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Raffaele Sibilio » 5.L'interazione sociale


La dimensione microsociale

L’interazione tra individui è oggetto di studio della microsociologia, cioè uno dei due livelli fondamentali della Sociologia (l’altro è la macrosociologia, che analizza le principali istituzioni e il funzionamento della società nel suo complesso).
Ogni contesto sociale necessariamente comprende entrambe le dimensioni micro e macro; è solo l’attenzione degli scienziati sociali che di volta in volta privilegia l’una o l’altra.
L’interazione microsociale, vista anche la sua complessità, è stata oggetto di molte teorie.

La teoria dello scambio

Secondo Homans [1973] i comportamenti e le scelte degli individui sono regolati in base alle percezioni individuali del rapporto costi-benefici. Quest’approccio è anche noto come teoria dello scambio e si basa su 4 postulati fondamentali:

1. La probabilità di ripetizione di un comportamento è direttamente proporzionale alla frequenza della ricompensa ottenuta  in passato per quel comportamento;
2. La probabilità di ricercare un certo ambiente dipende da quanto quell’ambiente sia stato legato in passato a comportamenti ricompensati;

La teoria dello scambio (segue)

3. La probabilità di ripetizione di un comportamento è direttamente proporzionale all’entità della ricompensa ottenuta in passato per quel comportamento;

4. Il valore attribuito alle ricompense è inversamente proporzionale alla frequenza con cui esse vengono raggiunti

La teoria si fonda su presupposti di tipo comportamentista. Ma, secondo molti critici, il comportamento umano è troppo complesso per essere spiegato da un semplice meccanismo di punizione/premio e, di conseguenza, la teoria dello scambio è troppo riduttiva della realtà sociale.

Interazionismo simbolico

G.H.Mead è considerato l’ispiratore del c.d. interazionismo simbolico, in seguito sistematizzato da H. Blumer.
Secondo Mead gli esseri umani reagiscono non solo alle azioni degli altri ma anche alle loro intenzioni. L’interazione è vista come processo di accertamento delle intenzioni interpretazione→  reazione.
Mead distingue il gesto non significativo, che produce una reazione automatica, dal gesto significativo che genera, una interpretazione attraverso la quale il soggetto attribuisce un significato ad un fatto o ad un oggetto (che in tal modo divengono simboli) e sviluppa una risposta consapevole.

Etnometodologia

L’etnometodologia, che presenta molti punti di contatto con l’interazionismo simbolico, è stata sviluppata soprattutto da H. Garfinkel. Essa può essere definita come lo studio delle regole di base che disciplinano le interazioni quotidiane tra le persone (Smelser, p. 87), soprattutto in riferimento a ciò che viene generalmente indicato come comune buon senso del sapersi comportare.
Garfinkel ha evidenziato come gran parte dell’interazione microsociale si basi su presupposti impliciti e significati sottintesi.

Il modello drammaturgico

È stato soprattutto E. Goffman a richiamare l’attenzione sul peso della gestione delle impressioni nell’interazione microsociale.
Secondo il suo approccio (definito teatrale) l’interazione sociale è una rappresentazione scenica in cui gli individui non sono altro che attori che consapevolmente recitano “una parte” per suscitare certe reazioni negli altri.
In tal modo si presuppone che l’interazione non sia un rapporto tra Sé pre-esistenti, stabili e duraturi, ma che lo stesso Sé degli individui si formi volta per volta sulla “scena” dell’interazione.
La personalità individuale è un effetto scenico.

I gruppi

Una delle migliori definizioni di gruppo è stata fornita da R. Merton, secondo cui un gruppo è un insieme di individui che interagiscono secondo determinati modelli, provano un senso di appartenenza al gruppo e vengono considerati come parte del gruppo dagli altri membri [Merton, 1949].
Gli elementi fondamentali del gruppo, quindi, sono:

  1. L’interazione strutturata da modelli;
  2. Il senso di appartenenza;
  3. L’identità di gruppo.

Gruppi primari

Oggi per gruppo primario (l’espressione fu coniata da Cooley nei primi anni del ‘900 e si riferiva inizialmente solo alla famiglia) si intende un gruppo che conta pochi membri che intrattengono rapporti diretti, intensi e che coinvolgono diverse dimensioni della loro personalità. È caratterizzato da:

  1. Stretti legami personali;
  2. Ruoli non specializzati;
  3. Obiettivi indifferenziati.

Gruppi secondari

Un gruppo secondario è caratterizzato dal fatto che l’interazione tra i membri presenta generalmente scarso coinvolgimento emotivo ed è rivolta al raggiungimento di scopi specifici.
In tali gruppi solitamente le persone vengono considerate più per la loro funzione che non come individui.
È possibile che all’interno di un gruppo secondario si formi un gruppo primario.
I famosi esperimenti svolti tra il 1924 e il 1932 da Elton Mayo nello stabilimento della Western Electric Company di Hawthorne dimostrarono come l’esistenza di gruppi primari nell’ambito dei reparti produttivi avesse un effetto considerevole sulle performance lavorative.

Perché esistono i gruppi?

Vivere in gruppo è una esigenza prioritaria per gli esseri umani, innanzi tutto perché è grazie alla vita in gruppo che – attraverso la socializzazione – possono essere apprese dai singoli le abilità necessarie alla vita.
I gruppi però svolgono anche altre funzioni importanti:

  • La funzione strumentale;
  • La funzione espressiva;
  • La funzione di supporto.

Dimensione e stabilità dei gruppi

Bastano 2 persone perché si formi un gruppo (la diade) che, per altro, è il gruppo meno stabile in assoluto.
Anche la triade presenta equilibri molto delicati, in quanto spesso accade che uno dei tre membri assuma un ruolo di mediatore, di opportunista o di tattico.
Gruppi più ampi sono sì più stabili ma hanno anche esigenze organizzative via via più complesse.
È comunque provato che i gruppi di numero dispari hanno generalmente un miglior funzionamento rispetto a quelli pari, poiché sono in grado di evitare situazioni di impasse decisionale.

La pressione al conformismo

Molti esperimenti provano quello che è già intuibile col semplice buon senso, ossia che il gruppo esercita su ciascuno dei membri una enorme pressione al conformismo.
Se una opinione è condivisa da tutti i membri di un gruppo tranne uno – dimostrarono gli studi di S. Asch (1951) – è molto improbabile che quest’ultimo mantenga la sua opinione e la dichiari agli altri. Le cose già cambiano notevolmente se l’individuo ha almeno un appoggio da parte di un altro membro.
Comunque, stabilì Asch, basta una maggioranza anche esigua perché si sviluppi nel gruppo una significativa pressione a conformarsi.

Gruppi e leadership

I famosi esperimenti di Bales e Slater [1955] permisero di dimostrare che all’interno di un gruppo tendono solitamente ad emergere due leader, per così dire, “specialisti”.
Uno è il leader espressivo, l’altro il leader strumentale.
Il primo è capace di orientare il gruppo e gestire i problemi di ordine tecnico, pratico, organizzativo.
Il secondo è l’individuo di cui gli altri hanno più stima come persona e che tende ad assicurare una sorta di assistenza emotiva ai membri del gruppo.
Solo raramente le due funzioni si riuniscono in un’unica persona.

Gruppi e leadership (segue)

È stata avanzata l’ipotesi, basata su una lettura freudiana dei fenomeni di leadership nei gruppi, che la funzione dei due leader (strumentale ed espressivo) sia in qualche modo legata ad una rielaborazione in età adulta dei ruoli genitoriali durante la socializzazione infantile.
Il leader strumentale presenterebbe, infatti, caratteristiche “paterne”, mentre quello espressivo caratteristiche “materne”.

I materiali di supporto della lezione

N. J. Smelser, Manuale di Sociologia, Bologna, il Mulino, 2007 – capitolo quinto.

Per approfondimenti:

L. Gallino, Dizionario di sociologia, Torino, Utet, 1978.

G.H. Mead, Mente, Sé e Società, Firenze, Editrice Universitaria, 1966.

Dahredorf R., Homo sociologicus, Roma, Armando, 1966.

Goffman E., La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, il Mulino, 1969.

Brown R., Psicologia sociale dei gruppi, Bologna, il Mulino, 1990.

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