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La Corte in Rete » Giorgio Amitrano, Messaggerie orientali. Racconti di cose. Il Giappone degli scrittori


Incontro con Giorgio Amitrano

Racconti di cose. Il Giappone degli scrittori

Con Giorgio Amitrano si è delineato un viaggio attraverso diversi profili letterari del Giappone per capire come a mille anni dalla stesura della Storia di Genji il principe splendente, la letteratura giapponese dimostra di avere conservato intatta la qualità preziosa di coniugare il lirico con il concreto, il visionario con il quotidiano. In una parola, di possedere la formula per raccontare il mondo.
Federica offre una sintesi dell’incontro tenutosi nell’ambito del ciclo di conferenze di Come alla Corte di Federico II, ovvero parlando e riparlando di scienza.

Giorgio Amitrano

Giorgio Amitrano


Racconti di cose. Il Giappone degli scrittori

Quando, intorno all’anno 1000, nacque in Giappone l’arte di raccontare, il termine allora usato per indicare le prime forme di narrativa era monogatari (letteralmente: racconto di cose). Nei ristretti confini della corte imperiale si sviluppò una tradizione letteraria il cui valore artistico ancora oggi meraviglia e incanta. Quando, studente appena diciottenne, dal liceo classico approdai all’Orientale ed entrai in contatto con la letteratura giapponese, ricordo che fui colpito dal contrasto fra il mondo raccontato nel Genji monogatari (La Storia di Genji il principe splendente), fatto soprattutto di stati d’animo e citazioni poetiche, e quella definizione, “racconto di cose”, così prosaica e concreta. Mi sembrava una contraddizione. Impiegai del tempo a capire che dietro ciò che mi appariva pura sensibilità si dispiegava una vita tutta fatta di cose quotidiane e reali: case, oggetti, abiti, denaro, abitudini. Ma già questa parola, “abitudine”, marca un passaggio dal concreto a qualcosa di più astratto e complesso. È in quel luogo mentale e sociale chiamato abitudine che l’uomo impara a modulare alcune necessità primarie, dettate dalla realtà fisica delle cose, su stereotipi culturali a loro volta legati a fantasie, desideri, paure.

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Giorgio Amitrano
Professore di Lingua e letteratura giapponese
Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte.unina

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Dal Genji monogatari ai giorni nostri

I primi passi alla scoperta di una civiltà che già intorno all’anno 1000 era straordinariamente elevata, raffinata, matura, ma nascondendo anche una concretezza legata al mondo delle cose, un’aura di apparente raffinatezza che celava già qualcosa di molto solido e concreto.

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Yasunari Kawabata e il suono della montagna

Kawabata è il primo scrittore giapponese a vincere il premio Nobel nel 1968, una data significativa, perchè si era alla vigilia delle rivolte studentesche ed era un periodo in cui il Giappone non era internazionalmente riconosciuto, culturalmente era ancora un mondo lontano e sconosciuto con il quale non ci si era ancora confrontati. Era la prima occasione in cui il Giappone si presentava al resto del mondo in chiave ufficiale.

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Haruki Murakami

Il rapporto con la realtà e con le cose non è necessariamente legato al realismo. Lo dimostra Haruki Murakami, lo scrittore meno realistico che si possa immaginare, tutti i suoi romanzi sono surreali, ciò nonostante il punto di partenza è un saldo rapporto di affinità tra il mondo spirituale, mentale, immaginativo e il mondo delle cose. I primi libri erano interessanti e originali, ma molto evanescenti, un passo dopo l’altro ha preso il volo e ha cominciato a scrivere romanzi anche di grande complessità strutturale. Un ulteriore passo avanti verso la realtà è stato compiuto dall’autore in relazione ai due gravi episodi che hanno sconvolto la vita del Giappone: nel 1995 un grande terremoto distrugge Kobe e due mesi dopo avviene un terribile attentato nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin.

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Haruki Murakami e l’attentato alla metropolitana di Tokyo

Lo scrittore è colpito dalla lettera della moglie di una vittima dell’attentato e decide di indagare incontrando le persone che hanno vissuto la tragedia. Ne viene fuori un libro che si chiama Underground, non soltanto perchè la tragedia avvine sottoterra, nell’underground di Tokyo, ma anche perchè sembra esprimere il mondo nascosto che si cela dietro l’apparente armonia e funzionamento del Giappone.

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Moto Hagio

La capacità di raccontare attraverso le immagini sembra rappresentare una nuova via per la letteratura giapponese, l’apertura di un nuovo canale attraverso cui l’immaginazione di questo Paese può continuare ad esprimersi.

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Biografia

Giorgio Amitrano è professore ordinario di Lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi scientifici sono rivolti principalmente allo studio della cultura giapponese contemporanea, con particolare riguardo alla letteratura e ai suoi rapporti con le arti visive. Ha tradotto in italiano opere di Kawabata Yasunari, Inoue Yasushi, Murakami Haruki, Nakajima Atsushi, Miyazawa Kenji, Yoshimoto Banana. Ha curato l’edizione delle opere di Kawabata per i Meridiani Mondadori (2003) e su questo autore ha scritto una monografia, pubblicata a Tokyo per i tipi di Misuzu shobo (2007). Collabora con “La Repubblica”, “Alias” e “Paragone”. Ha curato un recente numero monografico di “Paragone Letteratura” dedicato al cinema. Per la traduzione ha ricevuto i premi: Elsa Morante-Isola di Arturo (1996), Alcantara (1998), Noma Award (2001), Grinzane-Cavour (2008).

Il “post-moderno” Giappone

Il Giappone, unico paese a Est di Suez a rispondere con rapidità ed efficacia alla sfida modernizzante lanciata dalle potenze europee nella seconda metà del XIX secolo, oggi appare più post-moderno delle stesse grandi democrazie dell’Occidente. Come si spiega questo percorso?
Per molti studiosi la modernità nipponica è un’anomalia. Si sottolinea in particolare l’essersi sviluppata in un paese non occidentale e per di più connotato da particolarismo culturale, contrapposto all’universalismo sia europeo che cinese, Un particolarismo derivante in primo luogo dalla sua collocazione periferica tra la vastità del Pacifico e l’”immensità” della Cina, che vantava già duemila anni di storia (e che storia!) quando il Giappone era ai suoi albori. Il processo modernizzante si basava sul principio apparentemente banale di combinare “tecnologia occidentale con valori giapponesi”, “nuove conoscenze” (d’origine esogena) con gli “antichi costumi” nipponici in modo da tradizionalizzare il nuovo e de-radicalizzare il cambiamento senza ricorrere a bagni di sangue.

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Franco Mazzei
Professore di Storia e civiltà dell’Estremo Oriente
Università degli Studi di Napoli L’Orientale


Il sole risorge da ovest: scrittori dell’altro mondo

È notizia dell’ultima ora: Yang Yi, scrittrice cinese residente in Giappone da circa vent’anni, ha appena cominciato a scrivere a puntate il suo quarto romanzo (La testa del leone) – in giapponese come i precedenti – nelle pagine dell’Asahi shinbun, il maggiore quotidiano del Paese del Sol Levante. Per questa autrice, nata a Harbin (Cina nordorientale) nel 1964 e trasferitasi a Tokyo nel 1987, all’indomani della laurea e senza conoscere una sola parola di giapponese, si tratta della consacrazione definitiva.
Nessuno scrittore non di lingua madre giapponese aveva difatti mai avuto l’onore di vedere un suo romanzo serializzato nel quotidiano che in passato ha ospitato le opere di maestri del calibro di Natsume Soseki e Tanizaki Jun’ichiro. Yang Yi si è imposta all’attenzione della critica e del pubblico giapponese poco meno di due anni fa, grazie al conseguimento del prestigioso premio Akutagawa per Un mattino oltre il tempo, romanzo di grande successo pubblicato in questi giorni, in prima traduzione mondiale, da Fazi Editore.

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Gianluca Coci
Ricercatore di Lingua e letteratura giapponese
Università degli Studi di Torino

Torii

Torii


Dame vissute nell’ombra

“Ai vecchi tempi, solo le parti che sporgevano dall’imboccatura delle maniche, e dal girocollo, attestavano la presenza femminile; il resto era annegato nell’ombra”.

Queste parole utilizzate da Tanizaki Junichiro nel saggio Libro d’ombra (1933) per descrivere la donna tradizionale giapponese, richiamano subito alla mente immagini un po’ stereotipate delle dame di corte del periodo Heian (794-1185): piccole figure, nascoste sotto strati di pesanti vesti, che conducevano un’esistenza ritirata, molto spesso monotona e malinconica, nelle tenebrose residenze aristocratiche.
Si potrebbe pensare che le loro vite vissute nell’ombra fossero destinate a passare completamente inosservate, eppure, proprio la condizione di marginalità in cui si vennero a trovare nella società patriarcale dell’epoca, divenne paradossalmente fonte di produttività e di creatività grazie alle quali diedero vita a una raffinata cultura.

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Carolina Negri
Ricercatrice di Lingua e letteratura giapponese
Università del Salento


Il cinema. La luce di stelle lontane…

La cinematografia nipponica deflagrò sugli schermi occidentali all’inizio degli anni Cinquanta: fu come essere raggiunti «dalla luce di stelle lontane», scrisse Andrè Bazin. La luce abbacinante di opere come ‘Rashomon’ di Kurosawa e ‘L’arpa birmana’ di Ichikawa illuminò i festival europei svelando di colpo la grandezza di un cinema fino a quel momento a noi praticamente ignoto, ma già maturo e codificato: l’industria cinematografica giapponese aveva infatti avuto una «vita parallela» a quella della macchina dei sogni hollywoodiana, con studios attrezzatissimi e all’avanguardia sin dall’inizio del Novecento, e con majors all’altezza produttiva degli Usa (e i benshi, «uomini parlanti» che in sala recitavano le didascalie dei film muti, ed erano più amati e popolari degli attori stessi). Un mondo fiorente ma «chiuso» fino al 1923, quando il terremoto che devastò Tokyo rase al suolo anche gli studi cinematografici costringendo, per far fronte all’inesausta fame di cinema del pubblico locale, all’importazione massiccia di produzioni europee o made in Hollywood: non solo film di largo consumo, ma anche i capolavori di Lang, Murnau o Stroheim, che divennero presto fonte di ispirazione e suggestione per i futuri autori nipponici.

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Antonio Fiore
Giornalista

Rashōmon, film diretto da Akira Kurosawa, 1950. Fonte: Wikipedia

Rashōmon, film diretto da Akira Kurosawa, 1950. Fonte: Wikipedia


Donne giapponesi oggi

Il turista occidentale che arrivi in Giappone con l’immagine della geisha in mente, resterà sorpreso di vedere, nelle strade di Tokyo, giovani abbigliate e truccate in maniera stravagante, a volte al limite del grottesco. Lontano dai quartieri più trendy delle grandi città le donne gli appariranno meno eccentriche, ma gli daranno comunque un’impressione di modernità, autonomia ed efficienza. Al di là di questa facciata, tuttavia, le statistiche ci dicono che professionalmente le giapponesi hanno ancora molte difficoltà, che per loro la parità con l’uomo è lontana. Perché se è vero che nel complesso in Giappone circa il 70% delle donne lavora, la maggior parte non lo fa in maniera continuativa nel corso della vita e difficilmente riesce a raggiungere il livello di dirigente.

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Antonietta Pastore
Scrittrice e traduttrice

Scarica il dossier a cura della redazione di Come alla Corte


Le lezioni del Corso

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