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Gianluca Giannini » 6.Homo faber, homo creator, homo materia


Homo faber

Nella precedente lezione, nel mentre ci siamo trovati ad enucleare la dinamica che sottende la costruzione di macchine come macchine-utensili, giocoforza, abbiamo incontrato un primo ideale tipo umano significativo in quella sorta di capacità/possibilità autonarrativa che attiene questo ente specifico, ovvero l’homo faber.

Homo faber che, in prima battuta, abbiamo definito come quel soggetto agente che, di fatto, ha sempre posseduto utensili, che è sempre stato in grado di fabbricarne, produrne per perseguire uno o più fini specifici. Primo fra tutti quello più o meno dichiarato della persistenza o, meglio ancora (e tuttavia su questo punto bisognerà tornare in maniera più distesa ed ampia), della sopravvivenza.

C’è un elemento che necessariamente deve essere aggiunto al tratteggio di questo ideal tipo, e che risiede nella capacità, nell’alta capacità performativa di questo fabricans che non solo mette mano a progetti complessi al fine di realizzare utensili “funzionali a”, ma che su tali basi è in grado di costruire sapere e competenze concrescenti tali da essere trasmesse.

Homo faber (segue)

L’homo faber, in altri termini, non solo è colui che progetta, realizza ed utilizza un determinato strumento al fine di, ma anche colui il quale, in questa sorta di irretimento fabbricativo, struttura saperi e competenze che:

  • costituiscono una base di nuova di fabbricazione materiale;
  • costituiscono un sostrato progressivo di inspessimento relazionale tra l’uomo stesso e il cosiddetto prodotto/utensile.
  • costituiscono una fabbricazione apparentemente immateriale che andrà a costituire il nucleo per altre e diverse fabbricazioni e applicazioni materiali.

L’homo faber in questa sua capacità performativa senza soluzione di continuità è, di fatto, instancabile edificatore di un mondo parallelo affiancato ad un mondo apparentemente già dato.

Homo creator

Secondo il filosofo tedesco Günther Anders, un primo snodo significativo, per non dire dirimente, nell’avventura di questo ente specifico qui che è l’uomo, si ha quando si assiste al passaggio dall’ideal tipo homo faber all’ideal tipo homo creator.

Chi è costui?

L’homo creator è l’homo faber che si è reso soggetto attivo e produttivo, performativo e manipolatore dei contesti, adattandoli e piegandoli alle sue stesse esigenze e necessità.

Gunther Anders (1902-1992). Immagine da:  Filosofico

Gunther Anders (1902-1992). Immagine da: Filosofico


Homo creator (segue)

L’homo creator è colui il quale, oltre a fabbricare utensile creando un contesto parallelo, entra non solo in contatto con il mondo già dato con la sua complessa istanza performativo-fabbricativa ma, addirittura, tende a modificare e manipolare questo stesso mondo apparentemente già dato, dando vita a fabbricati terzi.

Con l’ideal tipo homo creator si intende propriamente “il fatto che noi siamo capaci, ci siamo resi capaci, di generare prodotti dalla natura, che non fanno parte [...] della categoria dei ‘prodotti culturali’, ma della natura stessa“.

Riferimenti:
G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen. Band II. Über die Zerstörung des Lebens im Zeitalter der dritten industriellen Revolution (1980), trad. it. di M.A. Mori, L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 15.

Homo materia

È questo processo performativo sino alle conseguenze estreme, tali da prevedere e contemplare, da parte dell’homo creator, la capacità e possibilità effettiva di “trasformare se stesso in materia prima, cioè in un homo materia“, che apre a scenari inediti.

Il mondo dell’apparentemente già dato che l’homo creator è andato a toccare per modificare e manipolare, non è più solo relativo al cosiddetto spazio-ambiente, ma include se stesso.

L’homo materia è, in definitiva, l’homo creator che s’è fatto soggetto e oggetto di attività fabbricativa.

Homo materia (segue)

Dopo aver costatato che questi ideal tipo dell’uomo non si escludono, ma anzi si compenetrano sino a poter essere considerati l’uno il “perfezionamento” dell’altro in una forma “superiore”, ragion per cui homo faber, homo creator e homo materia non semplicemente stanno l’uno di fianco all’altro, ma convivono l’uno dentro l’altro, è possibile porre l’accento sul fatto che derivato dell’homo faber, cioè di quell’ideal tipo di essere dell’umano quale soggetto agente contraddistinto dalla qualità del libero progettare il proprio stesso agire dominante su natura e, evidentemente, mondo, in un’ottica previsionale finalizzata comunque all’autoconservazione, l’homo creator, avendo l’inedito potere di creare la natura e la vita medesima al di là di qualsiasi schema evolutivo, avrebbe definitivamente smarrito lo statuto di soggetto per assumere, a questo stadio ultimo della sua avventura, quello di oggetto, cioè del manipolabile per antonomasia.
In questo senso ultimo homo materia.


L’uomo ibrido

Homo materia, dunque, per Anders come passiva ed inerte sede di infinite trasformazioni indotte dal macchinico da noi stessi fabbricato e che implicano il fatto che non solo “rinunciamo al nostro ‘destino morfologico’” per trascendere “il limite di prestazioni che è previsto per noi” ma, anche e soprattutto, che “ci autotrasformiamo per amore delle nostre macchine” che “prendiamo a modello delle nostre alterazioni” di fatto rinunciando “ad assumerci noi stessi come unità di misura”. Autolimitazione che comporta che “limitiamo la nostra libertà o vi rinunciamo”, che la hybris che fa l’ibridità di oggetto che ora siamo induce l’irrefrenabile “autoriduzione a cosa“.

Riferimenti:
G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen. Band I. Über die Seele im Zeitalter der zweiten industriellen Revolution (1956), trad. it. di L. Dallapiccola, L’uomo è antiquato. 1. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 2005 (2a ed.), p. 78 e p. 79.

Le domande per l’uomo ibrido

Se, come è evidente, l’unico status conoscibile e conosciuto dell’uomo è relativo alla sua mutevolezza/motilità, la questione capitale forse ancora formulabile – stando attenti a non cadere in tentazioni moralisticheggianti – nei termini del “che cosa [...] ne sarà di lui uomo” o che ne è dell’uomo, può rintracciare un suo primo sfiatatoio decompressorio nelle ri-narrazioni in vista delle quali, ad esempio, “quali sollecitazioni anormali sarebbe in grado di sopportare” questo nuovo soggettivo-oggettivo? “Quali delle sue soglie non sono fisse, quali potrebbero, quindi, venire ancora spostate“?

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