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Gianluca Giannini » 16.Dal “sistema aperto” all'ibridazione


Il paradigma perduto

Sulla scorta di quanto costato nella precedente lezione è possibile ulteriormente rilevare che sotto i colpi di un paradigma che si perde, l’identità stessa dell’uomo, l’esser-uomo-dell’uomo, non è un dato a-temporalmente ereditato ed ereditario, il portato di “una natura” quale progetto stazionario appunto, sulla quale, indipendentemente da ogni altra cosa, egli può contare. Al contrario, chiuso ogni orizzonte mitico-metafisico, nel mentre, per dirla con l’efficacia di Edgar Morin, “la campana suona a morto per una teoria chiusa, frammentaria e semplicistica dell’uomo”, la natura in cui Darwin ha collocato l’uomo, incombe su di lui quasi come un incubo. Essa, infatti, non più Giardino dell’Eden e non più luogo di disvelamento del logos divino, gli viene incontro con la scarsità delle sue risorse, offrendosi ad una popolazione di esseri più o meno simili a lui che devono essere affrontati o evitati se si vuole continuare a vivere. La vita che la natura elargisce all’uomo è lotta e quel che nella lotta è in gioco è la vita stessa. E qui la scissione tra essere e dover essere è netta ed incolmabile.

Riferimenti:
E. Morin, Le paradigme perdu: la nature humaine (1973), trad. it. di E. Bongioanni, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana, Milano, Feltrinelli, 2001 (3a ed.), p. 191.

Corpo immerso

Per tornare, però, più da presso all’ente uomo quale ente in un complesso di enti, è possibile costatare che, sicuramente, un dato centrale nell’ambito della impostazione darwiniana risiede in quell’insopprimibile elemento della fisicità in ragione del quale l’essere umano può venir accomunato ad ogni altro ente che sia dotato di vita e, al contempo, costituito di materia. Il problema, quindi, così come se lo è posto Darwin – ed è questo che, come si vedrà, getterà le basi anche per una certa antropologia contemporanea –, è stato quello relativo alla comprensione dell’uomo sì come un ente tra gli enti ma, tuttavia, anche con un suo peculiare posto nel mondo, come vero e proprio corpo immerso nello spazio-ambiente.

Mutamento/adattamento

Se si accetta che l’evoluzione per selezione naturale è il meccanismo, risolutivo, con cui gli organismi, e quindi anche l’uomo, acquistano le loro precipue caratteristiche, la plausibile più che inoppugnabile ricostruzione di Darwin, che si realizza a partire da una successione di transizioni rafforzate da una successione di vantaggi vede, giocoforza, il corpo come vera e propria superficie, interna ed esterna, in cui hanno principalmente sede il mutamento ed il relativo adattamento.

La transizione (all’uomo)

Non essendo più l’oggetto di una particolare creazione ma, come tutte le specie animali, soggetto alla legge biologica dell’evoluzione, l’uomo, il corpo dell’uomo, non è più sede di doni originari, bensì le sue caratteristiche sono dei veri e propri “risultati raggiunti” nella transizione all’uomo.

Anzi, essendo l’uomo “soggetto a una grande variabilità: due individui della stessa razza – infatti – non sono mai del tutto simili, milioni di volti, paragonati tra loro, saranno sempre diversi”, e le cause di questa variabilità “sono in qualche modo”, “come negli animali inferiori”, “in rapporto con le condizioni cui ciascuna specie è stata esposta nel corso di molteplici generazioni”, Darwin giunge a significative conclusioni.

Della variazione

  1. “nell’uomo, come negli animali inferiori, molte strutture sono così intimamente collegate che, quando una parte cambia, l’altra fa altrettanto, senza che noi siamo in grado, nella maggior parte dei casi, di darne alcuna ragione”;
  2. più complessivamente, “che l’uomo varia nel corpo e nella mente” e tali “variazioni sono determinate sia direttamente che indirettamente dalle stesse cause che obbediscono alle medesime leggi generali degli animali inferiori”.

Sistema aperto

L’uomo, dunque, è un vero e proprio sistema aperto, cioè deforme, nel senso anche e soprattutto di poliformato e poliformante.

Aperto innanzitutto nel senso di sistema costantemente proiettato in direzione di nuovi modi – sia teorici sia pratici – di interpretazione e sperimentazione tanto della propria filogenesi quanto della propria ontogenesi al punto che la sua peculiarità risiede in questo inarrestabile rapporto deformativo, di contaminazione-mutazione con il complesso degli enti esterni e con se stesso.

Ma aperto anche nel senso di contro-reciproco di sistema puro, cioè chiuso attorno ad una propria fantomatica purezza e perfezione, alla propria autoreferenzialità in quanto essere, non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente finito una volta e per tutte.

Della ibridazione

L’umano è conatus fabbricandi al di là di ogni sciovinistica presunzione di antropocentrismo: e qui valga per conatus anche tutto il carico di inquietudine contenuto nell’istanza dilatativa ed espansiva dello sforzo d’essere, cioè dello sforzo per-esistentivo a tutti i costi. Non vi è, al fondo, alcuna possibilità perché sussista una legge universale che consacri l’antropocentrismo, cioè una legge connotata dalla sua anteriorità e superiorità etica.

L’umano è conatus fabbricandi, ovvero è sforzo costante di congiunzione, coniugazione, ibridazione strutturale con l’esterno, freccia lanciata in un orizzonte di indefinibili e indefinite mutazioni, un orizzonte che – come è ovvio – non presenta finalità alcuna.

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