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La Corte in Rete » Michele Emmer, L'idea di spazio da Escher alla piscina olimpica


Incontro con Michele Emmer

L’idea di spazio da Escher alla piscina olimpica

Lo Spazio: le sue trasformazioni e metamorfosi, da quelle del grafico olandese Escher a quelle della architettura virtuale, con un poco di bolle di sapone. Se ne discute con Michele Emmer, con un omaggio a Luciano Emmer.

Federica offre una sintesi dell’incontro, svoltosi nell’ambito di Come alla Corte di Federico II, ovvero parlando e riparlando di scienza.

Michele Emmer

Michele Emmer


L’idea di spazio da Escher alla piscina olimpica

Nell’ottobre 1964 l’artista olandese Maurits Cornelis Escher doveva tenere un ciclo di conferenze in Canada, ma poco dopo essere arrivato Escher fu ricoverato in un ospedale di Toronto per essere operato d’urgenza. Il ciclo di conferenze venne annullato. Escher tuttavia, persona molto meticolosa, aveva scritto i testi delle conferenze che sono state pubblicate nel 1986 nel libro Escher on Escher. Exploring the Infinite. In una delle conferenze voleva mostrare come conclusione l’incisione Metamorphose II, degli anni 1939-40, dalle inusuali dimensioni di cm 195×4000. Escher suggeriva che molte delle sue idee visive, delle sue storie, andavano lette con un linguaggio cinematografico. Idea certo non nuova, ché già le opere di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, e di molti altri artisti in epoche diverse, hanno raccontato storie per immagini. E il cinema ha poi raccontato di nuovo quelle storie, come ha fatto Luciano Emmer prima della seconda guerra mondiale con le storie di Giotto; le immagini dell’artista che diventano fotogrammi di una storia da raccontare senza parole, pure immagini e musica, come suggeriva Escher.

Articolo completo

Michele Emmer
Professore di Matematica
Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte

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Le incisioni di Escher

Uno dei grandi sogni di Escher era rendere in maniera tattile l’idea dell’infinito.

Il suo Metamorphose – come un rullo continuo -  ci mostra come si trasformano tutte le forme.

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte

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Verso la mutazione continua dello spazio

“Molti dei grandi atti creativi nell’arte e nella scienza possono essere visti come fondamentalmente metamorfici, nel senso che comportano la riformulazione concettuale dei principi ordinatori da un ambito dell’attività umana a un’altra analogia visiva. Vedere qualcosa come essenzialmente simile a un’altra è servito come strumento chiave nell’evoluzione della forma mentis in ogni campo della ricerca umana”.

Martin Kemp, dal Catalogo della Biennale di Venezia 2004

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte

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Nuove idee di spazio: verso la geometria non euclidea

Quando cambia la nostra idea di spazio? Quella che per molto tempo era essenzialmente legata all’idea di geometria euclidea?

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte

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Le lamine di sapone

Uno dei grandi risultati della matematica del secolo scorso è la dimostrazione che le lamine di sapone possono creare solo due tipi di angoli.
La piscina olimpica di Pechino è stata progettata per utilizzare le leggi delle lamine di sapone.
Ma qual è la forma migliore per impaccare lo spazio in maniera completa?

Il filmato completo, in streaming, è disponibile su Comeallacorte

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Biografia

Michele Emmer è professore di Matematica all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Si è occupato di superfici minime e di calcolo delle variazioni, di computer graphics, dei rapporti tra matematica e arte, tra matematica e cultura, di film, di mostre, di fiabe e di cinema. Ha realizzato 18 film della serie “Arte e matematica” tra cui il film su Escher. Ha organizzato mostre: una parte della sezione “Spazio” della Biennale di Venezia del 1986; la prima mostra di Escher in Italia nel 1986; la mostra itinerante “L’occhio di Horus” nel 1989. L’ultima mostra “Acquarelli di Peter Greenaway” Venezia 2006. Organizza da 14 anni il convegno “Matematica e cultura” a Venezia, è editor della serie Springer “Mathematics and Culture” e della serie “The Visual Mind“, MIT Press. Ha scritto per 25 anni su L’Unità, Diario, Sapere. Dal 2006/07 ha tenuto un corso all’università di Roma su “Spazio e forma”. Ultimi libri: “Bolle di sapone tra arte e matematica”, 2009, “Flatlandia di E. Abbott, con il suo film omonimo in DVD, con musiche di Ennio Morricone, 2008, “Visibili armonie arte cinema teatro matematica”, 2007, tutti con Bollati Boringhieri; “The Visual Mind 2“, MIT Press, 2006; “Mathematics and Culture VI“, Springer verlag, 2009; un capitolo in “Venise”, Flammarion, Paris, 2006, “Matematica e cultura 2008″, Springer, 2008. La fiaba “Fiore del vento”, il libro d’artista “Il mio Harry’s bar”, pubblicati con il Centro Internazionale della Grafica di Venezia, “Una notte ballando”, Minima poetica, 2007. Ha ricevuto nel1998 il premio “Galileo” dalla Unione Matematica Italiana, nel 2004 il premio “Pitagora”. È stato membro per 3 anni della Commission for the popularization of math of the European Math Society.

Una domanda sulla percezione dello spazio al cinema

Che la macchina da presa riprenda (nel senso proprio della “ripresa” cinematografica) e ci restituisca uno spazio reale è ovvio (almeno per la forma “classica” del cinema in quanto “riproduzione della realtà”). Altrettanto ovvio il potenziamento che il cinema elargisce alla visione dello spettatore. Il cinema dilata immensamente i confini della nostra percezione; ci concede una disinvolta ubiquità; vìola la legge dell’impenetrabilità dei corpi; sfrutta improbabili risorse macro e microscopiche; ci colloca in postazioni altrimenti impraticabili; velocizza o rallenta i passaggi successivi del nostro sguardo. Dunque parrebbe insensato domandarsi in che misura lo spazio ritagliato e riprodotto dalla macchina da presa corrisponda allo spazio percepito dal soggetto umano in generale, e cioè se le risorse di cui il cinema dispone riflettono o contraddicono le risorse di cui dispone il mio occhio. La questione non ha ragione di porsi in rapporto alle possibilità or ora enunciate, in cui la strumentazione tecnica travalica a dismisura i mezzi di cui ogni soggetto è fornito, in modo tale che il dominio e il regime della visione cinematografica non può che separarsi dal dominio e dal regime della visione “reale”. Articolo completo

Corrado Calenda
Professore di Filologia italiana
Università degli Studi di Napoli Federico II

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia


Lo spazio architettonico e la critica del XX secolo

Per buona parte della critica e della storiografia, la natura assolutamente rivoluzionaria dell’architettura del XX secolo risiede in una nuova concezione dello spazio, sulla quale influiscono plurimi fattori, dalle scoperte scientifiche ai linguaggi artistici dell’avanguardia. Tutti d’accordo nel ritenere inadeguati i vecchi strumenti analitici della letteratura artistica dell’Ottocento, basati sul concetto di stile, inadatti a penetrare le qualità specifiche di una singola architettura come di un linguaggio epocale. Tutti d’accordo nel sostenere che lo spazio generato dalla prospettiva rinascimentale risultasse ormai superato. E non mancherà chi – come il critico Panofsky – mettendo in evidenza la conclamata natura “non oggettuale” della prospettiva, proporrà di assegnarle un valore simbolico.
Ma quando si tratta di definire più nello specifico lo spazio architettonico il prodotto di tanta elaborazione critica si articola in plurime posizioni.
Articolo completo

Fabio Mangone
Professore di Storia dell’architettura
Università degli Studi di Napoli Federico II


Metamorfosi e Trasformazioni

Il termine metamorfosi evoca immediatamente l’idea di cambiamenti drammatici di forma. Il nostro immaginario è pieno di uomini che si mutano in lupi mannari, vampiri, mosche; orchi e rane assumono l’aspetto di principi; dèi, più o meno pietosi, trasformano i protagonisti di efferate tragedie in astri, animali, piante. Tuttavia le metamorfosi sono comunemente presenti nella vita quotidiana: farfalle diventano larve, pupe, insetti; semi danno vita ad alberi, dall’uovo fecondato vien fuori l’essere umano. Con le metamorfosi occorre convivere; indichiamole allora col nome più prosaico di trasformazioni, peraltro quasi un’esatta traduzione. Cosa fare di esse? Come nell’antico pensiero greco, si può sia negarle sostenendo l’unicità, l’immobilità, l’eternità dell’essere, sia negare invece la stabilità di ogni singola forma ritenendo che il continuo fluire sia l’unica realtà. Sono tesi estreme. Più moderatamente si può credere da un lato ad una molteplicità di enti perfetti: quanto ci appare si modifica partecipando della loro natura e a loro imitazione; dall’altro si può considerare l’evoluzione di ogni ente come un tendere alla realizzazione del fine intrinseco all’ente stesso. Articolo completo

Luciano Carbone
Professore di Analisi matematica
Università degli Studi di Napoli Federico II


Concepire lo spazio: geometrie e combinazioni

Cosa lega Escher alla progettazione di uno spazio unitario come l’involucro di una piscina che non può e non deve essere condizionato da elementi di sostegno verticale che ne interromperebbero la continuità e ne condizionerebbero la funzionalità?
Il legame è il modo di concepire lo spazio inteso come tessitura di moduli costituiti da elementi semplici ma che, secondo precise regole geometriche di assemblaggio e di combinazioni possibili, originano spazi complessi. Un’architettura infinita come la definisce Giulio Carlo Argan (K. Wachsmann, Una svolta nelle costruzioni. Il Saggiatore, Milano 1960), cioè un’architettura che “da un principio formale, seguita a dedursi e prodursi fino, appunto, a confondersi con un’estensione illimitata, cioè un’architettura che non è nello spazio, ma è lo spazio”. Ed è proprio questa esplorazione dell’infinito che è possibile rintracciare nelle incisioni su legno di Escher, nelle litografie e tassellature nel piano e nello spazio che configurano una costruzione immateriale fantastica ma rigorosamente logica, basata su un uso razionale dei poliedri, sulle distorsioni geometriche, sulla padronanza delle traslazioni e simmetrie. Articolo completo

Claudio Claudi De Saint Mihiel
Professore di Tecnologia dell’architettura
Università degli Studi di Napoli Federico II


Cinema, una questione di punti di vista

Se, come scriveva Georges Perec, «vivere significa passare da uno spazio all’altro», è indubbio che sin dalla sua prima apparizione il cinema abbia moltiplicato all’infinito le possibilità di vita e di esperienze cognitive. Superato di slancio il problema dell’unità di luogo, per il cinema conta soltanto quello dell’unità di angolazione e di illuminazione, osservava sin dal 1927 Tynjanov, teorico del Formalismo: «Un solo teatro di posa cinematografico equivale a centinaia di angolazioni e di illuminazioni e, pertanto, a centinaia di luoghi diversi». È l’immagine caleidoscopica di un mondo disintegrato, dentro il quale il solo cine-occhio possiede la facoltà demiurgica di ricombinare gli spazi nella «prospettiva» di restituire ad essi un senso possibile. Reale, simbolico, metamorfosico.
In un tale contesto lo spazio si trasforma incessantemente, e l’angolazione diventa letteralmente la «presa di posizione» dell’autore sulla storia e sui personaggi che si muovono sullo schermo: il cinema è, essenzialmente, una questione di punti di vista. Articolo completo

Antonio Fiore
Giornalista
Corriere del Mezzogiorno

Scarica il dossier a cura della redazione di Come alla Corte – Edizione 2009-2010

Cinématographe Lumière. Fonte: Wikipedia

Cinématographe Lumière. Fonte: Wikipedia


Le lezioni del Corso

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