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Raffaele Sibilio » 14.Mutamento sociale e culturale


Le matrici del mutamento sociale

Il mutamento sociale è l’alterazione nel corso del tempo dei modelli di organizzazione sociale.
I modi e i ritmi del mutamento dipendono da molte variabili, tra cui le principali sono:

  • Gli andamenti demografici della popolazione;
  • L’evoluzione dell’ambiente fisico e le catastrofi naturali;
  • La tecnologia;
  • La cultura;
  • Il comportamento collettivo e i movimenti sociali.

Le “variabili dipendenti” del mutamento

Oltre ad analizzare le cause del mutamento, cioè le variabili indipendenti, (vedi slide precedente) i sociologi cercano di monitorare l’andamento di alcune variabili dipendenti chiave:

  • I cambiamenti di comportamento;
  • I cambiamenti della struttura sociale, dei modelli di interazione e delle istituzioni;
  • I cambiamenti dei modelli culturali.

L’idea marxiana di cambiamento sociale

Per Marx sono i cambiamenti nella struttura economica della società ad indurre i cambiamenti nella sovrastruttura culturale ed istituzionale.
Com’è noto, le classi principali della società sono, secondo Marx, quella borghese (che possiede i mezzi di produzione) e quella operaia che possiede solo la sua forza lavoro.
Il principale elemento di cambiamento sociale è la esasperata concorrenza tra i capitalisti, in perenne ricerca di nuove e più economiche tecnologie che gli consentano maggior profitto, attraverso uno sfruttamento più intensivo della forza lavoro operaria, cioè attraverso un aumento del plusvalore.

L’idea marxiana di cambiamento sociale (segue)

Il perseguimento del plusvalore comportava l’aumento dei ritmi di lavoro e dell’alienazione degli operai rendendo la situazione sempre più insostenibile. A ciò bisogna aggiungere che la concorrenza tra capitalisti faceva uscire dal mercato i produttori meno efficienti e le innovazioni tecnologiche espellevano operai dai processi produttivi, creando un esercito di disperati. Il capitale tendeva così ad accumularsi nelle mani di pochi.
In questo modo il funzionamento squilibrato del capitalismo avrebbe, secondo Marx, inevitabilmente preparato la sua stessa rovina, aprendo la strada ad un nuovo assetto sociale.

Alcuni punti critici della teoria marxiana

Marx non considerava nella sua idea di mutamento alcuni elementi che si sono poi rivelati fondamentali per la tenuta del capitalismo.
Egli aveva di molto sottovalutato la capacità del capitalismo di autoregolarsi, le capacità dei governi di intervenire per regolare la concorrenza e per attenuare le forme più estreme di sfruttamento, per trasferire risorse dalla classi più abbienti a quelle più povere attraverso meccanismi di imposizione fiscale progressiva e sistemi di Welfare State.

La teoria del ritardo culturale

William F. Ogburn ha proposto un’interessante teoria del mutamento sociale, secondo la quale la cultura si divide in cultura materiale (oggetti materiali e tecnologie) e cultura adattiva (le istituzioni, le tradizioni, i valori, gli stili di vita…).

L’essenza della sua teoria, detta del cultural lag (ritardo culturale) è che la cultura adattiva cambia più lentamente della cultura materiale e che tale gap provoca tensioni sociali.
La tendenza degli individui all’inerzia e la presenza di interessi contrapposti sono tra le cause del ritardo della cultura adattiva.
Nelle società premoderne il lag tra le due culture tendeva ad essere minore in quanto minore era la velocità del cambiamento tecnologico.

Critiche alla teoria di Ogburn

La teoria del cultural lag è stata criticata per molti motivi, così sintetizzabili:

  1. La dicotomia tra cultura materiale e adattiva sembra troppo riduttiva e non tiene conto di numerosissime situazioni in cui le due forme di cultura convivono;
  2. La teoria non sembra essere generalizzabile a tutte le epoche storiche;
  3. Ogburn analizza il mancato adattamento della cultura immateriale a quella materiale ma non il contrario. Invece sono numerosi i casi in cui la cultura immateriale avanza più velocemente di quella materiale;
  4. La teoria sembra applicabile alle società occidentali industrializzate ma molto meno ad altri contesti.

La modernizzazione

La modernizzazione è definibile come l’insieme dei cambiamenti che generalmente si verificano in una società tradizionale che si sviluppa e si trasforma in una società industriale.
Essa comporta cambiamenti, fortemente correlati tra loro, nell’economia, nella politica, nell’istruzione, nella famiglia, nella religione …

Alcune caratteristiche della modernizzazione

Benché sia improponibile una teoria generale della modernizzazione, è evidente che esistono alcuni tratti comuni a tutte le società in via di sviluppo. Ecco i principali:

  1. Il passaggio da tecniche tradizionali (e pratiche magiche) a tecniche basate sulle conoscenze scientifiche;
  2. L’abbandono della agricoltura di sussistenza in favore di forme più razionali ed efficaci di sfruttamento del suolo;
  3. Il passaggio dalla forza lavoro biologica (umana e animale) a quella meccanica ed elettrica;
  4. Una massiccia urbanizzazione;
  5. L’aumento dell’alfabetizzazione;
  6. La nuclearizzazione della famiglia.

Teoria della convergenza

Secondo la teoria della convergenza le società che cominciano un processo di modernizzazione differiscono inevitabilmente tra loro per una serie di elementi; d’altronde provengono da storia e tradizioni differenti e partono da diversi livelli nei vari campi della vita sociale. Via via che la modernizzazione si dispiega, tuttavia, le differenze si attenuano e le società convergono verso risultati molto simili.
Secondo alcuni Autori questo approccio è eccessivamente semplicistico. Per Gusfield, per esempio, le forme moderne non si limitano a sostituire quelle tradizionali ma più spesso si fondono con esse dando vita a risultati diversi a seconda delle condizioni di partenza.

La teoria della dipendenza

Secondo André Gunder Frank (1966) i paesi ricchi e industrializzati dell’occidente mantengono quelli poveri ed in via di sviluppo in uno stato di costante dipendenza. I paesi dominanti sfruttano quelli dominati drenandone risorse naturali ed umane e vincolando gli aiuti alla loro modernizzazione ad una serie di imposizioni.
Governi occidentali e imprese multinazionali finiscono per essere una sorta di governo ombra in molti Paesi in via di sviluppo, condizionandone la politica e l’economia in modo massiccio e impedendone, in tal modo, un loro reale sviluppo.

La teoria dell’economia-mondo

Immanuel Wallerstein (1976) proponeva di sostituire la teoria della modernizzazione con la sua analisi dell’economia-mondo.
Wallerstein opera una distinzione di fondo tra imperi-mondo, una serie di territori sotto un unico comando politico-militare, ed economie-mondo, cioè sistemi integrati di territori privi di una autorità unica centrale.
In termini storici, chiarisce Wallerstein, tutte le economie-mondo o sono crollate o si sono trasformate in imperi-mondo, tutte eccetto il capitalismo (che sostanzialmente dura da 500 anni) ed ha trasformato la mancanza di un centro decisionale unico in un vantaggio (si pensi alla libertà che da ciò traggono le imprese multinazionali).

La teoria dell’economia-mondo (segue)

Wallerstein distingue poi gli Stati in: stati del centro, aree semiperiferiche e aree periferiche. I primi, perennemente in lotta tra di loro, controllano le ultime, mentre le aree semiperiferiche fungono in qualche modo da cuscinetto.
I rapporti di forza tra gli Stati sono cambiati molte volte nella storia del capitalismo, oggi però, afferma Wallerstein, a differenza che in passato, non c’è un unico Stato del centro nettamente dominante, il controllo dell’economia mondiale è disperso tra un maggior numero di Paesi.

I materiali di supporto della lezione

N. J. Smelser, Manuale di sociologia, Bologna, Il Mulino, 2007- capitolo 20.

Per approfondimenti:

R. Boudon, Il posto del disordine, Bologna, Il Mulino, 1985.

T. Skocpol, Stati e rivoluzioni sociali, Bologna, Il Mulino, 1981.

I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell'economia moderna, Bologna, Il Mulino, 1982.

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