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Francesca Reduzzi » 7.Considerazioni su D. 21.2.39.1, stipulatio duplae e traditio


Testo latino analizzato

D. 21.2.39.1, tratto dal LVII libro dei digesta di Salvio Giuliano, è un passo molto dibattuto dalla dottrina che a mio parere merita ancora qualche considerazione:

(A) Si servus tuus emerit hominem et eundem vendiderit Titio eiusque nomine duplam promiserit et tu a venditore servi stipulatus fueris: si Titius servum petierit et ideo victus sit, quod servus tuus in tradendo sine voluntate tua proprietatem hominis transferre non potuisset, supererit Publiciana actio et propter hoc duplae stipulatio ei non committetur: quare venditor quoque tuus agentem te ex stipulatu poterit doli mali exceptione summovere.

(B) Alias autem si servus hominem emerit et duplam stipuletur, deinde eum vendiderit et ab emptore evictus fuerit: domino quidem adversus venditorem in solidum competit actio, emptori vero adversus dominum dumtaxat de peculio. Denuntiare vero de evictione emptor servo, non domino debet: ita enim evicto homine utiliter de peculio agere poterit: sin autem servus decesserit, tunc domino denuntiandum est.

Testo latino e traduzione

La traduzione letterale, tutt’altro che pacifica, potrebbe essere questa:

(A) Se il tuo schiavo avrà comprato uno schiavo e lo avrà venduto a Tizio e a suo nome (di Tizio) avrà promesso il doppio e tu avrai avuto una stipulazione dal venditore dello schiavo: se Tizio rivendicherà il servo e per questo soccomberà, perché il tuo schiavo nel compiere la traditio senza la tua volontà non ha potuto trasferire la proprietà dell’homo, resterà l’actio Publiciana e per questo la stipulatio duplae non diventerà esigibile da parte sua; perciò anche il tuo venditore se tu agisci ex stipulatu potrà opporti un’exceptio doli. (traduzione F. Reduzzi).

(B) Diverso sarebbe il caso se lo schiavo avesse comprato un homo e avesse effettuato una stipulatio duplae, poi lo avesse venduto e l’acquirente avesse subito l’evizione. Al dominus contro il venditore spetta un’actio in solidum, all’emptor contro il dominus l’actio (ex stipulatu) de peculio. La denuntiatio de evictione l’emptor la dovrà fare allo schiavo, non al dominus, così, infatti, una volta evitto l’homo l’emptor potrà agire de peculio utiliter. Se poi il servus muore, la denuntiatio sarà fatta al dominus. (traduzione F. Reduzzi).

Questo caso di “sous-aliénation”, è stato studiato a più riprese, con acume e in profondità, da Hans Ankum, ma nonostante ciò, è mia convinzione che si possa ancora dire qualcosa.
Innanzi tutto esaminiamo le due fattispecie: in ambedue uno schiavo acquista e rivende un altro servus.

Analisi del testo

Una prima differenza, che però non risulta sostanziale, consiste nel fatto che nel caso che per comodità possiamo denominare A, per la vendita dell’homo al servus il primo venditore garantisce te, il dominus, nell’altro, B, garantisce (sembra) direttamente il servus. Nel caso A l’acquirente dell’homo, Tizio, non ne diventa proprietario perché, sostiene il giurista, nel compiere la traditio senza la tua voluntas lo schiavo non poteva trasmettere la proprietà.

Quindi, qualora Tizio ne perda il possesso e rivendichi l’homo, soccomberà, e gli resterà come unico rimedio l’actio Publiciana. Nel secondo caso, indicato come B, lo schiavo, comprato un homo e garantito con stipulatio duplae, lo rivende ad un terzo al quale l’homo viene poi evitto.

Discussione degli studiosi

Contro il venditore spetta al dominus un’actio in solidum; al compratore contro il padrone un’actio ex stipulatu de peculio. L’emptor dovrà fare la denuntiatio de evictione al servus, non al dominus; solo così potrà agire de peculio. Se lo schiavo muore, la farà al padrone.

Per Ankum la fondamentale differenza tra la parte A e la B risiede nel fatto che in A Tizio non perde l’habere licere dell’homo, quindi può esperire la Publiciana, ma non l’actio ex stipulatu; in B, invece, lo perde, quindi vi è il presupposto per l’azione fondata sulla stipulazione del doppio (per Ankum, comunque, per i motivi che diremo appresso, si deve parlare sempre di actio de auctoritate, e non ex stipulatu).
Quasi tutti gli studiosi, poi, sono concordi nel ritenere però che al posto della traditio di introduzione compilatoria il testo di Giuliano menzionasse la mancipatio, quindi conducono l’esegesi del frammento alla luce di questa convinzione, proponendo modifiche in modo consequenziale.

Discussione degli studiosi (segue)

Un problema molto dibattuto è sicuramente quello di appurare se vi era stata davvero una mancipatio dell’homo da parte del servus tuus a Tizio:
chi, come Ankum, ritiene che lo schiavo possa acquisire con mancipatio (al dominus) ma non trasmettere la proprietà con quest’atto solenne, vede il motivo dell’inefficacia dell’atto stesso in questa circostanza. Inoltre l’illustre romanista olandese ritiene che il primo venditore non era in effetti proprietario dell’homo, e pertanto il servus tuus non avrebbe potuto in ogni caso trasferirne la proprietà; inoltre, tu dominus non potevi avvalerti dell’actio auctoritatis contro il primo venditore perché appunto un’exceptio doli ne avrebbe impedito l’esplicazione.

Chi, come Corbino, riteneva lo schiavo capace di trasferire la proprietà di una res mancipi con la mancipatio, spiega facilmente in questo modo il passo di Giuliano, ma deve necessariamente ipotizzare delle interpolazioni, espungendo, in particolare, il periodo finale del passo A, “quare venditor quoque tuus agentem te ex stipulatu poterit doli mali exceptione summovere”;

Nuova interpretazione

Corbino sostiene, inoltre, che la mancipatio sarebbe stata idonea a far acquisire a Tizio la proprietà dell’homo se fosse avvenuta voluntate domini, ma poiché avvenne sine voluntate, è questo il motivo per cui l’atto di mancipatio è stato inefficace.
A mio avviso, il passo va inteso in modo più aderente alla tradizione manoscritta: è noto che per opinione diffusa in dottrina, tutti i luoghi dei Digesti che recavano tracce della mancipatio sarebbero stati corretti dai giustinianei che vollero, menzionando in suo luogo la traditio, introdurre l’istituto valido al loro tempo ai fini del trasferimento della proprietà, a seguito della scomparsa della classificazione delle res in mancipi e nec mancipi.
Si adduce, per sostegno dell’ipotesi generale, che questo passaggio giulianeo, come il precedente D. 21.2.39 pr. (tratti ambedue dal LVII libro dei digesta), avevano ad oggetto la mancipatio e l’actio auctoritatis da questa scaturente, in base all’analisi compiuta a suo tempo dal Lenel, che li inserisce appunto sotto il titolo de auctoritate.

Nuova interpretazione (segue)

In realtà penso che questa attribuzione vada ridiscussa – come probabilmente anche quella degli altri passi di Giuliano in D. 21.2.39 (dal principium a 5) – : già Talamanca, infatti, ha avuto modo di accennare al fatto che qui non si tratterebbe di mancipatio, bensì di traditio [nella voce «Vendita» (diritto romano), in ED. 46 (1993) p. 405 nt. 1043].
Bisogna considerare, peraltro, insiticia l’espressione “sine voluntate tua“, da ritenere un’aggiunta dei compilatori che intendevano così adattare il regime della traditio a quello in vigore al loro tempo circa il trasferimento della proprietà, e comunque era necessaria ai giustinianei per conservare la soluzione negativa riguardo agli esiti del trasferimento stesso; tradisce in ogni caso il rimaneggiamento dell’intera frase. Immaginando che vi fosse menzionata la traditio dell’homo, e non la mancipatio, il passo di Giuliano riacquista la sua intelligibilità senza il ricorso ad ulteriori modifiche.

Nuova interpretazione (segue)

Resta da spiegare perché Tizio non è diventato proprietario dell’homo: come si è detto, probabilmente perché il primo venditore non ne era proprietario, e questa rimane l’ipotesi più plausibile.

Dunque per interpretare il complesso brano giulianeo non c’è alcun bisogno di costruire ipotesi sulla possibilità che gli schiavi effettuassero una mancipatio (e in generale è mia opinione che gli schiavi non prendessero per nulla parte ad una mancipatio); lascerei quindi il passo del quale ci occupiamo alla rubrica de evictionibus et duplae stipulatione dei Digesta nella quale attualmente si trova.

Cenni bibliografici su D. 21.2.39.1

L’impostazione di questa lezione richiede che si diano alcuni cenni sulla bibliografia che è alla base della discussione:
tra gli studi di Hans Ankum espressamente dedicati alla tematica che qui interessa, sono fondamentali almeno “Mancipatio by Slaves in Classical Roman Law?”, pubblicato in Acta Juridica  del 1976; lo studioso è tornato più volte sull’argomento, con “Mancipatio by Slaves in Classical roman Law”, nel volume in omaggio a P. van Warmelo (pubblicato a Pretoria nel 1984) e con “La responsabilité du vendeur pour éviction dans le cas de sous-aliénation en droit romain classique”, apparso nel volume dal titolo “Viva vox iuris Romani. Essays in Honour of J.E. Spruit” (Amsterdam 2002).
Il professore Ankum, che ha avuto la bontà di leggere questo mio scritto, pur apprezzandone il contenuto mi ha detto di essere rimasto, comunque, sulle sue posizioni.
Il passo in questione è stato esaminato anche da Giovanna Coppola Bisazza, nella monografia dal titolo “Il iussum domini e la sostituzione negoziale nell’esperienza romana” (Milano 2003), nel quadro delle attività dei sottoposti provvisti o meno di iussum domini, che non si è distaccata, per quel che concerne l’interpretazione, dalle opinioni consolidate.

Cenni bibliografici su D. 21.2.39.1 (segue)

L’opinione di Alessandro Corbino è stata espressa nel saggio dal titolo “La legittimazione a ‘mancipare’ per incarico del proprietario”, apparso nella rivistain Iura 27 (1976).
Sulla scia di Otto Lenel, Das Edictum perpetuum (Leipzig 19273 e successive ristampe), ritengono che i passi in oggetto facessero riferimento alla mancipatio ed all’actio auctoritatis anche Max Kaser (Die römische Eviktionshaftung nach Weiterverkauf, uno studio pubblicato nel 1970), A. Corbino ed H. Ankum (opp.citt.)
In generale sulla collocazione operata da Lenel dei testi classici con supposto riferimento originario all’auctoritas, e con approfondito esame del luogo giulianeo che ci interessa, si veda anche Paul Frédéric Girard, “Mélanges de droit romain”  II  (Paris 1923); sempre fondamentale lo studio di Vincenzo Arangio-Ruiz, “La  compravendita in diritto romano” II , ristampa della prima edizione del 1954, Napoli 1990.

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