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Raffaele Sibilio » 17.La società dei rifiuti


Come nasce la società dei rifiuti?

La massa dei rifiuti che ci circonda, non è altro che la manifestazione di uno scarto crescente tra ciò che produciamo e ciò che consumiamo.
La dimensione produttiva è divenuta semplicemente un supporto al meccanismo di generazione di insoddisfazione dell’individuo. Nella logica capitalistica postmoderna l’atto di consumo perfetto non può recare soddisfazione se non istantanea, cioè “i beni dovrebbero soddisfare nell’immediato e la soddisfazione dovrebbe cessare immediatamente, non appena esaurito il tempo necessario al consumo” (Bauman, 2001- 91, 92).

La fine del consumo

Nella cosiddetta “società dei consumi”, paradossalmente, l’atto del consumo può essere eliminato perché non solo non è indispensabile, ma addirittura è controproducente. Si verrebbe a creare cosi un raccordo immediato tra vendita e creazione del rifiuto: lo spreco integrale.
Piuttosto che di civiltà del consumo, quella attuale può, quindi, essere definita una “civiltà dello spreco”, una “civiltà dei rifiuti”.

Fonte: Girardi

Fonte: Girardi


Le radici antropologiche del buttar via

Il gesto del buttar via ha radici e ragioni antropologiche e psicologiche profonde, è un autentico rito di purificazione, attraverso cui l’uomo si rigenera, abbandonando le scorie di sé stesso: si spoglia simbolicamente dell’apparenza e recupera la sostanza dell’essere.

Fonte: Mika

Fonte: Mika


Rapidità e rifiutismo

La società postmoderna si è impossessata di questa fisiologica attitudine umana, che oggi si svolge con ritmi via via crescenti, a causa del fatto che l’insicurezza e la precarietà delle condizioni attuali spingono l’uomo ad una continua verifica della sua identità. Tale accelerazione, però, produce una quantità di “residui” a ritmi divenuti insostenibili per l’ecosistema, che non è più in grado di assimilarli come in passato.

Le cause

L’uomo postmoderno compra compulsivamente “per sfuggire alla morte” e butta via sempre più rapidamente per sfuggire “all’insignificanza”; ma in questo vano tentativo di sfuggire alla propria morte, provoca o accelera quella dell’oggetto e del mondo.
Non si accorge che così facendo egli stesso diviene un prodotto del sistema, un residuo, un rifiuto.

Una questione culturale

Il problema dell’enorme produzione di rifiuti non può essere semplicemente risolto con adeguate tecnologie di smaltimento, la questione è anche e soprattutto di natura culturale e strutturale.
Ogni detentore di una merce non si preoccupa del rifiuto che essa creerà una volta che passa ad un altro possessore, anzi cercherà di trasferire la maggior parte dei rifiuti ad essa collegati. Un perverso meccanismo, quest’ultimo, che potrebbe essere eliminato sfruttando la tendenza sempre più spinta all’immaterialità e alla terziarizzazione della produzione.

Una questione culturale (segue)

Ad ogni merce, infatti, è abbinato un numero crescente di servizi finalizzati alla moltiplicazione e all’espansione dei suoi valori d’uso, e tra questi servizi potrebbe essere incluso anche il recupero dei materiali e del potenziale energetico in essa incorporati o che concorrono alle varie fasi del ciclo di vita (product-stewardship).

Quali soluzioni?

È evidente che la soluzione della questione dei rifiuti passa per quella che nel contesto attuale è ancor meno di un’utopia e cioè la fine del capitalismo-consumismo-rifiutismo e l’avvento di una nuova sensibilità personale e sociale che riconsideri la posizione dell’uomo nel mondo.
L’improbabilità che ciò avvenga, almeno nell’immediato, non significa che non esistano soluzioni, almeno parziali, compatibili con le presenti condizioni di mercato.

Politiche ed interventi

Tra i tanti servizi abbinati alle merci si potrebbe includere anche il recupero dei materiali e del potenziale energetico in esso incorporato, una filosofia che alcune aziende hanno già adottato.
Queste politiche, però, vanno associate ad interventi “a monte” volti a ridurre la produzione di rifiuti, ad esempio:

  • finanziamento per la ricerca di nuove tecnologie produttive a minor impatto ambientale;
  • incentivi per le industrie che introducono cicli produttivi “chiusi”;
  • strategie di potenziamento della raccolta differenziata e incentivi per la progettazione di tecnologie produttive basate sul recupero di materiali riciclabili.

La valenza ambientale

È opportuno progettare l’adilà delle merci, inserendo i rifiuti nella configurazione della catena del valore. Questa integrazione inserisce, tra il valore d’uso di una merce e il suo valore di scambio una nuova dimensione, la valenza ambientale, cioè la destinazione finale e la compatibilità ambientale di un prodotto, dopo l’esaurimento del suo valore d’uso come tale.
Tutto ciò necessita di un processo di negoziazione sociale, volto a ridefinire ruoli e responsabilità, a cancellare i privilegi e a ridistribuire gli oneri.

I materiali di supporto della lezione

U. Pagano, La società dei rifiuti, in R. Sibilio “Analisi sociologica e rischi ambientali”, Torino, Giappichelli, 2003.

Per approfondimenti:

G. Viale, Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà. Feltrinelli, Milano, 2000.

U. Pagano, Della società fluidofachicratica, in “Il Dubbio – Rivista di critica sociale”, Anno III n. 3, Lithos Editrice, Roma, 2003.

S. Lombardini – R. Malaman (a cura di), Rifiuti e ambiente. Aspetti economici, tecnologici e giuridici, Bologna, Il Mulino, 1993.

Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari, 2001.

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