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Francesca Reduzzi » 14.Il concorso di azioni tra Lex Aquilia e Lex Cornelia (parte terza)


All’origine del principio del concorso di azioni

Dopo ampio esame della contestazione da parte di Ulpiano del pensiero di Labeone al tempo del quale pare al Miglietta che non esistesse ancora il problema dell’ammissibilità di un concorso tra actio legis Aquiliae e iudicium ex lege Cornelia de sicariis, ma solo quello della legittimazione all’actio iniuriarum per l’uccisione o ferimento dello schiavo compiuti ‘contumeliae domini causa’, lo studioso ipotizza che Ulpiano avesse in questo modo individuato il momento in cui la questione si era posta per la prima volta: un’ipotesi di lavoro che Miglietta prospetta solo in nuce, rinviando ad altri studi che sta conducendo in materia, che cioè con Labeone sia cominciata l’enucleazione della categoria delle obbligazioni ex delicto, su impulso della legislazione criminale sillana.
A conclusione dell’analisi, il passo D. 47.10.7.1 non risulta un’oscura elencazione di ipotesi, ma si può restituire alla paternità di Ulpiano, che fu «convinto fautore del principio della cumulatività dei giudizi (civile e criminale) in tema di uccisione volontaria dello schiavo altrui» (p. 325), e favorevole al concorso cumulativo di azioni riguardo ai delicta e ai crimina.
L’a. mette in evidenza come sia possibile dai passi esaminati (D. 48.1.4, D. 9.2.23.9 e D. 47.10.7.1) rilevare la diversa natura delle varie azioni. Egli ritiene che da una natura inizialmente penale la legge Aquilia «si avvicinò» alla natura reipersecutoria, e indaga sul momento in cui l’evoluzione avvenne.

All’origine del principio del concorso di azioni (segue)

Affronta, infine, un caso descritto da Ulpiano (41 ad Sab.), D.19.5.14.1, riguardo al furto di vestiti ad uno schiavo alienus il quale poi muore assiderato.
Il passo in questione, D.19.5.14.1, recita:
Sed et si servum quis alienum spoliaverit isque frigore mortuus sit, de vestimentis quidem furti agi poterit, de servo vero in factum agendum criminali poena adversus eum servata.

Giunge a concludere che il caso illustrato da Ulpiano può portare ad un’actio in factum, e che la chiusura è interpolata dai giustinianei. Aggiunge altre considerazioni a quelle della dottrina:

1. se la chiusa fosse autentica evidentemente il giurista avrebbe ammesso il concorso di azioni tra iudicium publicum (ex lege Cornelia de sicariis) e actio in factum per un’ipotesi che non rientra nella fattispecie aquiliana e solo con difficoltà può rientrare in un’ipotesi di omicidio colposo.

2. Non risultano nelle fonti casi di concorso tra actiones in factum e iudicia publica.

Diritto tardo-imperiale e concorso di azioni

Per il diritto giustinianeo, sembra che si volesse solo applicare la pena criminale all’interno di un giudizio che aveva per oggetto la morte dello schiavo, indirettamente attribuibile ad un comportamento gravemente delittuoso dell’agente (furto delle vesti che aveva causato la morte dello schiavo per il freddo).
Questo era possibile solo in sede di cognitio extra ordinem, attribuita ad un funzionario imperiale, sia in materia civile sia criminale.
I bizantini eliminano la menzione dell’actio in factum e si dispone la pena del doppio aggravata da motivi di ordine pubblico: essi hanno ritenuto l’ipotesi rientrante in un caso di actio legis Aquiliae, a cui hanno (erroneamente) correlato il concorso con il giudizio pubblico.

Il concorso di azioni nei codici

Il capitolo IV, «La generalizzazione del concorso tra azioni civili e iudicia publica nei codici teodosiano e giustinianeo e nella riflessione dei giuristi bizantini» (pp. 353-374), si apre con l’esame di una costituzione di Valente, Graziano e Valentiniano del 378, CTh. 9.20.1, che tratta ancora del concorso tra azione civile e giudizio criminale, ed è accolta con modifiche in CI. 9.31.1.

Il testo è stato oggetto di diverse valutazioni da parte della dottrina.

La lex ha la particolarità di non menzionare il concorso con il giudizio criminale in tema di damnum iniuria datum: la spiegazione può risiedere nel fatto che all’epoca della costituzione non sussistevano più ragioni di dubbio. Inoltre, nota l’a., l’omissione di una parte del testo «cum excepta sit causa de moribus sescenta» nel Codice giustinianeo è dovuta all’abrogazione di tale iudicium da parte di Giustiniano.

L’ordine delle azioni

Si potrebbe allora pensare che in generale l’azione civile compaia prima del iudicium criminale. Però un altro passo di Ulpiano, 38 ad ed., D. 47.2.93(92), sospettato di interpolazione, verte sull’esperibilità del giudizio criminale e dell’azione civile in ordine inverso a quello consueto (Ulpiano non tratta qui del praeiudicium).

Nella maggior parte dei casi, invece, l’ordine è prima azione civile, poi iudicium publicum, e questo attesta, per l’a., che molte fattispecie perseguite all’origine civilmente assunsero in seguito carattere di crimina pubblici. L’a. ritiene verificata la correttezza delle sue affermazioni proprio nel fatto che l’estensione della legge Cornelia al caso di uccisione volontaria dello schiavo altrui non è dovuta alla riflessione dei giuristi in materia di omicidio.

Il concorso di azioni nel Codice Teodosiano

Si diceva come l’estensione della sanzione prevista dalla legge Cornelia per l’uccisione di uno schiavo altrui è stata un effetto dell’evoluzione del ‘damnum iniuria datum‘, attraverso il concetto di occisio hominis. La menzione del giudizio criminale in tema di lex Aquilia risale almeno a Gaio, che però riflette il pensiero precedente.

Il momento più rilevante della tutela si concentrava nel processo civile, quindi non deve essere motivo di stupore l’ordine consueto (azione civile-giudizio pubblico) che talvolta si incontra.
Viene esaminata poi la rubrica presente in CTh.9.20.1 (Victum civiliter agere [et] criminaliter posse). In base al testo sembra impossibile che si realizzi quanto previsto nella rubrica in relazione alla legge Aquilia, cioè che un soccombente nel processo civile possa agire in via criminale.

I Basilici e le “leggi romano-barbariche”

Altro quesito che si pone è come era possibile che un condannato ex lege Cornelia potesse ancora subire, poi, un processo civile. La risposta fornita da uno scolio ad Bas. 60.3.59 è che qualora si sia agito criminalmente il giudice debba applicare una pena mitigata, tale da consentire lo svolgimento del giudizio privato .

Nell’interessante Appendice, «Tendenza alla semplificazione in legislazioni barbariche e franco-germaniche» (pp. 376-395), viene messo in rilievo come nelle leggi romano-barbariche si ritrovino ancora tracce del problema della concorrenza, in alcuni testi che costituiscono una sorta di semplificazione e un preludio a successivi sviluppi nella legislazione germanica.

L’Editto di Teodorico

Lo studioso considera dapprima una legge contenuta nell’Edictum Theodorici 152, ove rileva una struttura argomentativa molto vicina a quella gaiana, con disgiuntiva vel-vel, a ribadire, dunque, il concorso alternativo, quasi una postuma rivincita di Paolo su Ulpiano.

Rileva anche la pena del doppio, prevista insieme con il criterio del concorso alternativo, che per il Miglietta è da mettere in relazione con il «recupero della natura penale dell’actio legis Aquiliae» (p. 383). Trae da ciò conferma del fatto che il passaggio dal regime dell’alternativa a quello del cumulo di azioni sia stato originato dalla trasformazione della natura dell’actio prevista dalla legge Aquilia: «la ‘natura’ (o ‘funzione’) penale imponeva il concorso elettivo; la progressiva emersione della funzione risarcitoria spinse – di fatto – verso l’adozione di quello cumulativo. Il percorso ora è a ritroso».

Concorso di azioni nella “lex Romana Burgundionum”

Anche nella Lex Romana Burgundionum (2.1; 2.6) è discussa l’uccisione di un servus altrui; l’homicida, se si è rifugiato in una chiesa, può evitare la responsabilità criminale pagando una somma stabilita nella legge secondo un rigido tariffario (forse dovuto a Gundobado) corrispondente alla «servi qualitas» (secundum servi qualitatem): Miglietta rinvia ad alcuni testi ove viene in considerazione il valore dello schiavo in relazione alle sue capacità, ma è difficile non pensare al famoso passo D. 47.10.15.44 nel quale a proposito della concessione di un’actio iniuriarum servi nomine Ulpiano (57 ad ed.) sostiene che il pretore dovrà non solo valutare il tipo di iniuria commessa sul servus, ma anche la servi qualitas.

Altre fonti tarde sul concorso di azioni

Puto causae cognitionem praetoris porrigendam et ad servi qualitatem … habebit igitur praetor rationem tam iniuriae, quae admissa dicitur, quam personae servi, in quem admissa dicitur, et sic aut permittet aut denegabit actionem.

La caratteristica delle pene fisse compare anche in altre norme: di Recesvindo, VII sec. (lex Visigoth. 8.4.16), in ambito franco, nella Lex Francorum Chamavorum (dell’802), in un provvedimento di Carlo Magno, con sanzione sempre predeterminata; infine, nell’anno 819, la pena stabilizzata espressa in solidi viene convertita nella nuova unità del denarius, cioè nella nuova moneta creata da Carlo Magno con cui si diede inizio alla monetazione medievale.

Manoscritto del X secolo del Breviarium Alaricianum (o Lex Romana Visigothorum). Fonte: Wikimedia Commons.

Manoscritto del X secolo del Breviarium Alaricianum (o Lex Romana Visigothorum). Fonte: Wikimedia Commons.


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