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Maria Di Domenico » 3.La tecnica il mito del progresso e l'economia


La tecnica come vocazione e destino dell’umanità

Nel processo conoscitivo della scienza moderna il ruolo del soggetto è tale da consentire una sorta di proiezione della stessa soggettività nel mondo.
Il mondo è quello che l’uomo legge, la natura non umana è quella che il soggetto conosce.

Le leggi che regolano i fenomeni sono le leggi che il soggetto ha individuato, portando sul piano ideale-matematico, il fattuale, che viene così spogliato della sua modalità fenomenica e ridotto a pura forma ideale.

Il soggetto della scienza moderna costituisce il piano del conoscibile e ne delimita il confine.

La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

La scienza moderna non è che l’allargamento di tale confine sino a comprendere progettualmente tutto il reale.
La modalità di riferimento del soggetto al mondo, al suo oggetto è tale che può proseguire nella conoscenza facendo a meno della fisicità dell’oggetto stesso.
Può, idealizzando il fattuale, conoscere la realtà, non incontrandola, se non come l’analogo del piano idealizzato.
Lo spazio conoscitivo non è dunque la realtà nella sua fisicità, ma è il piano ideale matematico che lo trasfigura e, nella prassi oggettivante necessaria, lo annulla come oggetto.

La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Anche l’esperimento, nodo cruciale della prassi conoscitiva della scienza moderna, è una sorta di manipolazione della realtà nella sua fisicità al fine di dimostrare l’assunto teoreticamente ipotizzato.

La manipolazione del reale determina la costruzione di strumenti che sono necessari, indispensabili all’osservazione e alla fase sperimentale.

In tal modo, l’indagine diventa, innanzi tutto, indagine tecnica, nel senso di una ricerca volta a perfezionare ed incrementare la disponibilità dello strumento e un suo continuo perfezionamento.

La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Ciò che conta per la tecnica è il fare, il poter fare sempre di più.
Con la tecnica si cerca di ampliare le possibilità del conoscere, mediante un potenziamento degli strumenti necessari a tale scopo.
Parte della stessa realtà diventa dunque strumento per la spiegazione di un’altra parte.
Ciò che vale è ciò che ha valore in quel momento per quell’ambito conoscitivo.
Nella tecnica c’è un’assoluta mancanza di riferimento ad un’idea di totalità significante.

La tecnica finisce per acquisire un valore in se stessa perdendo la sua caratteristica di strumentalità.
La tecnica serve all’uomo per aumentare il suo potere sulla natura.

Uno dei cannocchiali di Galilei. Fonte: Tracce

Uno dei cannocchiali di Galilei. Fonte: Tracce


La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Dal paradigma scientifico moderno, nasce, dunque una tecnica che, ancora oggi, è fine a se stessa, fagocita il senso del mondo e dell’uomo per rispondere al sogno prometeico del domino sul mondo.
La tecnica diventa tecnologia, scienza che si autoalimenta con prospettive sempre nuove e traguardi sempre più ardui.
Come afferma Jonas, la tecnica e quindi la tecnologia costituiscono una vera e propria vocazione dell’umanità.
L’unico fine dell’esistenza umana sembra essere il progredire della civiltà tecnologica.
La tecnica – afferma Jonas – si è trasformata in un illimitato impulso progressivo della specie, nella sua impresa più significativa, il cui incessante superarsi e avanzare verso mete sempre più elevate si è tentato di ravvisare come vocazione dell’uomo e il cui traguardo di dominio sulle cose e sull’uomo stesso appare come l’adempimento della sua destinazione.

La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Da vocazione dell’uomo, la tecnica diventa, oggi, anche il suo destino, ciò che decide del suo futuro.

Homo faber ha definitivamente sostituito homo sapiens.
La tecnica moderna ha costruito la polis.
Il confine tra natura e polis, tra il naturale e l’artificiale, si è andato ad annullare sino alla prevalenza valoriale dell’artificiale, frutto della tecnica, sul naturale.

Naturale e artificiale

Naturale e artificiale


La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Ciò fatto in modo che le promesse della tecnica si trasformassero in minacce.
La tecnica si autoperfeziona per la propria progressione diventando indifferente alla considerazione del rapporto con la totalità dell’esistente.
La sua caratteristica che le ha permesso uno sviluppo notevole è una sua presunta indifferenza etica.
Si pensa che produca strumenti che possono essere indifferentemente usati per azioni etiche e per azioni non etiche.
Quale strumento essa stessa, può sembrare indifferente da un punto di vista etico e quindi essere utile o dannosa se viene usata per conseguire fini positivi o negativi per l’umanità.

La tecnica come vocazione e destino dell’umanità (segue)

Tutto ciò è stato definitivamente sconfessato dall’attuale condizione di crisi che ci ha reso consapevoli che non esistono ambiti dell’agire o del conoscere eticamente indifferenti.
Occorre quindi un ripensamento della tecnica.
La tecnica va ripensata per le sue enormi potenzialità che sono intrinsecamente positive o negative e perché essa partecipa in maniera preponderante a definire e determinare in un modo o in un altro il destino dell’umanità.

Il mito del progresso

Condorcet nell’opera Quadro storico dei progressi dello spirito umano, analizza il percorso che l’umanità ha fatto sino al suo tempo (il Settecento) e lo vede come uno sviluppo verso il meglio, come l’appropriazione di maggiori possibilità date dalla conoscenza, dall’autoconsapevolezza delle proprie possibilità e dalla capacità di porsi, per l’uomo, come l’unico essere che progetta il suo cammino nell’esistenza per renderla sempre più agevole e rispondente alle proprie finalità.

Il progresso è dunque un andare verso il meglio.

Il mito del progresso

La storia del genere umano, infatti, della sola specie umana, è una storia di progresso.
E’ un cammino verso il meglio che sembra non avere crisi o regressi, perché la scienza, che genera le conquiste della tecnica, amplia il suo campo di azione e sembra promettere un futuro sempre migliore per il genere umano.

Nel tempo si è sempre più affermata l’idea che il progresso costituisca la legge della dinamica storica, anzi, l’unica legge possibile.
Non più una storia ciclica è riservata alle vicende umane, ma una storia che ha un’univoca direzione che non ammette ritorni o regressi sia pure momentanei.
L’umanità sembra destinata a progredire.
La conoscenza sposta continuamente i suoi confini e rende l’uomo sempre più consapevole delle sue capacità di realizzare il progresso.

Il mondo nelle nostre mani.Fonte: Legambiente

Il mondo nelle nostre mani.Fonte: Legambiente


Il mito del progresso (segue)

La scienza moderna pone come obiettivo, meta del vivere, quella che Carl Becker definirà come la città terrestre.
Non più la città celeste sarà la meta ambita e ricercata dall’uomo, da conquistare anche al prezzo di una vita di sofferenze, ma la città terrestre, l’aldiquà dell’esistenza.

Porsi domande sullo spirito, sulla vita di uno spirito, pur ipotizzato, sembra fuori dalla portata delle conquiste umane, mentre la res extensa, la natura è il “fondo” da indagare, conoscere e soprattutto da utilizzare per i fini umani e per il progresso umano.
L’uomo non tende più a porsi in una condizione di armonico riferimento al tutto, in una condizione di ascolto del tutto quale orizzonte significante per ogni individualità.
Nel disincanto della ragione, si volge al mondo per aumentare il suo sapere e per accrescere il proprio dominio sul mondo: condizione ineludibile per l’affermazione del suo progresso.

Il mito del progresso (segue)

La ragione, come capacità di conoscere il mondo e di piegarlo ai propri fini, alla realizzazione del proprio progresso inarrestabile è ulteriore motivo di definitivo discrimine tra l’umano e il non umano.
Dal che consegue una valorazione etica solo dell’umano: unico possibile soggetto-oggetto del progresso.
Ma se l’uomo è il soggetto che muove e determina il progresso, se l’uomo è l’attivo che utilizza la natura come il passivo, come il suo ambito d’azione, questa diventa un oggetto, un suo oggetto di cui appropriarsi e di cui far uso.
La strumentalità del non umano impone una sua svalutazione per determinare la fattibilità della tecnica e dunque dell’uso della tecnica per accrescere il potere umano sino a trasformarlo in dominio necessario al progresso.
Oggi, tuttavia, ci rendiamo conto che “Il potere e domino della razza umana sull’universo”, come diceva Bacone, la volontà prometeica, come sostiene Jonas, hanno fatto sì che la speranza di un futuro sempre migliore si trasformasse in paura.

Progresso ed economia

Alla fine del secolo diciannovesimo un ulteriore aspetto viene posto in risalto dal processo di industrializzazione ed è il tema della produzione, che va ad interagire con l’idea di progresso.

Il lavoro come produzione, come motivo di accrescimento della ricchezza, del benessere sociale e, dunque, del progresso delle condizioni di vita dell’umanità va ad intersecarsi con il processo di accumulazione di conoscenze scientifiche e tecnologiche che, sempre più, vengono finalizzate al miglioramento dei rapporti e degli stessi mezzi di produzione.

Progresso ed economia (segue)

Le stesse tematiche della visione di Marx, quale la mercificazione o l’alienazione già, nel XIX secolo, ponevano all’attenzione una possibile critica al mito del progresso, considerato come un processo di involuzione e svalutazione dei rapporti autentici tra uomo e natura.

Progresso ed economia

Progresso ed economia


Progresso ed economia (segue)

Secondo Freud prima e Marcuse poi, il mito del progresso, alimentato dal principio di prestazione a cui ogni uomo deve sottostare se non vuole essere emarginato dalla vita consociata, finirà per portare, secondo la loro visione critica, solo repressione e estraniazione all’uomo.

Il soggetto stesso del progresso non è più ipostaticamente l’uomo, ma diventa questa o quella società con una strutturazione economica che meglio può realizzare un percorso nell’accrescimento.

Progresso, dunque, è inteso come un andare verso il meglio.

La tecnica come strumento per la sua realizzazione.

La tecnologia come dominio della tecnica sulla scienza per un incremento delle possibilità del progresso stesso.

Charlie Chaplin: da Tempi moderni. Fonte: Lablav

Charlie Chaplin: da Tempi moderni. Fonte: Lablav


L’economia

L’ economia capitalistica è la struttura socio-economico-politica che meglio risponde all’idea di un progresso, inteso in senso quantitativo e che costituisce l’altro punto nodale quale radice della crisi ecologica.

Il fine della struttura economica capitalistica si presenta come:

  • una sorta di razionalizzazione della dinamica sociale in vista di un fine che sembra rispondere alle aspettative di progresso dell’umanità, quale l’accrescimento di beni materiali;
  • la migliore possibilità di dare risposte ai bisogni sia quali primari che quelli dell’immaginazione.

Come afferma Marcuse, ne’ L’uomo a una dimensione, la società, figlia dell’economia capitalistica, del mito del progresso, finisce per essere irrazionale: “La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra”.

Il sistema di dominio

La scienza moderna, lo statuto epistemologico del progresso così come la tecnica e la tecnologia determinano il volto della società e dell’interazione globale che oggi è scossa nel suo equilibrio necessario alla persistenza nel tempo.
Tuttavia l’economia finisce per determinare un potere esplicito o latente sulla stessa scienza e sulla stessa tecnica.
Nel loro insieme determinano quello che potremmo definire un sistema, Marcuse direbbe un sistema di dominio.

Il sistema di dominio (segue)

Questo sistema di dominio determina ed approfondisce quella frattura tra umano e non umano, quella crisi noologica che richiede una nuova forma di razionalità.
Non possiamo più sviluppare una tecnologia dominata da una politica asservita al mito di una produttività per un progresso come accrescimento nella quantità.
Occorre riappropriarsi di una razionalità illuminata da una chiarificazione e da un riallineamento epistemico sul senso del valore e del posto dell’uomo nel mondo.

Riallineamento epistemico

Riallineamento epistemico inteso come spostamento di prospettiva per indagare a fondo le cause della crisi ecologica.
Occorre cioè andare a ricercare le ragioni della crisi non solo nell’analisi del rapporto uomo-natura, ma anche e soprattutto del rapporto uomo-uomo, del rapporto intersoggettivo che genera conflitti, prevaricazione in vista proprio del tipo di economia prevalente scelta dalla società occidentale.
L’antagonismo sociale, la competizione la prestazione, per dirla con Marcuse, costituiscono gli elementi caratterizzanti l’economia capitalistica che usa questi atteggiamenti per una produzione sempre maggiore, per un profitto sempre più esteso.
C’è, dunque, nell’accettare il progresso come un mito e nel capitalismo come tipo di economia, una proposta di vita relazionale anti-ecologica.
Come afferma Sam Love, è proprio la priorità assegnata al profitto nella scala gerarchica dei valori che determina lo sfruttamento delle risorse e, nello stesso tempo, degli stessi esseri umani e che può essere superato soltanto mediante la fondazione di una bioetica ambientale che si fondi sul concetto di cura dell’altro.

Note di approfondimento

Esperimento (slide 3): Cartesio prima e Newton poi parlavano di experimentum crucis, l’esperimento che definitivamente dimostrava l’esattezza e la corrispondeva della legge al fenomeno fisico di cui era espressione.

La tecnica (slide 4): Fondamentale è stata la teorizzazione di Martin Heidegger per riflettere sulla tecnica che ha caratterizzato il mondo moderno ma che, come tecnologia, continua a connotare l’epoca attuale
La domanda che egli ha posto alla tecnica è ancora oggi da considerare come un necessario processo di consapevolezza che l’uomo deve attuare rispetto alla razionalità.

  • Cfr. M. HEIDEGGER, La questione della tecnica in Saggi e discorsi, Mursia Milano 1976-80

Carl Becker (slide 14): C. Becker scrive nel 1932, The Heavenly City of the eighteenth Century philosophers, titolo italiano: La città celeste dei filosofi settecenteschi, Napoli 1942. In quest’opera viene posto in risalto come con la nascita della scienza moderna la meta dell’uomo è il progresso delle sue condizioni di vita da realizzare nell’esistenza reale.

Note di approfondimento (segue)

Marx (slide 20): Marx nel Capitale scrive che l’estrema divisone del lavoro propria del modo di produzione dell’industria ha fatto in modo che il progresso tecnico determinasse un regresso nelle condizioni sociali e di vita del lavoratore.

S. Freud (slide 21): Confronta: S. Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971.

Economia capitalista (slide 22): Marx afferma che la produzione capitalistica genera essa stessa la propria negazione con la fatalità che presiede ai fenomeni della natura.

Crisi noologica (slide 25): Crisi della cultura. Crisi dei modelli di organizzazione sociale e politica, crisi delle strutture concettuali e metodologiche del pensare.

I materiali di supporto della lezione

M. Heidegger, La questione della tecnica in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976-80.

C. Becker, La città celeste dei filosofi settecenteschi, traduzione di Umberto Morra. - Napoli : R. Ricciardi, 1945.

S. Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971.

Marx, K., Il Capitale. Critica dell'Economia Politica, Editori Riuniti, Roma, 1964.

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