (…) La grande adesione formale al principio della responsabilità ambientale è presente.

La responsabilità rappresenta, infatti, la consapevole assunzione di motivazioni, scaturite da valutazioni circa l’esito, le conseguenze dell’agire, rese necessarie in ragione dell’eccedenza di potere, che l’uomo ha, ormai, conquistato.

L’attenzione etica alle conseguenze coinvolge e riguarda non solo la contemporaneità dei rapporti interpersonali, ma, in un allargamento della qualificazione morale, in senso non solo spaziale, anche la rilevanza etica del non ancora, del futuro, del possibile futuro dell’umanità.

Hans Jonas. Fonte: Alcoberro

Hans Jonas. Fonte: Alcoberro


Una nuova etica

E il futuro, inteso sia come luogo dell’effetto immediato dell’azione sia come possibilità della determinazione dell’esserci delle generazioni future, rappresenta la dimensione privilegiata dell’etica per la civiltà tecnologica, un’etica per il futuro dell’uomo, proposta da Hans Jonas.

C’è bisogno, dunque, per Jonas, di proporre una nuova etica, quale etica del futuro, fondata sul principio responsabilità che operi una riflessione sulla mutata natura dell’agire umano, al fine di evitare sia l’assunto scientista della prevalenza del valore strumentale di una parte dell’esserci per una valorazione esclusiva dell’esserci-uomo, sia l’ottimistica convinzione sulla capacità avvalorante dell’uomo nell’individuazione del valore bene.

Per realizzare ciò, Jonas sottolinea la necessità di chiarire, mediante un confronto analitico, le caratteristiche che l’etica nuova deve assumere rispetto all’etica tradizionale, ormai inefficace nei confronti delle mutate condizioni dell’agire umano.

Confronto con l’etica tradizionale

La prima diversificazione, che Jonas sottolinea, è nell’evidente qualificazione dell’etica tradizionale come etica dell’intenzione e dell’etica nuova come etica della responsabilità.

  • Nella prima v’è un’attenzione avvalorante alla motivazione dell’agire;
  • Nella seconda è presente una considerazione prevalente del valore etico o non etico delle conseguenze.

Nondimeno se l’etica tradizionale si limitava alla considerazione della sfera dell’intenzione, quale elemento discriminante per la valutazione dell’agire etico, ciò era dovuto sia a condizioni oggettive diverse, in cui l’uomo si trovava ad agire, sia a convinzioni, ormai radicate, maturate da elaborazioni filosofiche, che costituivano lo sfondo valoriale di riferimento per l’azione.

Jonas pone l’accento, infatti, su tre parametri concettuali, considerati quali punti nodali dell’etica tradizionale:

  • la convinzione di avere di fronte una natura immutabile;
  • la considerazione dell’agire umano come circoscritto;
  • la certezza del valore “bene”.

Confronto con l’etica tradizionale (segue)

Nell’etica tradizionale era prevalente l’idea dell’esistenza di un equilibrio tra uomo e natura e la considerazione di un agire umano come circoscritto e quindi l’uomo veniva considerato come incapace di porre in pericolo la natura proprio per la sua intrinseca forza autorigenerante.

L’etica tradizionale comporta, pertanto, una forma di responsabilità che si limita all’imputazione dell’azione, all’individuazione dell’agente che determina, con le sue scelte, un’azione eticamente rilevante in un universo spazialmente e temporalmente circoscritto.

Si tratta di un universo morale, limitato al rapporto tra coscienze che si determina in una contemporaneità prevalente e non prevede responsabilità per conseguenze involontarie di un atto ben intenzionato.

Nondimeno oggi, la prossimità dei fini dell’agire etico, l’assenza di previsione e la considerazione dell’universalità del bene, la certezza del valore bene che accompagnano e fanno da sfondo alla etica tradizionale non sono più sufficienti.

Oggi, di fatto, viene modificato, nella sua complessità, proprio il rapporto uomo-natura.

L’equilibrio è, definitivamente, compromesso nel momento in cui l’agire umano irrompe nel non umano e la dimensione umana diventa sempre più produzione di una dimensione artificiale a prescindere e a scapito di quella naturale.

Oggi non è più possibile ignorare se ciò che segue l’azione sia un bene o un male per l’umanità.

Volere e sapere

Nell’etica tradizionale il valore era del volere, nell’etica nuova è necessario dare valore anche al sapere, alla conoscenza di tutto quello che può essere determinato dalla scelta e, dunque, la responsabilità va ad acquisire nuove dimensioni, si colloca spazialmente e temporalmente su piani diversificati, eppure tutti egualmente validi, per la considerazione etica dell’agire.

La civiltà tecnologica impone, dunque, nuovi paradigmi interpretativi, dai quali far scaturire un’ etica nuova.

Sapere e Morale

La conoscenza dell’interrelazione polis-natura costituisce, per Jonas, un momento indispensabile del processo di determinazione della motivazione dell’agire.

Occorre sapere come si determina e si svolge il rapporto natura-umana natura-non umana per assumere consapevolmente le motivazioni etiche per la scelta:

sapere e morale diventano, in tal modo, un binomio inscindibile.

Il sapere, al quale Jonas si riferisce, non si limita alla ricognizione conoscitiva della situazione contingente, ma considera nel suo orizzonte, come suo oggetto, le possibili conseguenze, elabora, cioè, un’ipotesi complessiva sulle conseguenze dell’azione.

Si tratta di un sapere, che Jonas definisce predittivo, necessario per fare in modo che la scelta della motivazione all’agire si determini, non solo in riferimento alle immediate conseguenze, ma sia tale da includere, nel suo ambito valoriale, il futuro.

Massimizzare il sapere relativo alle conseguenze del nostro agire, con riferimento a come esse possano determinare o mettere a repentaglio il futuro destino dell’umanità, consente di porsi in maniera prospettica differente, rispetto all’etica tradizionale, per la quale l’agire deve rispondere, invece, ad un imperativo oltre le conseguenze e a prescindere dalle conseguenze.

Un nuovo imperativo etico

Al posto dell’imperativo categorico su cui si fonda l’etica tradizionale (kantiana), viene così innalzato a dignità etica l’imperativo ipotetico:

se vuoi che ci sia un futuro per l’umanità, agisci in modo tale da crearne le condizioni possibili.

Le principali caratteristiche dell’etica kantiana:

La razionalità autoreferente, la dimensione del presente,

il piano dell’intersoggettività, quale luogo dell’agire etico, la soggettività dell’autodeterminazione, vengono considerate, da Jonas, come limiti alla possibilità della fondazione di un’etica che dia risposte alla mutata condizione dell’agire umano.

La massima kantiana “agisci in modo che la massima delle tue azioni possa valere come legge universale” diventa una vaga formula, incapace di condurre, effettivamente, all’agire etico e dunque un nuovo imperativo si pone per il soggetto etico:

includi nella tua scelta attuale l’integrità futura dell’uomo come oggetto della tua volontà“.

La nuova etica

Altre diventano, in definitiva, le caratteristiche dell’etica:

  • la responsabilità è intesa, in maniera oggettiva, come coerenza con l’eticità delle conseguenze
  • l’orizzonte temporale prevalente è il futuro, quale piano dell’esistenza possibile

e al fine di rendere attuabile tutto ciò:

  • è vincolante la necessità di elaborare un sapere indispensabile alla consapevolezza delle motivazioni dell’agire.

L’ideale baconiano

L’affermazione di Jonas del valore, per la morale, del sapere, non solo costituisce un punto focale che lo differenzia dall’etica kantiana, ma lo pone in una posizione fortemente critica rispetto all’ ideale baconiano di una scienza considerata come conquista della ragione, potere, che l’umanità ha il compito di accrescere per garantire il progresso e quindi la possibilità di un completo dominio sulla realtà.

Tuttavia la scienza e soprattutto la tecnica, nate da quell’ ideale, hanno trasformato, come dice Jonas, tutte le possibili “promesse” di progresso, in “minacce” di distruzione per l’umanità e, dunque, si rende necessaria una riconsiderazione filosofica del loro paradigma, al fine di porre la conoscenza nell’orizzonte valoriale dell’etica.

La conoscenza, per Jonas, non deve soltanto aumentare il potere, ma deve dirigerlo ad una finalità etica.

L’idea del male

“Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”.

Di qui la necessità di elaborare un Tractatus technologico-ethicus, così come Jonas definisce la sua opera, al fine di riconsiderare il tipo di paradigma gnoseologico più utile alla scienza stessa, ma, nello stesso tempo, tale che il potere euristico non si trasformi in volontà di dominio.

Per realizzare ciò la riflessione filosofica avrà come compito quello di trovare un fondamento per un’etica vincolante e la scienza avrà quello di elaborare una futurologia comparata, fondata sul sapere predittivo a partire dalla considerazione della possibilità del male.

Il male, quale orizzonte possibile per l’uomo, deve essere sempre connesso all’idea del nostro potere: è nell’ambito delle nostre possibilità, oggi più che in altri momenti della nostra storia, la realizzazione del male e dunque:

la teoria etica ha bisogno dell’idea del male come di quella del bene.

L’euristica della paura

La consapevolezza che il male possa mettere in pericolo la stessa vita dell’umanità ci deve indurre ad elaborare quella che Jonas definisce come un’euristica della paura, al fine di ispirare le nostre scelte in modo che non si possa mai porre, quale posta in gioco della scommessa dell’agire, l’ esistenza delle generazioni future e dunque l’esistenza dell’umanità

La posta in gioco possibile dell’agire umano non dovrà coinvolgere l’esistenza dell’umanità perché la posta in gioco reale è il futuro dell’esistenza umana.

Solo quando il potere sarà congiunto a ragione, quando, cioè, alle potenzialità dell’homo faber si accompagnerà la capacità di rielaborare le motivazioni dell’agire, sostituendo alla speranza che il bene si compia, la paura che si compia il male, si realizzerà un’euristica della paura che si trasformerà in un imperativo, inteso come cura dell’ altro, come attenzione, responsabilità nella tutela dell’integrità dell’altro.

Il dovere, l’obbligazione morale è un dovere verso l’esserci, ma è anche e soprattutto un dovere verso l’essere-in un determinato modo.

Una dottrina dell’uomo

Ed è questo spostamento di prospettiva che induce Jonas a considerazioni tali da portarlo ad elaborare una dottrina dell’uomo che guadagna la dimensione metafisica, quale unico suo orizzonte possibile

La dottrina dell’uomo diventa, infatti, un prerequisito per la fondazione di un’etica del futuro.

Come tale essa dirà: cosa sia il bene dal punto di vista dell’uomo, che cosa egli debba essere, che cosa sia secondo la sua natura, che cosa gli giovi, ma con ciò anche che cosa non debba essere, che cosa lo sminuisca o snaturi.

La conoscenza del cammino, nel tempo, dell’umanità ci consente, dunque, la consapevolezza del suo valore e del limite necessario affinché tale cammino possa continuare nel futuro, tuttavia non può darci indicazioni su quale debba essere il futuro da garantire all’umanità, nulla ci può dire su quale possa e debba essere il fine etico e dunque il bene da realizzare in questo percorso nel tempo, perché non basta che ci sia un’umanità, ma occorre che ci sia in un determinato modo, come umanità responsabile

La metafisica

E’ dunque nella metafisica che va ricercato che cosa sia il bene.

Il sapere ontologico della metafisica è l’unico in grado di rivelarci il fondamento di quanto è veramente umano e del dover essere dell’uomo.

Solo la metafisica, per Jonas, è in grado di darci ragioni per cui l’umanità ci debba essere e ragioni per “come” l’umanità ci debba essere.

La teoria della responsabilità

A differenza di Passmore, il cui impegno teoretico non è nel fondare la responsabilità, ma nel contribuire a renderla dominante nella cultura contemporanea a partire da quelle “tradizioni minoritarie che attribuiscono all’uomo una certa responsabilità nei confronti della natura“, Jonas, è dal come dell’esistenza dell’umanità, che vuole dedurre la teoria della responsabilità.

La responsabilità è, per Jonas, principio proprio perché ha una connotazione metafisica.

E’ un oggetto ontologico, costituisce la caratteristica che distingue l’uomo dagli altri viventi, è connessa all’esser uomo, all’essenza, al suo più profondo modo d’essere: “è la caratteristica distintiva e decisiva dell’essenza dell’uomo nella sua costituzione ontologica“.

La teoria della responsabilità

La responsabilità ci obbliga ad essere responsabili e a fare in modo che se ne garantisca la permanenza della sua presenza nel mondo. L’essere-così, l’essere-in un determinato modo è, dunque, la capacità di essere responsabili, di essere capaci di esercitare la responsabilità.

L’obbligazione morale, il dovere etico fondamentale è che:
un’umanità ci sia e che possa essere nella condizione di essere responsabile.

La teoria della responsabilità (segue)

Rendere impossibile ai posteri il loro dover essere è l’autentico crimine.

Fondata ontologicamente la responsabilità, Jonas può, così, descriverla nella sua fenomenologia in modo che ci possa convincere, definitivamente, della sua peculiarità rispetto alla semplice imputazione causale dell’agire o alla responsabilità soggettiva dell’intenzione.

La responsabilità è parte dell’essere che è il bene. Il bene è ciò che vale a partire da se stesso e che viene, nello stesso tempo, riconosciuto come valore e quindi come dover essere.

Responsabilità significa dover-essere dell’oggetto e dover-fare per il soggetto: è una tensione deontologica che l’uomo riscopre in sé in vista della realizzazione di una finalità:

la concretizzazione del bene e dunque dell’esserci e dell’essere-in un determinato modo, cioé, responsabili.

La teoria della responsabilità (segue)

Il primo oggetto dell’agire responsabile è l’esistenza, la responsabilità primaria dell’esser uomo è che ci sia un futuro, non vago, però, nel quale sia possibile riappropriarsi, con consapevolezza, del nostro esser-così come essere-responsabili.

Jonas definisce la responsabilità come totale, continua e riferita essenzialmente al futuro.

La teoria della responsabilità (segue)

Solo l’uomo può essere responsabile.

Solo l’uomo, tra gli altri esseri viventi, ha questa caratteristica che lo pone in una ipotetica scala gerarchica, ad assumere una preminenza che è preminenza di valore rispetto alla biosfera nella sua complessità e poliformità fenomenica.

Solo l’uomo, quale unico essere vivente in grado di essere responsabile e quindi di essere un soggetto etico, ha una centralità e superiorità anche nella stessa consapevolezza delle sue possibilità rispetto agli altri esseri.

Tuttavia è evidente la necessità di superare l’antropocentrismo, inteso come egoismo della specie (specismo), come affermazione della superiorità dei diritti umani su quelli del resto del mondo vitale perché ciò costituisce una minaccia per l’equilibrio simbiotico tra le forme viventi.

La centralità dell’esistenza umana, del valore precipuo che tale esistenza ha nell’ambito della biosfera e dell’ecosistema, non significa la svalutazione delle altre forme di vita.

La teoria della responsabilità (segue)

Se è pur vero che l’uomo è l’unico soggetto di responsabilità, l’unico possibile soggetto etico, egli deve comprendere la propria umanità come naturalità: la natura comprende l’uomo, l’uomo è la natura.

La comunanza di destini dell’uomo e della natura fa della natura non più qualcosa di eterogeneo o di inferiore all’uomo, ma come sua dimora cosmica, è la condizione che ne consente la determinazione fenomenica, diventa il presupposto ineludibile per l’esercizio dell’eticità e dunque per il definitivo superamento di un banale antropocentrismo.

La natura, intesa come il non umano, fagocitato dall’azione dell’homo faber, non ha una capacità autorigenerante così come si credeva nel passato, o meglio, tale capacità è stata messa in crisi dal potere dell’uomo che va perciò contemperato e disciplinato, mediante un percorso nella consapevolezza e nell’ autoeducazione, anche a costo del sacrificio di una parte della propria libertà del volere.

La teoria della responsabilità (segue)

Dare ragioni filosofiche, fondare il dover essere significa, per Jonas, attuare un processo di valorazione che, necessariamente, farà riferimento all’essere come bene e, dunque, come tale, l’essere è il bene e il bene è il valore fondato nell’essere, quale dover essere, che chiama all’azione etica, che fa anteporre, agli scopi individuali, lo scopo come finalità etica, come possibilità dell’attuazione dell’esserci come bene: unica strada per realizzare il progresso morale.

Note di approfondimento

H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, curato da P. P. Portinaro, Biblioteca Einaudi 2002.

I materiali di supporto della lezione

Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica curato da P.P. Portinaro, Biblioteca Einaudi 2002.

Das Prinzip Verantwortung Versuch einer Ethik für die Technologische Zivilisation Frankfurt/M., 1979.

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