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Gianluca Giannini » 15.La condizione dell'uomo e/o le condizioni dell'umano


Rivoluzione concettuale

Non vi è dubbio alcuno che se si pensa all’invenzione del cannocchiale ed alla nascita, quindi, della scienza moderna, siano di notevole efficacia e, conseguentemente, da assumere nel loro significato complessivo le parole con le quali Whitehead inaugurava il suo La scienza ed il mondo moderno, e cioè:

“la forma [...] nella quale la persecuzione subita da Galileo è stata tramandata è un prezzo per il tranquillo inizio di una delle più profonde rivoluzioni concettuali che la razza umana abbia mai conosciuto. Da quando un bimbo nacque in una greppia, è dubbio che un evento di così grande importanza abbia prodotto così poco scompiglio”.

Ora, al di là dell’acuto ed indovinato appaiamento metaforico, e della comunque discutibile notazione sull’entità dello “scompiglio”, quel che in questa sede deve essere oggetto di approfondimento concerne l’”inizio” e i contenuti della stessa “profonda rivoluzione concettuale” con la quale l’uomo ha avuto a che fare nella sua storia.

Riferimenti:
A.N. Whitehead, Science and modern world (1926), trad. it. di A. Banfi, La scienza ed il mondo moderno, Torino, Bollati Boringhieri, 1979, p. 20.

Dall’unità alla pluralità

Una importante indicazione in tale direzione proviene da quell’autore che, nel secondo dopoguerra, in Italia ha con più vigore storiografico e forza speculativa, messo in questione l’idea di giusnaturalismo, quel Pietro Piovani per il quale “la grandezza autentica del pensiero moderno è nella libertà riconosciuta ad ogni uomo di aprirsi una personale strada verso la verità”.

Fine di ogni pretesa unitaria

Ed ancora: sorretto dalla costruentesi convinzione – di cui la scienza (moderna) è il più ravvisabile portato – che il “mondo non è chiuso“, ma che anzi può essere, come sarà, sbriciolato “in prospettive conoscitive non riducibili ad un unico principio”, il moderno ha innescato quel processo rivoluzionario in ordine al quale “l’antica pretesa unitaria e assolutistica” è destinata “a cadere”, per far spazio all’”avvento di una concezione del mondo che voglia saper essere nient’altro che l’insieme delle varie concezioni del mondo, concepite da uomini intenti a realizzare la loro personalità nella plasmata integrità della loro vita”.

Riferimenti:
P. Piovani, Giusnaturalismo ed etica moderna, Napoli, Liguori Editore, 2000 (2a ed.), p. 13.

Dall’Universale agli universalizzabili

In un scenario così magmaticamente modificantesi, in un universo che tende rapidamente a trasformarsi sotto l’occhio dell’uomo e al di là della lente del cannocchiale, cioè quello strumento tecnico che consentendo di avvicinare i pianeti, con Keplero prima e Galilei poi, ha di fatto mandato in mora il geocentrismo per l’eliocentrismo, il pacificato posto dell’universale raggiunto e conquistato una volta per tutte, non può che essere lasciato vacante e, quindi, disponibile. L’universale, infatti, non può ormai più risiedere “che nella gioiosa e tormentosa ambizione che gli uomini hanno di attingerlo, in maniere profondamente diverse e tuttavia in una medesima tensione umanizzante”.

Il nuovo “posto” dell’umano

È qui la possibilità che l’uomo ha di aprirsi una personale strada verso la verità, anche rispetto a se stesso, nella concrescente consapevolezza non solo di non essere più vertice di una creazione, e quindi centro del mondo, ma anche che qualsiasi vanità di finalismo escludente è quanto meno sospetta, se non di nuovo pretesa (infondata, perché non più fondabile) di rapporto esclusivo con la verità stessa.

Perdita del centro

Ed è qui che è possibile riattualizzare e approfondire alcuni dati già individuati precedenti lezioni a proposito della rottura epistemologica decisiva operata da Darwin e ridefinire i tratti essenziali della “condizione umana”.

Un primo elemento da fissare relativamente a questo novum introdotto da Darwin è relativo al fatto che la natura da lui studiata non solo non appare orientata, ma anche, cosa questa ancor più importante, come per altro già timidamente suggerito da quella descritta dalla scienza di marca galileiana e newtoniana ispirata dal modello epistemologico meccanicista, la natura non appare per nulla centrata sull’uomo.

Creato dagli animali

Anzi, e questa è probabilmente un’acquisizione di straordinaria portata, lo studio della natura ha suggerito a Darwin che l’uomo, la vita stessa, sono più il prodotto di processi riconducibili al caso, piuttosto che il risultato di un vero e proprio progetto creazionista. “L’uomo – meglio ancora – nella sua arroganza, si considera una grande opera, degna dell’intervento di una qualche divinità. Più umile e, credo più verosimile, ritenerlo creato dagli animali”.

Qui, come si vede, la svolta epistemologica del moderno giunge a radicale rottura e si concretizza un’apertura concettuale rivoluzionaria, in conseguenza della quale può ben dirsi che Adamo, cioè l’archetipo di una certa accezione e concezione dell’umano, è morto.

L’”incubo”

Mandando in frantumi qualsiasi scenario giusnaturalistico improntato ad una programmazione permanente e metafisica dell’umano, in funzione della quale si presuppone che l’uomo sia non solo una grande opera, ma anche latore e portatore di uno status morale superiore a quello di ogni altra creatura sulla terra, Darwin lo ha inserito in una natura della quale non solo non è più il culmine o il centro, ma una natura che non lo sostiene affatto consentendogli di riferirsi a una normatività già data in grado di orientarlo e dirigerlo nell’azione che egli dispiega per costruire la sua identità.

La natura in cui Darwin ha collocato l’uomo, incombe su di lui quasi come un “incubo”.

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