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Gianluca Giannini » 18.Neo-umanesimo dell'a-essere (I parte)


Tra innato e appreso

È bene, prima di addentrarci in questo segmento conclusivo di Corso, prendere definitivamente atto di alcune determinazioni.

Bisogna chiarirsi sul fatto che l’ibridazione, qualsiasi progetto di deformazione e mutazione è plausibile solo se si è in grado di pensare una plastica e flessibile correlazione e compartecipazione tra “innato” e “appreso”.

Senza innatismo

Se si considera il patrimonio genetico quale forma statica che si trasmette di generazione in generazione, dietro l’angolo vi è nuovamente non solo e non tanto il pericolo di una deriva innatista e sostanzialista, ma è di fatto reintrodotta una forma solo un po’ più sofisticata di giusnaturalismo, una forma latrice comunque di un’ingiunzione stazionaria dell’umano.

Della “mobilità”

La mobilità è, invece, al fondo dell’umano, costituendo la sua caratteristica condizionale: il patrimonio genetico è anch’esso in costante deformazione fosse solo, come pare sia stato sino ad oggi, per “naturale” evoluzione. Ma ciò ne dice proprio della plasticità dell’umano e ne dice, in maniera dirimente, su cosa debba intendersi per “innato”, su come tale aggettivo sia fuorviante nella sua pretesa di “unità” e fissità, unicità e necessità.

Plasticità: condizione condizionante

La plasticità, questa tensione costante al mutamento, alla deformazione quale disposizione al dialogo osmotico con la differenza, quale vera e propria coniugazione temporalmente scandita con la differenza (in questo senso alterità) è qualcosa, quindi, di strutturale e strutturante l’umano, condizione condizionante che è al condizionale, cioè nell’alea dell’eventuale da venire.

Plasticità forzata

È possibile decidere di forzare ulteriormente i tempi di questa plasticità attraverso modi del tutto nuovi. Tuttavia né in regime di contrapposizione natura/cultura – bensì sotto il segno della cooperante correlazione –, né sotto le insegne di un’altra deriva mitica: quella della assolutezza della tecnica, e questo perché la tecnica non è un nuovo modo di auto-disvelarsi dell’essere, bensì nient’altro che opportunità dell’umano per l’umano.

Auto-fabbricazione

La coniugazione mista con la differenza, un differire tanto organico quanto inorganico, trova terreno molle su e in questa plasticità: e qui, come passaggio ulteriore, plasticità non indica più solo la “disposizione” biologica dell’umano, ma anche e soprattutto l’abilità storicamente determinatasi volta a volta del costruirsi e farsi dell’umano medesimo.

L’uomo è fare perché è innanzitutto un farsi, movimento di auto-fabbricazione continua che rintraccia la sua unica frontiera nel concetto di limite esistentivo.

Bio-meccano-poiesi

La novità che fa l’epoca, dunque, che colora in maniera del tutto nuova la nostra capacità deformante quale ininterrotta processualità bio-poietica, la si potrebbe connotare come attività deformante – in quanto poliformante – bio-meccano-poietica.

In altri termini, la novità è anzitutto relativa alle modalità della poiesis sul bios e che, anche per ragioni di sintesi comunicativa, potremmo dire “meccaniche”. Non nel senso di assoggettabili a qualche forma ideale di meccanicismo, o perché semplicemente la bio-poiesi si risolve in “prodotto” meccanico.

Bio-meccano-poiesi (segue)

Principalmente, perché poiesis realizzata per il tramite di macchine (e correlati tecnici) pensate e costruite a partire dal bios e, soprattutto, per il bios, in vista della deformazione del bios stesso. E, in special guisa, in un’accezione del tutto nuova del rapporto uomo-macchina, non più considerato a partire da una visione meccanica e quindi meccanicistica del bios, bensì a partire da una visione biotica della macchina. La bionica, molto più della robotica, quale apripista per la cibernetica del nuovo millennio, ovvero quella massimamente impegnata nell’intreccio con biologia e neuroscienze, sotto questo profilo può esser vista come antesignana concettuale di un tal tipo di rovesciamento dialettico-relazionale tra uomo e macchina.

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