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Francesca Reduzzi » 16.Diritto celtico e poteri del 'paterfamilias' in un carme di Catullo: proposte interpretative


Ipotesi del Mazzarino: discussione di altre fonti

Mazzarino, inoltre, esamina alcune iscrizioni in celtico, ritrovate a Briona e a Todi, dove i nomi dei figli sono preceduti da quello del padre, diversamente da quelle romane: normalmente in un elenco di fratelli ci sono prima le iniziali dei prenomi, poi il nome, poi il patronimico e quindi il cognome; in un’iscrizione gallica di San Bernardino di Briona, vicino a Novara, probabilmente dell’epoca di Caio Mario, gruppi di fratelli sono designati con il patronimico all’inizio, che secondo Mazzarino appunto sottolinea l’appartenenza dei singoli al titolare della patria potestà.

Fonti epigrafiche

Anche nell’epigrafe bilingue gallo-romana di Todi (anch’essa di età mariana) CIL. XI 4687, «il patronimico ha la funzione che i Romani assegnano al gentilizio».
Come si vede le testimonianze addotte dall’illustre storico sono estremamente interessanti ma, mi sembra, per nulla decisive: non abbiamo alcun tipo di fonte che ci dica che le mogli dei figli erano tutte sottoposte al diritto specifico del pater familias di unirsi a loro e che, anzi, non sussisteva il matrimonio legittimo dei figli maschi finché il padre non era morto.
Sarebbe interessante verificare alla luce di altre fonti l’effettivo rilievo della patria potestas presso i Celti e qual era il ruolo della donna. Pur disponendo di fonti molto eterogenee e non univoche, è possibile ugualmente cercare qualche indizio, come ha fatto appunto Mazzarino (anche nel diritto irandese antico), con risultati che però non paiono decisivi.

 

Ciclo dell’Ulster

Mazzarino richiama il «Libro della vacca bruna» (Lebor na hUidre), manoscritto della fine dell’XI secolo, il più antico scritto di quelli che compongono il «Ciclo dell’Ulster»: raccoglie la tradizione epica irlandese sulle nozze di Cú Chulainn, eroe irlandese prima noto col nome di Setantae, poi, dopo l’uccisione del cane del fabbro Chulann, del quale prende il posto, col nome di «Cane di Chulann» Cú Chulainn, appunto (da cui il termine italiano «cucciolo»).
Per la stesura delle leggende, secondo la tradizione, fu utilizzata la pelle di una vacca appartenuta ad un santo dell’abbazia di Clonmacnoise, San Ciaràn.
Com’è stato osservato, questa tradizione eroica sull’Achille irlandese, come le altre saghe, sono da ritenersi appartenenti ad un sostrato comune delle popolazioni celtiche.

Ciclo dell’Ulster (segue)

Il perfido Briciu Nemthenga, cortigiano del re Conchobar mac Nessa, accenna alla possibilità che Emer, moglie di Cú Chulainn, giaccia con il sovrano (v. 10.476).
Conchobar è, sì, il re, ma in altre versioni della leggenda è anche ritenuto uno dei padri terreni di Cú Chulainn: solo in questo caso, dunque, si avrebbe il diritto di «prelibazione», mentre secondo la versione più diffusa si tratterebbe di ius primae noctis. Mazzarino cita un classico degli studi sul mondo celtico, quello di D’Arbois de Joubainville ( “La famille celtique. Etude de droit comparé“, edito a Parigi nel 1905 e ristampato nel 1970) il quale però non sostiene la versione che Conchobar sia padre di Cú Chulainn, ma vede il personaggio come il re, e il suo diritto ad unirsi alla moglie dell’eroe come un ius primae noctis. Il grande storico siciliano argomentava così la sua ipotesi: «Se si accoglie la tesi, comune tra gli etnologi, essere la prelibazione in genere ricognizione di diritti esistenti in fase preindividuale, tale tesi potrà intendersi, in ambito celtico ‘periferico’, confrontando costumi attestati da Caes. b. G. 5.14.4 …».

Rinvio ancora a Cesare, “de bello gallico

Tale testo è appunto da Mazzarino ritenuto illuminante riguardo ai poteri del pater familias sulle mogli dei figli: Cesare vi narra che presso i Canzi, popolazione britannica, le donne sono comuni tra fratelli o tra genitori e figli:
Testo latino: Caes. b. G. 5.14.4. Ex his omnibus longe sunt humanissimi qui Cantium incolunt, quae regio est maritima omnis, neque multum a Gallica differunt consuetudine. Interiores plerique frumenta non serunt, sed lacte et carne vivunt pellibusque sunt vestiti. Omnes vero se Britanni vitro inficiunt, quod caeruleum efficit colorem, atque hoc horribiliores sunt in pugna adspectu; capilloque sunt promisso atque omni parte corporis rasa praeter caput et labrum superius. Uxores habent deni duodenique inter se communes et maxime fratres cum fratribus parentesque cum liberis. Sed si qui sunt ex iis nati, eorum habentur liberi, quo primum virgo quaeque deducta est.

Analisi del testo di Cesare

La traduzione italiana del passo di Cesare è:

Cesare, La guerra gallica 5.14.4. Tra tutti questi di gran lunga i più civili sono quelli che abitano Canzio, regione tutta marittima, e non differiscono molto dalle abitudini galliche. Molti di quelli che abitano all’interno non seminano cereali, ma vivono di latte e carne e sono vestiti di pelli. Tutti i Britanni poi si tingono di guado, che produce un colore ceruleo, e per questo in battaglia sono piuttosto spaventosi d’aspetto; hanno i capelli lunghi e ogni parte del corpo rasata eccetto il capo ed il labbro superiore. Ogni dieci o dodici hanno mogli comuni e soprattutto fratelli con fratelli e genitori con figli. Ma se nascono alcuni da questi, si ritengono nati dall’uomo che per primo si è unito alla madre quando era vergine.

Focalizziamo l’attenzione su questa espressione:  uxores habent deni duodenique inter se communes et maxime fratres cum fratribus parentesque cum liberis. Sed qui sunt ex iis nati, eorum habentur liberi, quo primum virgo quaeque deducta est, “ed i figli che nascono in questi gruppi si ritengono nati dall’uomo che per primo si è unito alla madre quando era vergine”.

Altre interpretazioni del testo di Cesare

Ancora non si vede un diritto di prelibazione del suocero sulla nuora; anzi, Gennaro Franciosi (nel suo volume Famiglia e persone in Roma antica pubblicato in seconda edizione nel 1992 ) ha collegato la notizia di Cesare con un’antica fase del diritto romano di cui sarebbe rimasta traccia nel tollere liberos da parte del pater alla nascita del figlio, testimonianza, appunto, del «ricordo dell”offerta’ del figlio alla paternità individuale di più maschi successivamente, tra i quali era considerato padre colui che avesse sollevato il neonato, in una fase di passaggio dalla paternità collettiva a quella individuale».

Tutte le fonti sugli usi celtici nelle varie zone dove questi erano diffusi non danno conto in nessun modo dell’esistenza di un diritto del pater di unirsi alle mogli dei figli.

Testimonianza di Cassio Dione

Tra i testi illuminanti sulla posizione della donna presso i Celti si può leggere l’epitome di Cassio Dione compiuta da Xifilino (Cass. Dio 76.16.5) che riporta il dialogo tra la moglie di un capo caledone e Giulia Domna, moglie di Settimio Severo:
alle critiche dell’imperatrice sulla libertà delle donne caledoni, risponde orgogliosamente la moglie di Argentocoxus che loro rispondevano alle necessità naturali in un modo molto migliore delle donne romane, unendosi manifestamente agli uomini migliori, mentre le romane commettevano adulterio di nascosto con i più vili.

Cassio Dione, Storia Romana, 76.16.5. Donde anche molto argutamente la moglie di un certo Argentocoxo caledone, a Giulia Augusta che, dopo il trattato, la sbeffeggiava per il loro (delle donne caledoni) libero rapporto con i maschi, si dice che abbia risposto: «Noi soddisfiamo le necessità naturali molto meglio di voi romane: noi infatti ci uniamo apertamente con i migliori, voi invece di nascosto vi lasciate sedurre dai peggiori». (trad. F. Reduzzi).

Dal passo emerge, casomai, una posizione della donna di dignità pari a quella dell’uomo.

“Crith gablach”: una raccolta di antiche leggi irlandesi

Sappiamo infatti dal Crith gablach, una raccolta di leggi irlandesi incentrata soprattutto sullo status delle persone, composta all’inizio dell’VIII secolo, che esisteva – quantomeno, appunto, in ambiente irlandese – il riconoscimento della dignità della donna, alla quale era concesso di poter annullare contratti imprudentemente posti in essere dal marito, anche se ella in generale non poteva compiere atti giuridicamente rilevanti; nel Crith Gablach si parla, inoltre, di un «prezzo dell’onore» riconosciuto in vari gradi ai membri della comunità, ed anche alle donne, in relazione a quello dell’uomo in potestà del quale si trovano (padre, marito).

Al prezzo dell’onore è commisurato il risarcimento per eventuali danni subiti. Il figlio resta sottoposto alla potestà paterna fino ai venti anni e se continua a vivere sui terreni del genitore, senza ricevere la sua quota di eredità, fino alla morte del padre.

 

“Crith gablach” e conclusione

E’ inoltre obbligato alla goire, (pietas, dovere filiale); volendo trovare un punto di appoggio per l’ipotesi di Mazzarino, si potrebbe dire che nel caso di Balbo da un lato vi sarebbe la permanenza del giovane nella potestà paterna evidentemente fino alla morte del padre, dall’altro la pietà filiale, la goire, fortemente sentita nell’ambiente celtico, impediva che Balbo si ribellasse alla relazione del padre con sua moglie. Queste ipotesi interpretative non sono, però, sostenute da nessun testo che affermi in maniera esplicita l’esistenza del diritto di «prelibazione» del padre sulle mogli dei figli.
Il verso 19 della poesia catulliana, dunque, può spiegarsi senza ricorrere al diritto familiare celtico: poiché a Verona tutti sapevano che il marito era impotente, e non erano a conoscenza dell’intervento del padre, pensavano che la donna fosse vergine quando era arrivata nella nuova casa. Faccio mie, in fine, le considerazioni del Laguna Mariscal in chiusura del suo lavoro: «Más que como enigmático, hemos de caracterizar el arte de Catulo en este poema como poliédrico, barroco, caleidoscópico. Las sugerencias del texto no se ocultan a quien se adentra, con sensibilidad y espíritu abierto, en los entresijos artísticos del texto».

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