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Maria Di Domenico » 8.John Passmore e la responsabilità per la natura


Una teoria antropocentrata: J. Passmore

Nel 1974 venne pubblicato il libro di John Passmore: Man’s Responsibility for Nature.

Il libro di Passmore ha avuto una particolare importanza per la maturazione del dibattito sull’etica ambientale.

Passmore non progetta la fondazione di un’etica “nuova”, ma propone una riconsiderazione più attenta della civiltà occidentale, dei valori che essa esprime, al fine di ritrovare nel suo paradigma valoriale e non contro questo, una proposta risolutiva, eticamente risolutiva, della condizione di crisi che l’uomo vive.

La civiltà occidentale ha prodotto, nel corso della sua storia, differenti modalità di riferimento al naturale per Passmore, è necessario conoscere queste modalità al fine di comprendere non solo le possibili negatività, pur scaturite da quelle valutazioni, ma anche quanto di importante e positivo si è già dato per l’incivilimento dell’umanità.

John Passmore.Fonte: National Libary of Australia

John Passmore.Fonte: National Libary of Australia


Il valore della cultura occidentale

Occorre confutare l’interpretazione secondo la quale “l’occidente ha imparato dalla Genesi a essere assolutamente dispotico, totalmente irresponsabile nel suo comportamento nei confronti della natura“.

Passmore, pertanto, conduce la sua riflessione critica sulla tradizione occidentale non per trovare, in essa, aspetti e valutazioni che avessero, in qualche modo indotto e condotto alla crisi ecologica, ma la ripercorre solo per dimostrare la valenza della scelta dei suoi riferimenti valoriali che, ancora oggi, va condivisa e perseguita.

Dalla sua analisi ricava la convinzione che le tradizioni dell’Occidente sono molto più ricche, diversificate e flessibili di quanto i suoi critici siano disposti ad ammettere ed è all’interno di questa flessibilità e ricchezza che va ricercato il percorso che l’umanità deve fare per proseguire nell’incivilimento.

Nondimeno, è necessaria una partecipata e consapevole analisi dei paradigmi concettuali, fondanti e caratterizzanti la cultura occidentale, al fine proprio di mostrarne la validità e, nello stesso tempo, la possibilità di una rilettura, in termini meglio rispondenti alle attuali esigenze ecologiche.

L’uomo despota

Il primo modello concettuale, ad essere esaminato, è quello dell’uomo despota: paradigma fondamentale della storia dell’umanità, che ricorre già nella Genesi e che, tra l’altro, costituisce uno degli atteggiamenti ritenuti responsabili della scissione tra natura e uomo, causa, quindi, della crisi ecologica.

Passmore ritiene, innanzi tutto, che il comportamento dispotico, da parte dell’uomo, abbia origini non tanto nella tradizione giudaico-cristiana, come è comune convinzione, quanto in quella greco-cristiana, a causa di una maggiore accentuazione, da parte della filosofia stoica, di una visione antropocentrica rispetto al modello teocentrico, presente, invece, nella tradizione giudaica.

L’uomo despota (segue)

Il modello dell’uomo despota si è arricchito, inoltre, di considerazioni più raffinate, per mezzo delle teorizzazioni di Kant, Marx fino a Darwin, Spencer, e Freud, per il quale, ricorda Passmore, l’ideale della condotta umana è proprio un’alleanza di tutta la comunità nella lotta contro la natura.

Passmore intravede, tuttavia, altri due modelli di comportamento e di atteggiamento dell’uomo verso la natura che, in effetti, costituiscono il risultato del perfezionamento e incivilimento dell’ uomo che va a riprendere tendenze, pur presenti da tempo, e le sviluppa perché più rispondenti ad esigenze, ormai, divenute pressanti.

L’uomo despota diventa, infatti, l’Amministratore e il Cooperatore della natura.

I rottami

La tradizione occidentale non va, dunque, rifiutata, ma riesaminata, rielaborata, afferma Passmore, al fine di eliminarne i rottami, le sciocchezze che hanno, sin qui, intralciato le azioni efficaci ed infatti Il titolo della terza parte della sua opera è proprio Le tradizioni riesaminate.
Il primo rottame da eliminare è:
l’idea che il misticismo ci può salvare quando non lo può la tecnologia.
Non è possibile abbandonare, in definitiva, la scienza per il misticismo o per l’altro rottame, di cui dobbiamo liberarci:

l’idea di una sacralità della natura.

Considerare la natura come una vita misteriosa, da venerare, a cui sottomettersi, non ci dà alcun vantaggio per la comprensione e risoluzione dei problemi ecologici.

La scienza – conclude – al contrario, trasforma i misteri in problemi a cui cerca di dare una risposta“.

In definitiva, per Passmore, gli uomini, e solo loro, sono capaci di incivilire il mondo:

questa è la loro più grande responsabilità nei confronti dei loro simili.

L’eticamente significante

Un’etica nuova non ha dunque senso se con questa si pensa ad un’etica che ponga alla base principi o ontologicamente fondati o frutto dell’attività differenziante dell’uomo, completamente diversi, se non opposti, a quelli che, sin qui, l’umanità ha individuato.

Il vissuto modifica la ricezione di questi principi nell’individuazione delle motivazioni dell’agire e l’arricchisce di nuove potenzialità significanti, da sempre già in essi presenti, che solo una più acuita capacità d’ascolto, da parte dell’uomo, dell’eticamente rilevante fa avvertire.

Non si tratta soltanto di un adeguamento di norme, necessarie e diverse, come suggerisce Passmore, è una questione di accento, di prevalenza di modalità di senso, di capacità di sentire ciò che prevale nell’eticamente significante, oggi, forse più che in altre circostanze.

Un rischio, come lo stesso Passmore aveva indicato, è nel porsi all’ascolto mediante una modalità misticheggiante che potrebbe condurre ad una sorta di inazione contemplante, causa di uno sterile atteggiamento di indifferenza etica.

L’edonismo utilitaristico

D’altra parte, anche Passmore, è indotto a considerare la possibilità di una svolta, della necessità di un atteggiamento veramente nuovo, che potrebbe essere suggerito non solo dalla ricezione della razionalità della cultura occidentale quanto anche da una modalità più sensuale, da seguire nel riferirsi alla natura.

La svolta meno razionalistica che Passmore invita a fare è, comunque, frutto di una scelta ragionata e limitata nei confini di un atteggiamento utilitaristico.

L’atteggiamento sensuale è auspicabile soltanto perché non mette in crisi la razionalità di fondo dell’approccio scientista in quanto rientra in una considerazione pur sempre riflessa sul naturale, ma che ci indurrebbe anche a toccarlo, ad annusarlo, a sentirne il sapore, al fine di acuire una sensibilità che, in questo modo, sarebbe da sprone ad un’ulteriore considerazione razionale del rapporto uomo-natura.

L’edonismo utilitaristico (segue)

In definitiva, quando Passmore afferma che solo se gli uomini imparano a guardare il mondo con sensualità potranno poi averne cura, non sta affermando una prevalenza di atteggiamento partecipativo, di tipo olistico o semplicemente misticheggiante, propone un edonismo utilitaristico, fonte di una più consapevole responsabilità per la natura, sempre mediante i paradigmi concettuali propri della tradizione scientifica e tecnologica, che l’Occidente ha prodotto.

Nondimeno, a conclusione dell’Appendice alla sua opera maggiore, aggiunta qualche anno dopo, Passmore sente l’esigenza di mostrare una più partecipe ed empatica attenzione ai problemi ecologici e quindi afferma:

Il sorgere di nuovi atteggiamenti morali verso la natura è (…) connesso al sorgere di una nuova filosofia della natura.

Questo è l’unico fondamento adeguato di un’efficace sensibilità ecologica.

I materiali di supporto della lezione

J. Passmore,Man's Responsibility for Nature: Ecological Problems and Western Traditions. London: Duckworth, 1974.

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