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Francesca Reduzzi » 9.Le azioni “adiecticiae qualitatis”


Attività commerciali dei sottoposti

L’attività dei ‘filii familias‘ e dei ‘servi‘ in ambito commerciale era molto frequente, per questo a partire dal II secolo a.C. il pretore creò delle azioni a tutela dei terzi che avevano svolto attività negoziali con i sottoposti a potestà. Erano azioni a trasposizione di soggetti: nella formula del iudicium si indicava nell’intentio il sottoposto che aveva effettivamente contratto il debito, mentre nella condemnatio il pater o dominus.

Il giurista Gaio, nel suo manuale di Istituzioni, nel IV libro, descrive in maniera semplice e concisa le principali caratteristiche di queste azioni, dette successivamente con una denominazione non romana “azioni di qualità aggiuntiva”, actiones adiecticiae qualitatis, che sono così denominate: exercitoria (contro il magister navis), tributoria (= di attribuzione delle parti), institoria [(da institor, "preposto", così era chiamato il gestore di una taberna, da quella vinaria (osteria) a quella argentaria (una banca)], quod iussu (= azione a causa del benestare), de peculio (relativa al peculio, del filius o dello schiavo), e de in rem verso (= azione relativa al ricavo).

“Actio quod iussu”

Testo Latino:
Gai IV, 69. Quia tamen superius mentionem habuimus de actione, qua in peculium filiorum familias servorumque ageretur, opus est, ut de hac actione et de ceteris, quae eorundem nomine in parentes dominosve dari solent, diligentius admoneamus.

Traduzione italiana (a cura di F.Reduzzi):
69. Poiché abbiamo accennato più sopra all’azione con cui si agisce sul peculio dei figli di famiglia e degli schiavi, è necessario che informiamo più diligentemente su questa azione e sulle altre che, allo stesso titolo, sogliono essere date contro genitori o proprietari.

Testo:
70. In primis itaque si iussu patris dominive negotium gestum erit, in solidum praetor actionem in patrem dominumve comparavit, et recte, quia qui ita negotium gerit, magis patris dominive quam filii servive fidem sequitur.

Traduzione italiana (a cura di F.Reduzzi):
70. Per prima cosa, dunque, se il negozio è stato concluso col benestare del padre o del proprietario, il pretore ha dato azione per l’intero contro il padre o il ‘dominus‘; e giustamente, perché colui che compie un tale negozio fa affidamento sul padre o ‘dominus‘ più che sul figlio o sullo schiavo.

Azioni esercitoria e institoria

Gaio descrive l’azione esercitoria e l’institoria:

Testo latino:
71. Eadem ratione comparavit duas alias actiones, exercitoriam et institoriam. Tunc autem exercitoria locum habet, cum pater dominusve filium servumve magistrum navi praeposuerit et quid cum eo eius rei gratia, cui praepositus fuerit, [negotium] gestum erit. Cum enim ea quoque res ex voluntate patris dominive contrahi videatur, aequissimum esse visum est in solidum actionem dari; quin etiam licet extraneum quisque magistrum navi praeposuerit, sive servum sive liberum, exercitoria actio in eum redditur. Ideo autem exercitoria actio appellatur, quia exercitor vocatur is, ad quem cotidianus navis quaestus pervenit. Institoria vero formula tum locum habet, cum quis tabernae aut cuilibet negotiationi filium servumve suum vel quemlibet extraneum, sive servum sive liberum, praeposuerit et quid cum eo eius rei gratia, cui praepositus est, contractum fuerit. Ideo autem institoria vocatur, quia qui tabernae praeponitur, institor appellatur. Quae et ipsa formula in solidum est.

Azioni esercitoria e institoria (segue)

Esaminiamo la traduzione italiana del passo di Gaio (slide precedente):
71. Per la stessa ragione il pretore introdusse altre due azioni, l’esercitoria e l’institoria. La prima si esperisce quando il padre o il padrone abbia preposto il figlio o il servo ad una nave come capitano, e qualcosa sia stato trattato con costui in rapporto con la sua preposizione. Poiché invero l’affare risulta contratto anche per volontà del padre o del dominus, è sembrato molto equo che fosse data azione per l’intero contro di lui. Ed anzi anche se uno abbia preposto alla nave un estraneo, sia servo, sia libero, come capitano, l’azione esercitoria è data contro di lui. L’azione poi si chiama esercitoria, perché “esercente” è chiamato colui al quale perviene il giornaliero guadagno della nave. La formula institoria, poi, ha luogo quando uno abbia preposto ad una bottega o a qualunque tipo di commercio un figlio o un servo o un qualunque estraneo, sia servo, sia libero, e qualcosa sia stato contratto con costui in rapporto con la sua preposizione. Institoria si chiama per il fatto che colui che vien preposto alla bottega si chiama institore. Anche questa formula è per l’intero.(a cura di F. Reduzzi).

Azione tributoria

Testo latino:
72. Praeterea tributoria quoque actio in patrem dominumve constituta est, cum filius servusve in peculiari merce sciente patre dominove negotietur; nam si quid eius rei gratia cum eo contractum fuerit, ita praetor ius dicit, ut quidquid in his mercibus erit, quod inde receptum erit, id pater dominusve inter se, si quid debebitur, et ceteros creditores pro rata portione distribuant et si creditores querantur minus sibi distributum, quam oporteret, in id quod deest hanc eis actionem pollicetur, quae ut diximus, tributoria vocatur.

Traduzione italiana:
72. È stata inoltre introdotta contro il padre o il dominus anche un’azione tributoria, quando il figlio o il servo, sapendolo il padre o il padrone, traffichi con merci che appartengono al peculio. Se infatti qualcosa sarà stato contratto con lui in relazione a questo, il pretore stabilisce che sia il residuo delle merci stesse sia il ricavato da esse il padre o il padrone lo distribuiscano fra loro stessi, se alcunché sia loro dovuto, e gli altri creditori, in parti proporzionali. E se i creditori si lamentano che sia stato distribuito loro meno del dovuto, il pretore promette ad essi, per quel che manca, questa azione, che, come abbiamo detto, si chiama tributoria. (a cura di F. Reduzzi).

Azioni ” de peculio et de in rem verso”

Testo latino:
72a. Est etiam de peculio et de in rem verso actio a praetore constituta. Licet enim negotium ita gestum sit cum filio servove, ut neque voluntas neque consensus patris dominive intervenerit, si quid tamen ex ea re, quae cum illis gesta est, in rem patris dominive versum sit, quatenus in rem eius versum fuerit, eatenus datur actio. [Versum autem quid sit, eget plena interpretatione]. At si nihil sit versum, praetor dat actionem DUMTAXAT DE PECULIO, et edictum utitur his verbis. Quod edictum loquitur et de eo, qui dolo malo peculium ademerit. Si igitur verbi gratia ex HS – X, quae servus tuus a me mutua accepit, creditori tuo HS – V solverit aut rem necessariam, puta familiae cibaria, HS – V emerit et reliqua V quolibet modo consumpserit, pro V quidem in solidum damnari debes, pro ceteris V eatenus, quatenus in peculio sit. Ex quo scilicet apparet, si tota HS – X in rem tuam versa fuerint, tota te HS – X consequi posse…

Azioni ” de peculio et de in rem verso” (segue)

Traduzione italiana:
72a. C’è anche, introdotta dal pretore, un’azione relativa al peculio e una relativa al ricavato. Benché infatti il negozio sia stato trattato col figlio o col servo in condizioni per cui non siano intervenuti né la volontà né il consenso del padre o del padrone, se tuttavia qualche cosa di ciò che con loro è stato trattato abbia profittato al padre o al padrone, nei limiti di tale profitto è data azione. Che cosa significhi profitto richiede una compiuta interpretazione. Ma se nessun profitto ci sia, il pretore dà azione «soltanto con riferimento al peculio» e l’editto si serve di queste parole.
L’editto parla anche di colui che con dolo malvagio abbia tolto il peculio. Se dunque, ad esempio, su dieci sesterzi, che il tuo servo ha avuto a mutuo da me, ne abbia pagati cinque ad un tuo creditore, oppure abbia comprato per cinque sesterzi delle cose necessarie, supponi alimenti per la gente di casa, e gli altri cinque li abbia consumati in un qualunque modo, per cinque tu devi essere condannato per l’intero, per gli altri cinque, invece, per quanto ci sia nel peculio. Dal che naturalmente appare che se tutti e dieci i sesterzi abbiano profittato a te, io potrò ottenerli tutti…(a cura di F. Reduzzi).

Azioni ” de peculio et de in rem verso” (segue)

Testo latino: 73. Cum autem quaeritur, quantum in peculio sit, ante deducitur, quod patri dominove quique in eius potestate sit, a filio servove debetur, et quod superest, hoc solum peculium esse intellegitur. Aliquando tamen id, quod ei debet filius servusve, qui in potestate patris dominive sit, non deducitur ex peculio, velut si is, cui debet, in huius ipsius peculio sit.

Traduzione: 73. Quando si chiede quanto ci sia nel peculio, prima si deduce quel che sia dovuto al padre o al padrone o a chi sia in potestà di lui dal figlio o dallo schiavo, e solo quel che rimane si considera peculio. Talvolta, però, il debito del figlio o del servo verso chi sia in potestà del padre o del padrone dal peculio non si deduce: ad esempio se il creditore sia nello stesso peculio di lui (dello schiavo: sia cioè un servo vicario). (a cura di F. Reduzzi).

Azioni ” de peculio et de in rem verso” (segue)

Testo latino:
74. Ceterum dubium non est, quin et is, qui iussu patris dominive contraxit cuique exercitoria uel institoria formula competit, de peculio aut de in rem verso agere possit; sed nemo tam stultus erit, ut qui aliqua illarum actionum sine dubio solidum consequi possit, vel in difficultatem se deducat probandi habere peculium eum, cum quo contraxerit, exque eo peculio posse sibi satis fieri vel id, quod persequitur, in rem patris dominive versum esse.

Traduzione:
74. Non c’è dubbio che anche colui che ha contratto col benestare del padre o del dominus e colui al quale spetta la formula esercitoria o institoria, possa agire con riferimento al peculio o al profitto ricavato. Ma nessuno sarà tanto stolto, potendo con alcune di quelle azioni conseguire sicuramente l’intero, da cacciarsi nella difficoltà di provare che quello con cui ha contratto ha un peculio e che con quel peculio può essere sodisfatto, oppure che quel che persegue è stato volto a vantaggio (del patrimonio) del padre o del dominus. (a cura di F. Reduzzi).

Azioni adiettizie e peculio servile

Proseguiamo con l’analisi delle azioni adiettizie, quelle azioni concesse dal pretore ai creditori dei sottoposti:

Testo latino: 74a. Is quoque, cui tributoria actio conpetit, de peculio vel de in rem verso agere potest.
Sed huic sane plerumque expedit hac potius actione uti quam tributoria. Nam in tributoria eius solius peculii ratio habetur, quod in his mercibus est, in quibus negotiatur filius servusve quodque inde receptum erit, at in actione peculii, totius. Et potest quisque tertia forte aut quarta vel etiam minore parte peculii negotiari, maximam vero partem peculii in aliis rebus habere; longe magis, si potest adprobari id, quod dederit qui contraxit, in rem patris dominive versum esse, ad hanc actionem transire debet; nam, ut supra diximus, eadem formula et de peculio et de in rem verso agitur.

Azioni adiettizie e peculio servile (segue)

Nel testo latino (slide precedente) Gaio mostra come sia più conveniente per il creditore agire con l’actio de peculio piuttosto che con l’actio tributoria:
74a. Anche colui a cui compete l’azione tributoria può agire con riferimento al peculio (cioè: con l’actio de peculio) o al profitto ricavato (con l’actio de in rem verso). Ma certo gli conviene per lo più servirsi di questa azione invece che della tributoria.
Infatti nella tributoria si tiene conto solo del peculio costituito dalle merci nelle quali il figlio o lo schiavo negozia e di ciò che se ne è ricavato; invece nell ‘azione relativa al peculio, del peculio intero. E uno può commerciare ad esempio con la terza o con la quarta parte o con una parte anche minore del peculio, e avere la parte maggiore del peculio investita in altre attività; a più forte ragione, se colui che ha contratto col figlio o con lo schiavo può provare che ciò che ha dato è stato volto a vantaggio del padre o del padrone, deve passare a questa azione; invero, come sopra abbiamo detto, con la medesima formula si agisce sia con riferimento al peculio sia al profitto ricavato. (a cura di F. Reduzzi).

Peculio servile: composizione

Come già abbiamo avuto modo di dire, il peculio era un compendio di beni di cui lo schiavo (ma anche il filius familias) poteva disporre con il permesso del dominus (o del pater).

D. 15.1.5.3 (Ulpianus liber 29 ad edictum) 3. Peculium dictum est quasi pusilla pecunia sive patrimonium pusillum.

(Ulpiano, libro XXIX del commento all’editto del pretore) 3. Il peculio può essere definito come una piccola quantità di danaro o un piccolo patrimonio. (a cura di F. Reduzzi).

Costituito inizialmente da beni di varia natura, soprattutto di prima necessità, come cibo o vesti, poi denaro, come spiega Ulpiano: cose mobili ed immobili, vicari e peculi dei vicari ed anche diritti di credito.

D. 15.1.7.4 (Ulpianus liber 29 ad edictum ): In peculio autem res esse possunt omnes et mobiles et soli: vicarios quoque in peculium potest habere et vicariorum peculium: hoc amplius et nomina debitorum.

(Ulpiano libro 29 del commento all’editto del pretore): Nel peculio vi possono essere tutte le cose mobili ed immobili; (lo schiavo) può avere nel peculio i vicari ed il peculio dei vicari; inoltre anche diritti di credito. (a cura di F. Reduzzi).

Una particolare definizione di Peculio

Ricordo la definizione del giurista altrimenti ignoto, vissuto poco prima di Marciano, attivo sotto Caracalla (inizi III secolo d.C.):
Testo latino: D. 15.1.40 pr. Marcianus libro quinto regularum Peculium nascitur crescit decrescit moritur, et ideo eleganter Papirius Fronto dicebat peculium simile esse homini. 1. Quomodo autem peculium nascitur, quaesitum est. Et ita veteres distinguunt, si id adquisiit servus quod dominus necesse non habet praestare, id esse peculium,…

Traduzione: D. 15.1.40 pr. (Marciano, libro 5 delle regole) Il peculio nasce, cresce, decresce, muore, e quindi Papirio Frontone diceva in modo elegante che il peculio è simile all’uomo. 1. è stato chiesto in che modo il peculio nasca. Ed i veteres (giureconsulti) operano questa distinzione: se lo schiavo acquisisce qualcosa che il dominus non è tenuto a fornirgli, questo fa parte del peculio. (a cura di F. Reduzzi).

Cosa costituiva Peculio

Come si vede, Papirio Frontone, in questo passo riferito dal giurista Marciano, spiega cosa sia peculio e cosa non lo sia.

Testo latino (segue dalla slide precedente):
… si vero tunicas aut aliquid simile quod ei dominus necesse habet praestare, non esse peculium. Ita igitur nascitur peculium: crescit, cum auctum fuerit: decrescit, cum servi vicarii moriuntur, res intercidunt: moritur, cum ademptum sit.

Traduzione …se invece (lo schiavo) acquisisce tuniche o qualcosa di simile che il proprietario è tenuto a fornirgli, questo non fa parte del peculio. Così, dunque, nasce il peculio, cresce quando viene aumentato, decresce (diminuisce) quando gli schiavi vicarii muoiono, o le cose che ne fanno parte si perdono (vengono meno); muore quando viene sottratto (portato via), tolto. (a cura di F. Reduzzi).

La definizione più antica di Peculio

Evidentemente se gli schiavi potevano avere un peculio, ed anche i loro vicari, i giuristi a partire già dal tempo di Servio Sulpicio (età repubblicana, amico di Cicerone, console nel 51, morto nel 43 a.C., del quale abbiamo già parlato nella II lezione) si posero il problema del rapporto tra peculio dell’ordinario e peculio del vicario.
Perché era così importante definire l’entità del peculio?

La definizione più antica di Peculio: traduzione e commento

In effetti molte di quelle che i giureconsulti romani ci tramandano come “definitiones” di peculio non sono altro che modalità di conteggio del peculio stesso, come per esempio questa, che è una delle più famose:

D. 15.1.5.4 (Ulp. 29 ad ed.): (abbiamo già visto il paragrafo 3: Peculium dictum est quasi pusilla pecunia sive patrimonium pusillum.) Testo latino: Peculium autem Tubero quidem sic definit, ut Celsus libro sexto digestorum refert, quod servus domini permissu separatum a rationibus dominicis habet, deducto inde si quid domino debetur.

(Ulpiano, libro XXIX del commento all’editto del pretore) Invece Tuberone così aveva definito il peculio, come riferisce Celso nel libro VI dei suoi digesta, quello che lo schiavo detiene separato dalla contabilità del padrone, con il suo (del dominus) permesso, naturalmente sottratto ciò che è dovuto al padrone (stesso).

Vediamo un dialogo a distanza tra giuristi vissuti in epoche diverse: Tuberone, vissuto tra la fine dell’epoca repubblicana e gli inizi del principato, Celso, del II secolo d.C., riportati da Ulpiano, attivo durante l’età dei Severi e morto all’inizio del III secolo.
Perché era così importante conteggiare il peculio?
Accadeva che il ‘dominus‘ preponesse schiavi (o anche filii) ad attività commerciali.

Conteggio del peculio

Attraverso le azioni cd. adiettizie, che abbiamo appena esaminato, i creditori agivano contro lo schiavo ma in realtà contro il dominus per i debiti del servus. Se il dominus aveva autorizzato il negotium, l’attività, era un conto, ma se aveva solo fornito lo schiavo di peculio, la responsabilità dell’inadempiente era solo nei limiti del peculio (con l’actio de peculio‘, appunto).
Per questo, dunque, era importante sapere cosa c’era nel peculio.

Mentre in caso di vendita dello schiavo il peculio, tranne che non fosse stato dichiarato espressamente, si considerava escluso, in caso di manomissione testamentaria il peculio spesso veniva attribuito allo schiavo, ma a volte era trattenuto dal dominus quale “compenso” per la manumissio iusta ac legitima.

Tipi di manumissione e status del liberto

La manumissione, se effettuata nelle modalità previste dalla legge (parliamo di manumissio iusta ac legitima se effettuata vindicta, censu o testamento), aveva come conseguenza la libertà dello schiavo e l’acquisto da parte sua della cittadinanza romana.

  • vindicta: con un rituale arcaico compiuto dinanzi al magistrato
  • censu: mediante l’iscrizione dell’ex schiavo nelle liste del censo di Roma
  • testamento: con una disposizione testamentaria del dominus

Altrimenti, se il servus veniva manomesso in modo non solenne o in contrasto con le disposizioni legislative, a partire da Augusto (I secolo a.C.-I sec. d.C.) poteva conseguire la condizione di liberto ma senza cittadinanza o con varie limitazioni.

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