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Raffaele Sibilio » 4.La socializzazione


Cos’è socializzazione?

La socializzazione è il processo attraverso il quale gli individui apprendono le capacità, gli atteggiamenti e i comportamenti relativi ai ruoli sociali.
Grazie ad essa si compie la continuità sociale, dal momento che consente di trasmettere norme e valori da una generazione a quella successiva.
In sostanza il processo di socializzazione è ciò che garantisce la riproduzione di una cultura.

Alcuni aspetti fondamentali della socializzazione

Semplificando, si può affermare che sono tre gli aspetti fondamentali della socializzazione:

  • Le aspettative di ruolo;
  • La propensione alla conformità;
  • La modifica del comportamento.

La socializzazione non è un processo standardizzato e chiuso, ma più che altro una “negoziazione” continua tra socializzatori e socializzati, costantemente aperta alla possibilità di mutamento degli standard comportamentali e dei modi di vedere le cose.

La sociobiologia

Alcuni autori, tra i quali il famoso sociobiologo Edmund O. Wilson, sostengono che i comportamenti umani e i processi di socializzazione sono massicciamente influenzati da fattori genetici e biologici, il cui peso sarebbe addirittura maggiore di quello dei fattori culturali.
L’approccio sociobiologico è stato criticato da più parti, anche perché al momento non esistono prove decisive che colleghino determinati geni a certi tipi di comportamento.

Socializzazione, natura e cultura

Al di là del radicalismo della sociobiologia, sembra evidente che il processo di socializzazione presenta determinanti sia di tipo genetico che di tipo culturale e storico.
Il rapporto tra natura e “cultura” -che ha luogo nella società e si esprime soprattutto nel processo di socializzazione- è stato letto da diversi orientamenti sociologici in modo anche molto differente.
Sigmund Freud [1929] sosteneva che la componente biologica dell’uomo, istintiva e impulsiva, è in irriducibile conflitto con la componente culturale che impone agli individui di reprimere gli impulsi sessuali e aggressivi biologicamente fondati.

Socializzazione, natura e cultura (segue)

Altri (come Malinowski) hanno invece sostenuto che la struttura sociale è un meccanismo “costruito” in modo da gratificare le pulsioni biologiche dell’individuo, consentendo una loro composizione sociale.
Il matrimonio e la famiglia, ad es., sarebbero istituzioni che permettono di gestire gli impulsi sessuali e riproduttivi degli individui; gli sport sono pratiche che riescono ad incanalare le pulsioni di aggressività, e così via…

La teoria dell’io riflesso

Grazie alla socializzazione l’individuo sviluppa una propria singolare personalità, in funzione sia di tratti biologici e culturali, sia dello specifico contesto in cui vive (la famiglia, il gruppo dei pari etc.).
Charles Cooley sosteneva che la personalità individuale si forma grazie all’interazione tra individuo e mondo secondo lo schema dell’io riflesso, nel quale interagiscono i seguenti 3 fattori:

  1. Ciò che l’individuo pensa che gli altri pensino di lui;
  2. Come l’individuo pensa che gli altri reagiscano a ciò che pensano di lui;
  3. Come l’individuo, a sua volta, reagisce alla reazione percepita negli altri.

La socializzazione secondo Mead

George H. Mead, partendo dallo schema di Cooley, approfondì l’analisi delle dinamiche di socializzazione.
Secondo Mead la personalità (il Sé) si forma attraverso tre fasi distinte:

  1. La fase dell’imitazione
  2. La fase del gioco libero
  3. La fase del gioco organizzato

Il meccanismo di socializzazione si regge su una serie di percezioni delle aspettative degli altri. L’insieme di queste aspettative costituisce un punto di vista composito che Mead chiama “altro generalizzato“.

Sé – Io – Me

Mead ritiene che il Sé consti di due istanze interagenti: il ME e l‘IO.
Il Me esprime l’interiorizzazione da parte del singolo dei comportamenti del gruppo (ed ha una funzione di controllo sociale), mentre l’Io rappresenta la componente di originalità insita nella risposta “unica” dell’individuo alle pressioni dell’ambiente che gli derivano dall’interazione (e soprattutto dal processo di socializzazione).
Sebbene l’Io sia un prodotto dell’interazione, esso non è semplicemente un riflesso passivo bensì una risposta attiva dell’individuo al processo di socializzazione.

Gli agenti della socializzazione

Le istituzioni, le organizzazioni, i gruppi e le persone che contribuiscono al processo di socializzazione vengono definiti agenti di socializzazione.
I genitori e la famiglia sono il più antico e potente agente di socializzazione.
Tra gli altri agenti fondamentali devono includersi: la scuola, il “gruppo dei pari” e – negli ultimi decenni – i vari mass-media.

Alcuni meccanismi della socializzazione

Soprattutto nella socializzazione dei bambini, sono 4 i meccanismi fondamentali:

  • l’imitazione: cioè la riproduzione consapevole di un modello di comportamento;
  • l’identificazione: relativa ai meccanismi di adozione inconsapevole di comportamenti degli agenti di socializzazione;
  • la vergogna: come conseguenza della inadeguatezza comportamentale scoperta dagli altri;
  • il senso di colpa: che è una sorta di punizione auto-inflitta.

Imitazione ed identificazione sono meccanismi incoraggianti, vergogna e senso di colpa sono meccanismi inibenti.

La socializzazione senza fine

Obiettivo primario della socializzazione è l’inserimento dei nuovi nati nella società, cosicché i primi possano apprendere meccanismi di vita e la seconda possa perpetuarsi.
La socializzazione dunque si rivolge principalmente ai bambini e agli adolescenti.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare che essa si esaurisca con il termine dell’adolescenza.
In realtà la socializzazione continua, con meccanismi leggermente differenziati, per tutta la vita dell’individuo.

La ri-socializzazione

Per risocializzazione si intende il processo di apprendimento di valori, comportamenti, competenze, ruoli che vanno ad integrare o a sostituire quelli già precedentemente appresi in modo errato o incompleto o, semplicemente, ormai inadeguato.
Nella risocializzazione possiamo ricomprendere, ad es., programmi di formazione e/o riconversione professionale, programmi di rieducazione …
Molti ritengono che la stessa psicoterapia sia in realtà un tipo di risocializzazione.

La socializzazione alla vecchiaia

Così come i nuovi membri vengono socializzati alla vita, gli anziani vengono socializzati alla vecchiaia e alla morte.
L’intensità della socializzazione rivolta agli anziani, però, è assai variabile a seconda delle culture.
Se in alcuni contesti i valori di riferimento spingono al reinserimento dell’anziano, in altri l’attenzione per gli anziani è minore.
Il rischio è quello di una insufficienza o di un’assenza di preparazione alla vecchiaia. In tal modo, essa tende spesso ad essere un periodo indifferenziato, scarsamente caratterizzato da riti di passaggio (come accade invece per le altre età) e definito solo in negativo (ciò che non si è più).

Socializzazione e differenze di classe

Molti autori ritengono vi sia una forte relazione tra esiti della socializzazione e la classe sociale.
Attraverso una vasta indagine campionaria (condotta in USA e Italia) Kohn, nel 1969, dimostrò come i genitori della classe media cercassero di sviluppare nei loro figli un atteggiamento flessibile verso l’autorità, laddove gli operai attribuivano maggior valore al conformismo e all’obbedienza. Inoltre, genitori professionalmente impegnati in attività lavorative meno strutturate (artisti, giornalisti etc.) cercherebbero di indurre i figli all’autonomia e all’iniziativa individuale molto più di genitori dediti ad un’attività lavorativa strutturata e ripetitiva.

Socializzazione e mutamento

La socializzazione riesce generalmente su “larga scala” eppure essa non riesce mai in modo perfetto; nel senso che non si risolve in un trasferimento totale della cultura da una generazione ad un’altra.
Dal punto di vista della collettività il “fallimento” della socializzazione da un lato è foriero di tensioni e devianze, dall’altro di dinamiche di miglioramento attraverso il mutamento. Dal punto di vista individuale, invece, esso può generare una capacità (riconosciuta dal contesto) di innovare, ma anche la mancata accettazione dell’individuo da parte del gruppo.
Perfino molti disturbi gravi della personalità dipendono da un “malfunzionamento” della socializzazione.

I materiali di supporto della lezione

N. J. Smelser, Manuale di Sociologia, Bologna, il Mulino, 2007 – quarto.

Per approfondimenti:

C. Pontecorvo, Regole e socializzazione, Torino, Loescher, 1984.

G.H. Mead, Mente, Sé e Società, Editrice Universitaria, Firenze, 1966.

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