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Raffaele Sibilio » 13.Comportamento collettivo e movimenti sociali


Cos’è il comportamento collettivo

È una dinamica comportamentale non istituzionalizzata, cioè relativamente spontanea e non strutturata, di un insieme di persone che reagisce ad uno stesso stimolo.
È possibile individuare alcuni elementi caratteristici di questo tipo di comportamento, ma è bene precisare che esso costituisce solo l’estremo di un continuum che ha come polo opposto il comportamento “routinario”, ossia totalmente istituzionalizzato e strutturato.

Folla e massa

Una prima fondamentale distinzione è quella tra folla e massa.
Si parla di folla riferendosi ad un insieme cospicuo di persone che si trovano insieme nello stesso luogo fisico.
La massa, invece, è un insieme – spesso numerosissimo – di individui che rivolgono la loro attenzione ad un medesimo stimolo ma non sono compresenti fisicamente.
Una manifestazione antigovernativa è una situazione di folla. Se invece dieci milioni di telespettatori guardano in TV una partita della loro squadra nazionale di calcio si configura una situazione di massa.

Le dinamiche della folla

Molti fattori possono determinare la formazione di una folla. Alcuni ad effetto immediato (es. delle grida, un litigio), altri che si basano sulla informazione capillare che si genera nel corso del tempo (es. una manifestazione sindacale).
Tuttavia, una volta che il processo di creazione della folla è iniziato, tende spesso ad essere autoreferenziale; cioè la gente si aggrega alla folla anche senza una specifica motivazione. La folla è estremamente attrattiva.

Le dinamiche della folla (segue)

Il tipo di comunicazione che più frequentemente si instaura in una folla è la voce, ossia un’informazione generica che si diffonde con estrema rapidità perché soddisfa perfettamente alcune esigenze della folla:

  1. da un significato comune ad una situazione che i singoli individui non capiscono o non sanno interpretare totalmente; tale significato è influenzato dalle aspettative già presenti nella folla;
  2. la prepara all’azione fornendole poche ma basilari informazioni;
  3. tende a giustificarne i comportamenti: molte azioni che gli individui compiono in una situazione di folla sono lontane da quelle abituali. La giustificazione è fondamentale per alleviare i sensi di colpa e rendere possibile l’azione.

Comportamenti collettivi convenzionali

In alcuni casi la folla può comportarsi in modo per certi versi convenzionale, cioè secondo una sorta di “protocollo” (si pensi ai concerti rock, a grandi feste tradizionali, al tifo sportivo …). Lofland ritiene che ciò si verifichi soprattutto in caso di “gioia della folla”.
Si tratta di situazioni a metà strada tra il comportamento collettivo vero e proprio e il comportamento di gruppo istituzionalizzato.
Il comportamento collettivo convenzionale, dunque, tende ad essere piuttosto prevedibile, è però particolarmente soggetto ad episodi di degenerazione in situazioni “pure” di folla (es. una rissa tra tifosi allo stadio).

Contagio e convergenza

Secondo Le Bon nelle situazioni di folla individui normali si trasformano in soggetti violenti e irrazionali. È la c.d. teoria del contagio. Nella folla si sviluppa una mentalità collettiva alimentata da 3 elementi fondamentali:

  1. Il senso di anonimato e di impunità;
  2. La rapidità della trasmissione delle informazioni;
  3. Il fatto che individui tendono a divenire suggestionabili e facilmente manovrabili.

Molti hanno criticato questa teoria perché non chiarisce quali siano i fattori che inducono il contagio e i limiti alla sua diffusione.
Al contrario, secondo la teoria della convergenza le situazioni di folla non modificano gli individui ma tendono ad attirare chi è già predisposto a certi comportamenti.

La posizione di Freud

Freud fu sostanzialmente d’accordo con Le Bon circa l’animalità e la virulenza del comportamento di folla.
Egli tentò di motivare il perché di una tale dinamica e individuò la spiegazione nel fatto che nei comportamenti collettivi trovano sfogo gli impulsi irrazionali dell’individuo repressi dal processo di civilizzazione.
Tuttavia, la teoria di Freud analizza gli aspetti psicologici ma non dedica alcuna attenzione alle determinanti sociali dei comportamenti collettivi.

La teoria del “valore aggiunto”

Nel 1975 Smelser mette a punto una teoria dei comportamenti di folla basata sul valore aggiunto, cioè sul fatto che una fase diventa il presupposto necessario per quella successiva secondo una logica cumulativa. Smelser analizza come modello i disordini di Watts del 1965 e descrive 6 fasi:

  1. Propensione strutturale: le condizioni “strutturali” fondamentali alla base del sistema;
  2. Tensione strutturale: varie parti di un sistema sociale presentano una sconnessione tra di loro;
  3. Diffusione di una credenza: la definizione collettiva di una situazione e del suo significato;

La teoria del “valore aggiunto” (segue)

4. Fattori precipitanti: la credenza viene rafforzata da uno o più accadimenti;
5. Mobilitazione per l’azione: la gente si organizza per agire,
6. Controllo sociale: è fondamentale il modo in cui le autorità reagiscono all’azione della folla.

L’esito finale del comportamento della folla dipende dal modo in cui ogni determinante si combina con quella precedente e con quella successiva.
L’effettiva applicabilità della teoria è stata messa in dubbio (in molte situazioni di folla non si individuano tutte le fasi), inoltre le determinanti sono vaghe e generiche ed è difficile stabilirne la stessa presenza.

Tendenze teoriche di lungo periodo

Lo studio dei comportamenti collettivi ha avuto negli anni una sostanziale modificazione di approccio interpretativo così sintetizzabile:

  1. Si è avuto un progressivo spostamento dell’attenzione da processi irrazionali a processi razionali e intenzionali;
  2. Sono cambiate le ipotesi sulla genesi della folla: Le Bon e Freud pensavano ad una sorta di processo “automatico” basato sulla semplice compresenza delle persone e sull’anonimato, Smelser parla di una complessa catena di eventi;
  3. Si sono progressivamente abbandonate le interpretazioni psicologiche per approfondire quelle relative alle condizioni sociali all’origine delle situazioni di folla.

Cosa sono i movimenti sociali?

Un insieme di individui che si organizza per indurre un cambiamento sociale o per opporvisi, da vita ad un movimento.
I movimenti sociali hanno una matrice molto simile a quella dei comportamenti collettivi ma sono evidenti alcune differenze:

  1. hanno durata maggiore;
  2. hanno strutture più stabili di leadership;
  3. in essi vi è una organizzazione basata sulla divisione dei compiti;
  4. tendono a pianificare deliberatamente episodi di folla e questi ultimi sono solo un aspetto della loro esistenza.

Perché nascono i movimenti?

Generalmente la motivazione di fondo della nascita di un movimento sociale è l’insoddisfazione; quest’ultima è sempre il prodotto di condizioni oggettive e interpretazioni culturali della gente.
Spesso un movimento ha necessità di una ideologia di riferimento per svilupparsi.
Non tutte le ideologie sono adatte a tale scopo.
Deve trattarsi di una ideologia sufficientemente generica da richiamare un elevato numero di persone e sufficientemente semplice da poter essere facilmente capita e trasmessa.
Questi processi sono gestiti da un nucleo di persone che costituiscono la leadership del movimento.

La leadership nei movimenti sociali

Nel corso della vita di un movimento c’è bisogno di leader con caratteristiche personali diverse a seconda della fase di vita che il movimento attraversa.
In un primo momento è necessario un agitatore che smuova le acque, in una seconda fase c’è bisogno di un profeta che susciti entusiasmo nei seguaci, poi è il tempo di un organizzatore che riesca a strutturare l’azione del movimento e a disciplinare i vari compiti che è necessario svolgere, infine il leader sarà un politico, conoscitore dei rapporti tra le forze in campo.
Non è raro che i leader iniziali vedano quelli successivi come dei traditori degli ideali del movimento.

Il ciclo vitale dei movimenti

I movimenti nascono con un fermento sociale, per poi continuare con una sorta di eccitazione popolare, successivamente approdano ad un’organizzazione più strutturata e, infine, ad un processo di istituzionalizzazione. Ciò, tuttavia, non accade necessariamente: alcuni movimenti, ad esempio, non raggiungono mai la fase di istituzionalizzazione.
Per la vita di un movimento ha una enorme importanza la reazione della società.
Il tipo di controllo sociale che le Istituzioni applicano, ad esempio, è un fattore determinante. Tolleranza e legittimazione da parte delle autorità, ad esempio, possono indebolire notevolmente un movimento, laddove la repressione brutale può indurre un suo rafforzamento.

Movimenti sociali e mutamento

Il cambiamento sociale produce movimenti sociali e i movimenti producono a loro volta mutamento, originando un processo estremamente complesso.
Molto spesso, inoltre, la nascita di un movimento induce anche la nascita di un contro-movimento con obiettivi di cambiamento antitetici. Movimenti e contromovimenti, dunque, cercano di spingere il mutamento sociale in direzioni diverse.
Se il movimento ha successo può diventare un elemento stabile dell’ordine sociale (es. i sindacati), oppure può dissolversi una volta raggiunti gli obiettivi.

I materiali di supporto della lezione

N. J. Smelser, Manuale di sociologia, Bologna, Il Mulino, 2007- capitolo 19.

Per approfondimenti:

N.J. Smelser, Il comportamento collettivo, Firenze, Vallecchi, 1968.

F. Alberoni, Movimento e istituzione, Bologna, Il Mulino, 1977.

A. Melucci, Movimenti di rivolta, Milano, Etas, 1976.

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