Vai alla Home Page About me Courseware Federica Living Library Federica Federica Podstudio Virtual Campus 3D Le Miniguide all'orientamento Gli eBook di Federica La Corte in Rete
 
I corsi di Giurisprudenza
 
Il Corso Le lezioni del Corso La Cattedra
 
Materiali di approfondimento Risorse Web Il Podcast di questa lezione

Francesca Reduzzi » 4.Le vendite di schiavi nell'editto edilizio e nei documenti della prassi


Numeri degli schiavi

  • Gran parte delle opere dei giuristi romani riguardava gli schiavi, sia come res (oggetti giuridici di un certo valore economico) sia come “persone”. (Su questa dicotomia inerente alla figura dello schiavo ci soffermeremo nelle pagine seguenti.)
  • Nel II secolo a.C.: si contavano 300.000-400.000 cittadini romani maschi adulti.
  • Dopo la guerra sociale (con ampliamento della cittadinanza romana a molti alleati italici), nel censimento del 70-69 a.C., la popolazione di cittadini romani maschi era di circa 900.000.
  • Tra il 28 a.C. e il 14 d.C. si passa da 4 milioni a quasi 5 milioni (di abitanti cittadini romani, comprese donne e bambini).
  • Nel 42 a.C., al tempo delle proscrizioni triumvirali, si avevano circa 2 milioni di schiavi (secondo alcuni).

Vendite di schiavi

  • Si può dire che tra fine repubblica e principato di Augusto e Tiberio, prima metà I sec. d.C., gli schiavi erano pari al 30-40% della popolazione globale in Italia.
  • In America settentrionale, negli stati del sud, gli schiavi neri erano 1/3 della popolazione.
  • È chiaro, quindi, perché i giuristi si occupassero nelle loro opere delle attività svolte da schiavi o dei negozi che avevano ad oggetto ’servi’.

Modalità di vendita di schiavi:

  • Le vendite di schiavi avvenivano di solito nei mercati.
  • Gli edili curuli (‘aediles curules’, due magistrati ordinari ’sine imperio’ cioè, privi di imperium) eletti annualmente a partire, secondo la tradizione, dal 367 a.C., avevano giurisdizione sui mercati.
  • All’inizio dell’anno di carica emanavano un editto sul modello di quello pretorio, nel quale si indicavano i criteri ai quali si sarebbero attenuti nell’esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.

Editto degli edili e vendita di schiavi

Le notizie sull’editto degli edili si ricavano per lo più dai giuristi che scrissero opere di commento alle clausole edittali, ma anche dall’antiquario vissuto durante il principato, nel II secolo d. C., Aulo Gellio, che attinge ad opere di giuristi.

L’editto degli edili nella versione di Aulo Gellio:

Testo latino: Gell. Noctes Atticae 4.2.1: In edicto aedilium curulium, qua parte de mancipiis vendundis cautum est, scriptum sic fuit:«Titulus servorum singulorum scriptus sit curato ita, ut intellegi recte possit, quid morbi vitiive cuique sit, quis fugitivus errove sit noxave solutus non sit».

Aulo Gellio, Notti Attiche 4.2.1: Nell’editto degli edili curuli, nella parte in cui si dispone della vendita di schiavi, così era scritto: «Si curi che sulla tavoletta dei singoli schiavi sia così scritto, che facilmente si possa comprendere se vi sia qualche malattia o vizio, chi sia fuggitivo o vagabondo abituale, o non sia esente da responsabilità nossale». (trad. F. Reduzzi).

Il mercato di schiavi: rappresentazione dell”800

G.C.R. Boulanger, Le marché aux esclaves (Il mercato di schiavi). Da notare la tavoletta attaccata al collo degli schiavi in vendita. Data: prima del 1882. Fonte: Wikipedia.

G.C.R. Boulanger, Le marché aux esclaves (Il mercato di schiavi). Da notare la tavoletta attaccata al collo degli schiavi in vendita. Data: prima del 1882. Fonte: Wikipedia.


L’Editto edilizio nella versione di Ulpiano

Testo latino: D.21.1.1.1 (Ulp. l. I ad edictum aedilium curulium): Aiunt aediles: «Qui mancipia vendunt certiores faciant emptores, quid morbi vitiive cuique sit, quis fugitivus errove sit noxave solutus non sit: eademque omnia, cum ea mancipia venibunt, palam recte pronuntianto»

Digesti 21.1.1.1 (Ulpiano, libro I del commento all’editto degli edili curuli): Gli edili dicono: «Coloro che vendono schiavi informino gli acquirenti di qualunque malattia o vizio di qualcuno, di chi sia fuggitivo o vagabondo abituale, di chi non sia responsabile per nossa; tutte queste affermazioni, nel momento in cui saranno venduti gli schiavi, siano pronunciate pubblicamente con voce chiara.» (trad. F. Reduzzi).

L’Editto edilizio nella versione di Ulpiano: commento

Testo latino: D. 21.1.1.2 (Ulp. I ad ed.aed.cur.): Causa huius edicti proponendi est, ut occurratur fallaciis vendentium et emptoribus succurratur, quicumque decepti a venditoribus fuerint: dummodo sciamus venditorem, etiamsi ignoravit ea quae aediles praestari iubent, tamen teneri debere.

D. 21.1.1.2 (Ulpiano, libro I del commento all’editto degli edili curuli): Il motivo dell’emanazione di questo editto è di opporsi alle frodi dei venditori e venire in soccorso dei compratori, tutte le volte che fossero stati ingannati dai venditori: poiché osserviamo che il venditore, anche se ignorava le disposizioni dell’editto, sarà comunque obbligato.(trad. F. Reduzzi).

Scrissero opere di commento all’editto edilizio, oltre ad Ulpiano, anche Viviano (attivo in età augustea), Labeone, Pomponio, Gaio e Paolo.

Valutazione del testo edittale nelle versioni di Gellio e di Ulpiano

  • Le indicazioni indispensabili per i venditori risultano le stesse, ma si notano delle discrepanze. Per questo la dottrina ritiene che il testo di Gellio presenti una versione più antica di quella che si legge in Ulpiano.
  • Dal luogo delle Notti Attiche, infatti, si evince la previsione edilizia che gli schiavi venduti al mercato dovessero avere al collo una tavoletta con l’indicazione, oltre che del nome e della provenienza, delle malattie o difetti fisici da cui erano affetti, se fossero vagabondi abituali (errones) o fuggitivi (fugitivi), e se non fossero liberi da nossa.

Stratificazioni nel testo edittale

  • La redazione più antica fu commentata da Trebazio, Labeone e, da ultimo, da Celio Sabino.
  • Fu abbandonata poco dopo, intorno all’epoca della codificazione di Salvio Giuliano.
  • Sembra plausibile l’ipotesi che l’editto fosse stato concepito per le vendite al mercato, compiute per lo più dai venaliciarii (=mercanti di schiavi).
  • In seguito le regole previste furono estese ad ogni vendita fuori dai mercati.

Poiché la tavoletta al collo non si accordava con le nuove modalità di vendita, le prime frasi dell’editto furono sostituite da un’espressione generica, quella che si ritrova in Ulpiano, che risale verosimilmente alla redazione giulianea dell’editto: qui mancipia vendunt, certiores faciant emptores…, anche se il vizio doveva poi essere ripetuto «a voce alta e chiara» (palam recte pronuntianto).

Le tavolette cerate

Tabulae ceratae (tavolette cerate): cosa sono ?
I supporti scrittorii più in uso tra i Romani, per la redazione di documenti, ma anche per la scrittura di lettere o come «block-notes» (pugillares).
Potevano essere dittici (due tavolette), trittici (tre) o polittici (varie tavolette), questi ultimi molto usati per i testamenti.
Quelle che ci interessano in questa sede, avevano scopo probatorio, cioè:

  • costituivano la prova dell’atto compiuto;
  • sono state ritrovate a seguito di scavi a Pompei e ad Ercolano (carbonizzate in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.), in Egitto, in Dacia (odierna Romania) e a Londra.

Tra queste tavolette ve ne sono diverse che contengono atti di compravendita, in particolare di schiavi; molto interessante risulta, quindi, esaminare il contenuto di qualcuno di questi documenti.

Ma vediamone prima la struttura.

Le tavolette cerate: descrizione

Le tavolette lignee erano unite tra loro, incavate da una parte e spalmate di cera; su di esse si scriveva con lo stilo, un cannello appuntito da un lato (scrittura detta a graphium), e piatto dall’altro, per correggere lo scritto rispalmando la cera.

  • Si adoperava il legno di pino argentato, e le tavolette venivano unite tra loro con un filo di lino che passava per alcuni fori realizzati vicino ai margini delle tavole.
  • Ogni documento aveva una duplice redazione del testo dell’atto, al fine di evitare le falsificazioni: la scriptura interior (interna) contenuta nelle pagine 2 e 3, rispettivamente della tabula I e II, sulla cera, e la scriptura exterior (esterna) che nei dittici era ad inchiostro (atramentum), in senso perpendicolare a quella interior, sul lato sinistro della pagina 4, e poteva continuare, se necessario, sulla pagina 1 (sempre in senso perpendicolare), mentre nei trittici occupava la pagina 5, anch’essa cerata, della terza tavoletta.

Caratteristiche dei documenti

Le tabulae I e II venivano chiuse e sigillate con i signa (apposti al centro della pagina 4) dei testimoni (signatores), i cui nomi erano posti (al genitivo di possesso) sul lato destro della medesima pagina, ad atramentum.

Nei trittici i sigilli erano situati in un sulcus che veniva scavato al fine di garantirne l’integrità e di consentire che la terza tabula con la scriptura exterior potesse perfettamente combaciare con le altre.
A volte il documento presentava anche un index, indicazione sommaria del contenuto dell’atto, che rispondeva all’esigenza di facilitare il ritrovamento del documento: esso veniva scritto su una delle pagine di copertina (1 o 6), ed in questi casi si ritiene che il documento venisse archiviato come in uno dei nostri moderni schedari, oppure sulle costole, assumendo la funzione della scritta sul dorso dei nostri libri moderni.

Descrizione delle tavolette

disegno di Maria Vittoria Bramante.

disegno di Maria Vittoria Bramante.


Descrizione delle tavolette (segue)

disegno di Maria Vittoria Bramante.

disegno di Maria Vittoria Bramante.


Descrizione delle tavolette (segue)

disegno di Maria Vittoria Bramante.

disegno di Maria Vittoria Bramante.


  • Contenuti protetti da Creative Commons
  • Feed RSS
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Facebook
  • Segnala su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
Progetto "Campus Virtuale" dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, realizzato con il cofinanziamento dell'Unione europea. Asse V - Società dell'informazione - Obiettivo Operativo 5.1 e-Government ed e-Inclusion