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Clelia Iasevoli » 14.L'invalidità della domanda di accesso ai riti alternativi


Fuori dai casi consentiti

La disposizione di cui all’art. 452 comma 1 c.p.p. stabilisce che a fronte del giudizio direttissimo promosso fuori dai casi consentiti, il giudice disponga con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico ministero; parimenti l’art. 455 c.p.p. sancisce che all’esito negativo del sindacato giudiziale segua la restituzione degli atti al pubblico ministero; allo stesso modo l’art. 459 comma 3 c.p.p. prevede che il giudice quando non accoglie la richiesta restituisca gli atti all’organo dell’accusa. Queste fattispecie processuali si connotano per l’indicazione dell’attività necessaria a rimettere il processo nel suo alveo “naturale” e per l’assenza di un’espressa comminatoria che classifichi il vizio.


L’espressione “rigetta”

Va evidenziata la connessione tra l’espressione “rigetta” e il potere-dovere di trasmissione degli atti (es. art. 453); la prima sembra coinvolgere l’aspetto sostanziale dell’istanza, cioè l’evidenza probatoria, ma non esclude, bensì assorbe la verifica della sussistenza degli altri requisiti a conferma del dato che nella tipologia del modello legale la forma assume un’accezione estesa al contenuto dell’atto, esaltandone il valore di garanzia della legalità processuale. Invero, per identificare la natura del vizio occorre muovere dal dato rappresentato dal modello logico comune alle norme richiamate, in cui i parametri di riferimento sono la domanda e la verifica della legittimità della stessa da parte del giudice; da questo prospettiva è possibile cogliere la tipicità della prima e l’oggetto della seconda e, quindi, la necessità del vaglio giudiziale di legittimità della forma alternativa all’azione penale ordinaria.

L’oggetto del controllo giudiziale

In sintesi, il giudice investito della domanda deve verificare la sussistenza dei presupposti e dei requisiti prestabiliti a tutela dei diritti fondamentali delle parti; perciò la natura della sanzione nasce condizionata dalla specificità dell’invalidità, causata dalla difformità dell’atto dallo schema legale: di questo si tratta. All’interno di questa impostazione strutturale va ricercata la premessa di metodo di ogni speculazione che abbia ad oggetto l’inquadramento del vizio di illegittima instaurazione del giudizio direttissimo (art. 452 comma 1 c.p.p.), del giudizio immediato (art. 455 c.p.p.), del procedimento per decreto (art. 459 comma 3 c.p.p.), della applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 444 comma 2 c.p.p.).


La reazione ordinamentale

La classificazione del rimedio sanzionatorio si rinviene nella logica complessiva di sistema, dal momento che l’ordinamento manifesta comunque una reazione, che nella specie è rappresentata dalla regola di comportamento a fronte del disvalore dell’atto. E su questa linea è possibile la stigmatizzazione degli effetti derivanti dalla reazione ordinamentale.


La tesi dell’irregolarità

Ragionando in via esemplificativa sul giudizio direttissimo si riscontra sulla natura degli effetti sanzionatori l’atteggiamento ondivago della giurisprudenza. Secondo un primo orientamento l’introduzione del rito al di fuori dei casi consentiti configurerebbe una mera irregolarità sprovvista di sanzione. Ma la tesi mostra la sua debolezza a fronte del dato che il legislatore prevede il meccanismo correttivo della procedura, la cui illegittimità non sia compatibile con il valore della legalità processuale.


La tesi della nullità

Nell’ambito di una diversa ricostruzione il vizio sarebbe causa di nullità della domanda dal regime incerto perché secondo alcuni si tratterebbe di una nullità assoluta per inosservanza delle norme concernenti l’iniziativa del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione (art. 178 lett. b c.p.p.); ma vi è chi, da altro punto di vista, perviene al carattere relativo del regime, opinione, anche questa, non sostenibile in virtù del rilievo che la nullità relativa è sempre prevista.


La tesi dell’inammissibilità

Una terza prospettiva esegetica si muove lungo l’orizzonte del rimedio dell’inammissibilità della domanda, in ragione del dato che il pubblico ministero, promuovendo un rito diverso da quello consentito in difetto dei presupposti, esercita l’azione non osservando il modello legale di riferimento; da qui la causa invalidante della domanda. La patologia si riverbera sulla forma di esercizio dell’azione penale; l’irritualità dell’istanza è oggetto di controllo giudiziale, che verte prima sul corretto esercizio dell’azione e, poi, sul contenuto della domanda di giudizio presentata dal pubblico ministero.


La peculiarità del modus agendi

In questo contesto prevale la peculiarità del modus agendi, la cui valutazione negativa non può che comportare la predisposizione dell’ordinanza di trasmissione degli atti al pubblico ministero affinchè modifichi il tipo di domanda o – se è ancora possibile (es. 459 c.p.p.) – la presenti validamente. Si tratta cioè di un meccanismo la cui operatività è connessa alla causa dell’inosservanza delle condizioni e dei presupposti che regolano la forma tipica dell’azione prescelta dal pubblico ministero. Insomma, se il processo si connota per la polischematicità della tipologia dell’azione, che si realizza attraverso la predisposizione di modelli prestabiliti, la non conformità ad essi è causa di invalida instaurazione del rito alternativo.


La regressione come epilogo naturale

Tuttavia, la difformità della domanda dal paradigma giuridico non investe l’imputazione, cioè non travolge l’azione, inferendo in via esclusiva sul modus procedendi. Se è così il provvedimento di restituzione degli atti al pubblico ministero non è incompatibile con il principio di obbligatorietà (art. 112 Cost.) e della regola processuale di cui all’art. 50 comma 3 c.p.p., in virtù del rilievo secondo cui la situazione invalidante inerente alla scelta unilaterale del pubblico ministero, non superando il controllo giudiziale di legalità, rinviene un epilogo “naturale” nel quale gli atti ritornano al titolare dell’azione che può procedere secondo le norme processuali.


La scelta inerente al quomodo

D’altro canto la regola dell’irretrattabilità implica la predeterminazione delle fattispecie di sospensione o di interruzione, riferendosi il divieto ad una azione validamente esercitata; sicchè fuoriesce dal suo ambito operativo ogni situazione di invalido promuovimento della stessa. Ciò significa che il potere discrezionale del pubblico ministero in ordine alla scelta del quomodo è normativamente orientato da criteri ordinamentali. La richiesta di un rito alternativo carente dei requisiti legittimanti potrebbe essere configurata quale istanza difettosa di un presupposto che delimita il potere della parte e, perciò, come atto che, essendo viziato da una causa di ammissibilità, risulti destinato ad essere dichiarata tale, anche a prescindere da un’espressa previsione normativa.


La domanda di parte

Tuttavia, l’individuazione dell’ambito di operatività dell’inammissibilità è reso alquanto difficoltoso dalla carenza di una trattazione sistematica della categoria. Un dato è costituito dalla convergenza dottrinaria sul fondamento razionale della sanzione, secondo cui essa ha ad oggetto una domanda di parte, i cui requisiti di validità intrinseca sono il presupposto per la valutazione del merito: il dovere del giudice di decidere sull’istanza è susseguente al vaglio di ammissibilità della stessa. Sul piano strutturale vi è uno sdoppiamento tra atto e contenuto, poiché il difetto dei prescritti elementi costitutivi impedisce l’espletamento della funzione: l’atto non è più idoneo a raggiungere lo scopo per il quale è stato posto in essere.


Le condizioni di efficacia dell’atto

In sintesi il comportamento del soggetto, libero nella determinazione, è vincolato all’osservanza delle prescrizioni, che integrano le condizioni di efficacia dell’atto. E sul versante del modello logico potere-atto-scopo l’inammissibilità si presenta come la sanzione preclusiva della funzione dell’atto a contenuto tipico, ontologicamente connessa alle componenti dello stesso cioè alla forma, ai termini, alla relazione con il soggetto – legittimazione e interesse –, al potere e all’oggetto.

I connotati “punitivi” della sanzione

Peraltro, va segnalata la posizione di chi contesta la natura sanzionatoria dell’inammissibilità, affermando che essa integri il contenuto di una pronuncia giurisdizionale. La tesi assume a fondamento il dato che nell’ambito degli effetti non si rinvengono conseguenze svantaggiose. A nostro avviso, invece, l’inammissibilità sul piano applicativo svela i suoi connotati “punitivi”, così come l’inefficacia. Se la prima comporta un pregiudizio per le parti, la seconda determina un pregiudizio per il giudice; peraltro, come l’inutilizzabilità, la sua essenza preclusiva ha ad oggetto il potere cognitivo del giudice.


Il criterio guida

Dunque, occorre un’operazione di reductio ad unum di tutte quelle situazioni che, solo apparentemente si connotano per una forte disomogeneità causale, ma che in sostanza riproducono l’essenza unitaria del modello logico in cui la difformità tra schema legale e domanda elide la legittima aspettativa di un provvedimento di merito. E’ questo il criterio guida che consente di ricondurvi quelle ipotesi di non corrispondenza allo schema previsto, che sortiscono, come conseguenza direttamente connessa alla deviazione, una declaratoria d’inammissibilità.


Il criterio guida II

Ora, si tratta di applicare questo criterio sul versante della polischematicità dell’azione, dal momento che l’ordinamento tipizza le modalità degli atti propulsivi attraverso l’indicazione di una serie di connotati essenziali – presupposti, elementi costitutivi, condizioni, requisiti formali e temporali –, la cui omissione determina il venir meno dell’obbligo di decidere nel merito rispetto a quella peculiare forma di azione prescelta dal pubblico ministero.

Atto inammissibile-declaratoria d’inammissibilità

Questo sforzo speculativo ha senso se si condivide la premessa di metodo secondo cui non è corretto limitare i confini di attività della sanzione alle ipotesi espressamente individuate con la locuzione “a pena di inammissibilità”. Non è la locuzione, infatti, a delinearne i limiti applicativi, ma piuttosto la possibilità di ricondurre – in assenza di un’espressa previsione normativa – l’atto propulsivo al modello logico: atto inammissibile-declaratoria d’inammissibilità.


La tipicità delle cause

Vero è che nel tessuto codicistico non si rinviene un riferimento esplicito alla tassatività della sanzione, mancando una norma dello stesso tenore degli artt. 173 comma 1 e 177 c.p.p., che prescrive un sistema a fattispecie chiuse. Tuttavia, spostando l’attenzione sugli effetti specifici connessi a determinate situazioni – individuabili anche attraverso un giudizio di autointegrazione – si nota che all’affinità strutturale corrisponde l’identità del trattamento processuale. Se, quindi, l’effetto connesso alla difformità dell’atto si sostanzia nella preclusione all’esame del merito – oggetto della domanda – si perviene alla conclusione che esso è la conseguenza di tutte le eterogenee cause di inammissibilità. Il che significa che la sanzione non è tassativa, ma a cause tipiche.


La volontà delle parti

In estrema sintesi la sanzione esplica la sua efficacia non soltanto sul versante delle impugnazioni, essa va estesa a tutti gli atti propulsivi di un procedimento eventuale, in cui la disponibilità delle parti riveste un ruolo fondamentale. Invero, ci appare limitativo ed anacronistico il condizionamento di metodo inerente al carattere dell’eventualità del procedimento, soprattutto a fronte della già dimostrata rilevanza delle manifestazioni dispositive dei soggetti sulle modalità del procedere, perché oggi, più di ieri, la volontà delle parti può rendere inoperanti le garanzie.


Riepilogando

Se – ad esempio – la richiesta di giudizio direttissimo è presentata oltre i termini consentiti confluisce nell’inammissibilità del rito e ha come epilogo “naturale” il provvedimento di restituzione degli atti al pubblico ministero. L’inquadramento del vizio nell’ambito sanzionatorio dell’inammissibilità è connesso alla disponibilità del quomodo di esercizio del potere attraverso il quale si introduce una situazione che, realizzando una deviazione dalle modalità prescritte, produce l’effetto preclusivo, caratterizzante questa sanzione, che impedisce l’esercizio del potere cognitivo del giudice.

Ancora

Più specificamente va osservato che l’effetto preclusivo non attiene all’an della domanda, bensì alla forma prescelta dell’azione e, quindi, attiene al quomodo. Il fondamento razionale di questa sanzione è nella logica sistematica, prima ancora che nel diritto, perciò si ricava per via interna all’ordinamento, a prescindere dalla specifica comminatoria.

La decadenza come causa di inammissibilità

Peraltro, se si considera l’inammissibilità come forma d’invalidità che colpisce gli atti di parte, rivolti a promuovere un’attività giudiziale, è evidente la relazione tra questa e la decadenza, che rappresentando l’estinzione di un potere e non l’invalidità dell’atto, esula non solo dal terreno sanzionatorio, ma anche dal fenomeno delle sanatorie. Difatti, vi sono situazioni normative che, pur omettendo di specificare la natura del termine, definiscono il vizio afferente all’atto posto in essere dopo la sua decorrenza, definendolo inammissibile (artt. 41; 393 comma 3; 468 comma 1 c.p.p.).


I materiali di supporto della lezione

T. Delogu, Contributo alla teoria della inammissibilità nel diritto processuale penale, Milano, 1938.

G. Galli, L'inammissibilità dell'atto processuale penale, Milano, 1968.

M. Favalli, L'ammissibilità nel processo penale, Napoli, 1968.

G. Riccio, Contributo allo studio dell'inammissibilità nel processo penale, in Studi sul processo penale, Napoli, 1988, p. 147.

R. Fonti, L'inammissibilità degli atti processuali penali, Padova, 2008.

De Caro, Il giudizio direttissimo, Napoli, 1996.

C. Iasevoli, I vizi dell'atto imputativo, in La nullità nel sistema processuale penale, Napoli, 2008, p. 480 e ss.

C. Iasevoli, voce Decadenza, (dir. proc. pen.), in Enc. giur. Treccani, Roma, 2009.

M. Griffo, La volontà delle parti nel processo penale, Napoli, 2008.

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