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Gianluca Giannini » 19.Neo-umanesimo dell'a-essere (II parte)


Conatus fabbricandi

Lo si è detto in precedenti lezioni ma ora, dopo aver introdotto la questione della bio-meccano-poiesi, il conatus fabbricandi che siamo si tinge di colori più forti.

L’umano è conatus fabbricandi al di là di ogni sciovinistica presunzione di antropocentrismo: e qui valga per conatus anche tutto il carico di inquietudine contenuto nell’istanza dilatativa ed espansiva dello sforzo d’essere, cioè dello sforzo per-esistentivo a tutti i costi.

Tentativo-Valore

Non vi è, al fondo, alcuna possibilità perché sussista una legge universale che consacri l’antropocentrismo, cioè una legge connotata dalla sua anteriorità e superiorità etica. Lo spazio dell’umano, che fa l’umano quale conatus fabbricandi è nella relazione tentativo-valore. Non vi è, al fondo, alcuna etica materiale e, quindi, metafisica, del valore, ma solo percorsi di fondabilità per l’etica stessa nel solco, appunto, del chiasmo tentativo-valore.

Rapporto bi-direzionale

Se infatti il valore è ciò che vale, purché ciò transiti, ogni volta, per la riaffermazione (storica) della sua stessa validità e applicabilità, ovvero il valore è valorazione che immancabilmente deve render conto della sua efficacia storica e persuasività etica, e se il tentativo, come capacità e possibilità (storica) di apertura di nuovi orizzonti bio-(meccano)-poietici e, dunque, nuove frontiere dell’agire e per l’agire dell’uomo, il rapporto tentativo-valore è bi-direzionale.

Rapporto bi-direzionale (segue)

Da un lato il valore come valorazione storica testa e verifica, mette alla prova, il tentativo, indirizzandolo anche verso possibili bacini applicativi; dall’altro, il tentativo stesso mette in discussione, provoca intrinsecamente, la validità e la tenuta storica del valore medesimo e, dunque, la sua stessa applicabilità, laddove in special guisa apre a possibilità e slittamenti ulteriori non solo applicativi ma, anche e soprattutto, teorico-concettuali.

Del “relativo a…”

È, per di più, quella tentativo-valore, una relazione di necessità sciolta persino da qualsiasi residuale principio regolativo immodificabile che non sia cioè frutto e portato del massimo di condivisione ottenibile attorno ad una istanza: e si chiami esso utile, giusto e finanche buono. Questo perché tutto, proprio a livello valoriale, è potenzialmente oggetto di discussione quale messa in crisi e trasfigurazione. E qui se di relativismo è lecito parlare, è solo nei termini di relativo a: relativo al contesto, alla capacità penetrativa delle istanze in gioco, alle stesse possibilità coniugative con l’alterità che fanno il tentativo. Relativo alla situazione storica e, cioè anche, teorico-categorico-concettuale.

Per un’etica rischiosa

Apertura ad un’etica rischiosa, non c’è dubbio: ma il rischio chiama all’appello l’impegno. Il rischio è proprio nel trattino che separa tentativo e valore, un trattino che tende al massimo, vettorialmente, in direzione dell’auspicabile. Giammai verso il definitivo.

Un’etica provvisoria

Questa liquida correlazione tentativo-valore spalanca le porte certamente ad un’etica instabile, consapevolmente provvisoria, non più sorretta da un ancoramento al metafisico, a un codice etico ultra-fisico. L’unica possibilità di fondazione è nella certezza della fatica dell’agire stesso e della sua costante analisi e rielaborazione in scenari sempre più complessi e colmi di fascino, in un’ottica di circolarità che non conosce, non può conoscere, soluzione di continuità.

Surplus etico

Una fatica che, figlia ad ogni istante della doppia zavorra della finitezza temporale dell’uomo e della precaria situazione relazionale tentativo-valore (per cui si potrebbe parlare di un’etica provvisoria situazionale), apre lo spazio effettivo della fondabilità di un’etica (o di etiche) quale portato certamente di surplus etico. Perché mantenersi, senza “tavole della legge”, nella situazione e, al contempo, avere la capacità di orientarsi in essa nel riformulare distinzioni valoriali che siano effettivamente valide di volta in volta e, infine, decidersi per esse, richiede recisamente un sovrappiù di sforzo e applicazione riflessiva, nonché cimento prospettico.

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