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Francesca Reduzzi » 1.Gli schiavi in Grecia e a Roma, linee generali


Differenze tra schiavitù greca e romana

Il Grecia lo status giuridico dello schiavo non è definito in modo chiaro, sia per l’assenza di una classe di giuristi come quelli che operavano in Roma, sia per la presenza di differenti situazioni giuridiche di sottoposti, secondo le epoche e le regioni, e l’esistenza di situazioni di dipendenza intermedie tra schiavitù e libertà.

Nel mondo romano, al contrario, tutto appare più netto, almeno nel periodo di maggior espansione della manodopera servile (II secolo a.C.-II secolo d.C.).

Il giurista Gaio, alla metà del II secolo d.C., nelle sue ‘Istituzioni’ parla, all’inizio del libro sugli «status personarum», di una summa divisio, la più importante distinzione: «tutti gli uomini sono liberi o schiavi » (vi torneremo nelle prossime lezioni).

Schiavi e padroni

Lo schiavo poteva essere venduto o anche ucciso dal suo padrone, benché a Roma in età imperiale delle leggi mitigarono questo potere dominicale. In diritto romano nei contratti di vendita degli schiavi era possibile cercare di evitare abusi nei loro confronti, come attraverso l’inserimento della clausola che impediva al nuovo dominus di prostituire la schiava.

Anche in Grecia esistevano delle limitazioni agli abusi dei padroni introdotte da leggi.

Vi erano schiavi che vivevano in condizioni migliori di altri, che dirigevano il lavoro di altri schiavi e, in Grecia, che potevano lavorare fuori della casa del padrone, versando a quest’ultimo parte dei loro guadagni (apophorà).

In Grecia come a Roma lo schiavo poteva avere un peculio, che nel diritto romano è definito come un insieme di beni (vesti, denaro, altri schiavi, perfino fondi e diritti di credito) dei quali il dominus, pur conservandone la proprietà, dava la disponibilità al suo schiavo.

Schiavi e padroni

Iscrizione su un muro di Pompei: viene prostituita la schiava greca Eutiche per due assi, e si assicura il suo ottimo carattere. Fonte: Wikimedia.

Iscrizione su un muro di Pompei: viene prostituita la schiava greca Eutiche per due assi, e si assicura il suo ottimo carattere. Fonte: Wikimedia.


Schiavi e peculio

In genere quando lo schiavo veniva liberato il peculio gli veniva lasciato, cosa che si verificava anche nel mondo greco, per quanto possiamo sapere dalle scarse fonti in argomento, tra le quali ricordiamo il testamento di Aristotele nella testimonianza di Diogene Laerzio, Vite dei filosofi 5.14-15: “Ambracide sia libera… , e le siano date 500 dracme con la schiava che ella ha adesso; siano dati a Tales, oltre alla schiava che le ho comprato, 1000 dracme ed un’altra schiava”.
Grazie al peculio a Roma gli schiavi potevano compiere operazioni commerciali, sia dietro ordine del dominus, ma in certi casi anche agendo di propria iniziativa.

L’arricchimento prodotto dall’attività dello schiavo andava al dominus, e nel caso in cui fossero stati danneggiati dei terzi, era il dominus ad essere citato in giudizio.

Padrona e schiava

Arte tombale greca: Donna con la sua schiavetta. Getty Villa, USA.
Fonte: Wikimedia.

Arte tombale greca: Donna con la sua schiavetta. Getty Villa, USA. Fonte: Wikimedia.


Schiavi e attività commerciali

Secondo il tipo di azione processuale esperita dai terzi, il padrone poteva essere condannato nei limiti dell’arricchimento o in quelli del peculio dello schiavo.

Gli schiavi potevano gestire una bottega o un’impresa marittima o una qualsiasi attività commerciale (come vedremo ampiamente più avanti) impiegando anche altri schiavi che talvolta potevano far parte del loro peculio, i cosiddetti schiavi vicari (i loro peculi facevano parte del peculio dello schiavo « superiore », l’ordinario), tanto che si è parlato di « capacità patrimoniale degli schiavi ».

In Grecia gli schiavi potevano stare in giudizio in particolari casi di azioni commerciali, nelle quali non aveva importanza la condizione giuridica delle parti, cosa che invece non era possibile a Roma.

 Schiavi privilegiati e famiglia servile

In Grecia come a Roma tra gli schiavi privilegiati bisogna considerare i «servi publici», soprattutto quelli delle città, e a Roma, durante il Principato, gli schiavi imperiali (servi Caesaris), in particolare durante il I secolo d.C. svolsero un ruolo di rilievo nell’amministrazione: secondo alcuni studiosi potevano fare testamento per la metà del loro peculio (l’altra metà andava all’imperatore).

Lo schiavo non poteva avere una famiglia legittima, ma capitava a volte che degli schiavi che vivevano insieme avessero dei figli. Ciò non aveva alcuna rilevanza giuridica, ma nel momento in cui lo schiavo veniva liberato (a Roma) e ne aveva la possibilità economica, poteva riscattare la sua compagna ed i suoi figli, dando effetti giuridici all’unione attraverso il matrimonio.
L’unione, che prima era definita «contubernium», con il matrimonio definiva la posizione dei discendenti, che diventavano così figli legittimi.

 Schiavi e diritto criminale

Nell’ambito del diritto criminale, in Grecia gli schiavi potevano testimoniare sotto tortura nei processi per omicidio, se il dominus dava il suo consenso.
A Roma gli schiavi potevano essere sottoposti a tortura per testimoniare o confessare riguardo a determinati crimini (adulterio, lesa maestà, frode fiscale), ma la facoltà di torturare gli schiavi fu limitata da un rescritto dell’imperatore Adriano (princeps dal 117 al 138 d.C.).
Lo schiavo greco, come quello romano, poteva accedere alla sfera religiosa; a Roma il dominus doveva assicurare una sepoltura allo schiavo, e la sua tomba era «locus religiosus».
Si usciva dalla condizione servile con la manumissione.

Liberazione dello schiavo

In diritto attico esistevano manumissioni civili, con la dichiarazione solenne del padrone di voler liberare lo schiavo, e religiose, con le quali il padrone vendeva fittiziamente lo schiavo alla divinità.
Anche a Roma esistevano differenti modalità di manumissione: la differenza fondamentale con il diritto attico era che a Roma il liberto diventava cittadino romano, mentre il manomesso greco (apeleutheros) non diventava cittadino, ma la sua condizione giuridica era assimilabile a quella dei « meteci », cioè gli stranieri residenti ad Atene.
A Roma durante il Principato i giuristi cominciarono ad ispirare le loro decisioni al favor libertatis, vale a dire che nei casi incerti prendevano la decisione favorevole alla libertà dello schiavo.

Condizione del liberto

Nello stesso periodo, il diritto introdusse delle limitazioni alle manumissioni effettuate in frode ai creditori: gli schiavi che erano liberati contro queste disposizioni diventavano «Latini» (Aeliani), erano cioè assimilati ai Latini abitanti delle colonie romane, non conseguendo la piena cittadinanza romana.
Sia in Grecia che a Roma il libero aveva degli obblighi nei confronti del suo patrono (ex-dominus), che in Grecia comprendevano anche l’obbligo di restare per un periodo di tempo presso di lui o presso altra persona da lui indicata.
Il cristianesimo, nel Tardo Impero, fornì il suo contributo al miglioramento delle condizioni degli schiavi, senza che mai si giungesse, però, a teorizzare l’abolizione della schiavitù.

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