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Raffaele Sibilio » 2.La cultura


Il concetto di cultura

Nel mondo animale gli esseri umani sono unici per il fatto che il loro comportamento è (per la gran parte) non istintivo e non “geneticamente programmato”.
Kluckhohn ha illustrato con grande chiarezza quale sia l’elemento che dà forma ai comportamenti umani, consentendone l’apprendimento e la trasmissione intergenerazionale (seppur con certe variazioni). Agli esseri umani può essere insegnato a pensare, sentire, credere, agire … in modi simili nell’ambito di ogni gruppo ma non identici; perfino atti fisiologici come starnutire, camminare, dormire … vengono eseguiti in modi differenti in tempi e luoghi diversi. È in questo l’essenza della cultura (Cfr. Kluckhohn, 1967, 22-23).

Cultura e socializzazione

La cultura consiste dunque in valori, norme, regole e ideali generalmente condivisi da un determinato gruppo e che consentono a quel gruppo di funzionare e di permanere nel tempo. Essa viene trasmessa da una generazione all’altra attraverso la socializzazione.
È la socializzazione che consente ai nuovi membri di un gruppo (per es. i bambini) di acquisire la cultura che gli permetterà di interagire con gli altri.
Come meglio si vedrà in seguito (lezioni n. 4 e 7), la socializzazione è un processo imperfetto che non sempre “riesce” completamente, esso deve tuttavia riuscire su scala massiccia, pena la morte della cultura.

Gli universali culturali

Ci sono tante e significative differenze tra diverse culture ma esistono anche molti tratti in comune. Alcuni elementi possono essere riscontrati in tutte le culture e vengono definiti universali culturali.
George Murdock, negli anni ‘60, ne individuò una sessantina, tra cui: il tabù dell’incesto, la danza, lo sport, l’ornamento del corpo …
L’esistenza degli universali culturali è spiegabile, secondo molti antropologi, con le costanti fisiologiche che caratterizzano la specie umana: l’esistenza di due sessi, la debolezza fisica dei bambini, il bisogno di cibo, etc.

Critica al concetto di universale culturale

Negli anni ‘70 il concetto di universale culturale fu criticato in modo piuttosto radicale da Clarke.
Pur essendo inconfutabile l’esistenza di alcune costanti fisiologiche, dei relativi bisogni essenziali e di comportamenti apparentemente identici in tutte le culture è tuttavia evidente che molti comportamenti sembrano uguali (o molto simili) ma, in realtà, sono espressione di convinzioni profondamente diverse.
La danza, ad esempio, si riscontra in tutte le culture, ma il significato che le viene attribuito da un nativo americano è molto diverso da quello attribuitole da un francese.
In sostanza, sarebbe impossibile ritrovare in tutte le culture i medesimi significati associati agli stessi comportamenti.

Etnocentrismo

Quando si parla di cultura è essenziale puntualizzare il significato di due concettii fondamentali: etnocentrismo e relativismo culturale.
L’etnocentrismo consiste nella tendenza a giudicare le altre culture in base alla somiglianza/differenza dalla propria.
Tale tendenza caratterizzava l’approccio di molti dei primi antropologi culturali che, nel XIX sec., studiavano culture di popolazioni remote e le giudicavano più o meno “selvagge” e “primitive” sulla base di un confronto con la propria cultura di origine, che dunque era assunta come metro di riferimento (da qui etnocentrismo, appunto).

Relativismo culturale

Fu il sociologo americano William G. Sumner, nei primi anni del ‘900, a criticare l’approccio etnocentrico.
Sumner sosteneva che una cultura può essere veramente compresa solo in una prospettiva “interna”, cioè sulla base dei valori suoi propri e delle caratteristiche specifiche del contesto.
Inoltre, affermava l’antropologa Ruth Benedict (1934), non solo ogni cultura va interpretata relativamente al suo contesto, ma anche “come un tutto“: nessun elemento della vita di un popolo (una cerimonia, un valore …) può essere compreso se separato dal corpus della sua cultura.
Questo orientamento è conosciuto col nome di “relativismo culturale“.

Cultura, società e individuo

Tra la società, gli individui che la compongono e la loro cultura c’è un rapporto di inscindibilità e di interdipendenza. I valori e i riferimenti culturali modellano la personalità degli individui e la struttura della società; gli individui sono gli agenti che consentono alla socializzazione di funzionare e quindi alla cultura di trasmettersi; la società fornisce il “quadro” e le strutture grazie alle quali i processi culturali e di socializzazione e le interazioni individuali possono avvenire. Allo stesso tempo si verifica la trascendenza della cultura rispetto agli individui: gli individui muoiono, mentre la cultura può sopravvivere.

Gli elementi della cultura secondo Parsons

Secondo Talcott Parsons gli elementi fondamentali di una cultura sono 4:

a) la conoscenza empirica;

b) la conoscenza esistenziale;

c) i valori;

d) la simbolizzazione espressiva.

Per conoscenza empirica si intende il complesso di informazioni riguardanti il mondo e il suo funzionamento (la scienza appartiene a questo ambito).
La conoscenza esistenziale ha a che fare con i significati assegnati alle cose e con concetti metafisici non necessariamente dimostrabili oggettivamente come veri o falsi.

Gli elementi della cultura secondo Parsons (segue)

I valori sono definibili come idee condivise inerenti gli obiettivi, le mete, verso le quali gli individui e la società devono tendere. Contengono, dunque, una valutazione relativa all’essere giusto o sbagliato, auspicabile o biasimabile delle cose. Essi costituiscono il nucleo fondamentale delle dottrine morali.
La simbolizzazione espressiva, infine, ha a che fare con la comunicazione degli altri elementi (il linguaggio, l’arte etc.). La cultura, in fondo, consiste nella trasmissione, attraverso simboli, di conoscenze empiriche, di conoscenze esistenziali e di valori.

Cultura e linguaggio

Il linguaggio si può definire come un sistema di comunicazione basato sull’uso di suoni o di simboli, verbale o metaverbale, basato su significati spesso del tutto arbitrari ma condivisi da chi lo utilizza.
È evidente il rapporto strettissimo che lega cultura e linguaggio. Fino al punto di poter affermare che non esiste una comunità umana che può funzionare come tale senza un linguaggio. La cultura può, infatti, essere trasmessa solo attraverso il linguaggio. Ma, d’altronde, senza linguaggio non esiste interazione sociale tout court.
Il linguaggio è anche un elemento fondamentale per la creazione dell’identità di un gruppo.

L’ideologia

Il termine ideologia è stato spiegato e definito in diversi modi.
Per Parsons l’ideologia è il collegamento tra mondo empirico e mondo dei valori, cioè tra definizioni della realtà e definizioni di ciò che è giusto/ingiusto, desiderabile o abietto etc.
Nel pensiero marxista l’ideologia esprime e/o difende gli interessi di un gruppo o di una classe sociale. In questo senso si distinguono ideologie conservatrici (che difendono lo status quo) e ideologie antagoniste.
Secondo Clifford Geerz [1973] le ideologie creano significati. Esse, usando simboli, connettono significati non familiari con oggetti familiari, fornendo così senso a situazioni complesse.

Conflitto culturale e anomia

Una cultura non è né statica né scevra di tensioni interne.
Varie sono le forme di conflitto culturale.
Durkheim parla di anomia (= assenza di norme) per indicare una condizione di “sfilacciamento” della società in cui la rapidità del mutamento sociale causa una inadeguatezza, o addirittura l’assenza, dell’apparato regolatorio; ciò comporta una sorta di disgregazione della cultura e, dunque, una degenerazione della vita individuale e sociale e un aumento delle situazioni conflittuali. Il concetto di anomia è centrale in opere fondamentali quali “La divisione del lavoro sociale” (1893) e “Il suicidio” (1897).

Conflitto culturale: il cultural lag

William F. Ogburn [1922] è il padre del concetto di ritardo culturale (cultural lag).
Secondo Ogburn esso si verifica quando la velocità del processo di cambiamento della cultura materiale (di cui, ad es., fa parte la tecnologia) è superiore a quella del mutamento della cultura non materiale (tradizioni, religione, valori, leggi …).
Il conflitto che si genera tra la cultura materiale e la cultura immateriale, incapace di adattarvisi in tempi adeguati, genera un lag, un ritardo, foriero di una serie di tensioni e problemi sociali.

W. Ogburn. Fonte: Brocku

W. Ogburn. Fonte: Brocku


Le sottoculture

Come già detto, una cultura non è un monolito omogeneo ma un corpus dinamico e complesso.
In una società esiste una cultura “principale” ma anche un gran numero di gruppi che si rifanno a tradizioni, valori, visioni del mondo diversi da quelli della cultura principale. L’insieme di convinzioni, norme e comportamenti che distinguono un sottogruppo da un gruppo più ampio, nel quale comunque per molti versi esso è inserito, si definisce sottocultura. Una sottocultura non necessariamente è in conflitto con la cultura dominante.

Le controculture

Talvolta, tuttavia, una sottocultura sviluppa aspetti antagonisti alla cultura “principale”: in tal caso si parla di controcultura. Tra cultura dominante e controcultura esiste comunque un interscambio piuttosto intenso. Col tempo, gli aspetti più eversivi delle controculture si smussano, mentre alcuni loro elementi vengono introiettati dalla cultura dominante che li fa propri. Ad esempio, molti comportamenti della controcultura hippie degli anni ‘60 si sono poi diffusi a vasti settori della società. In questo processo di assorbimento svolgono un ruolo fondamentale i mezzi di comunicazione di massa e, in modo minore, i fenomeni artistici.

I materiali di supporto della lezione

N. J. Smelser, Manuale di Sociologia, Bologna, il Mulino, 2007 – capitolo secondo.

Per approfondimenti:

L. Gallino, Dizionario di sociologia, Torino, Utet, 1978.

C. Geertz, Interpretazione di culture, Bologna, il Mulino, 1987.

N. Elias, La civiltà delle buone maniere, Bologna, il Mulino, 1982.

C. Kluckhohn, To the foot of the rainbow, Glovieta, N.M., Grande Press, 1967.

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