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Rocco Pititto » 16.Pensare è simulare? Perché la macchina non può pensare?


Attività della mente umana e attività della “macchina intelligente”

La convergenza conclamata tra attività della mente e attività della “macchina intelligente” pone il problema dell’unicità dell’attività della mente umana.

Una risposta a favore dell’unicità dell’attività della mente umana non è tanto sicura, dopo che il cognitivismo nella forma più recente ha sostenuto l’idea che l’attività mentale possa essere descritta in termini di operazioni logiche complesse e di rappresentazioni logico-formali. Sarebbe possibile, secondo questo assunto, costruire computer digitali capaci di “esibire la stessa intelligenza dell’uomo” (H.L. Dreyfus).

Dennett, su questa linea non ha esitato a contestare la falsa illusione della supremazia del cervello sul resto dell’organismo umano e ha ipotizzato la possibilità di una convergenza tra comportamento animale e intelligenza artificiale.

Scrive Dennett: «Invece di cercare di rispondere alla domanda “In che modo l’intelligenza artificiale (IA) potrebbe dar forma allo studio del comportamento animale?” mi cimenterò sulla sua opposta: “In che modo lo studio del comportamento animale potrebbe dar forma alla ricerca in Intelligenza artificiale?”» (D.C. Dennett, L’etologia cognitiva: un buon affare oi tempo sprecato?, in S. Gozzano (a cura di), Mente senza linguaggio, Roma 2001).

Un’intelligenza non umana?

Nelle teorie dell’ I. A. il concetto di mente conosce necessariamente una estensione, che confligge con la concezione tradizionale della preminenza dell’uomo nel mondo degli esseri viventi e dell’esclusività delle sue prestazioni mentali. E’ necessaria una concezione più comprensiva dell’essere vivente in generale, estesa all’uomo, come ad altri primati, e tale da allargare il campo stesso dell’intelligenza, riconosciuta come attività comune all’uomo, ad alcuni primati superiori e alle “macchine che pensano”.

Il disegno, non troppo scoperto, sotteso al dibattito sulle “macchine intelligenti”, è di arrivare a proporre un’antropologia più lontana dalla realtà, nella quale ci si ritrova, per avvicinarla al mondo degli esseri viventi non umani. Lo scotto da pagare sarebbe quello di ricostruire un’idea dell’uomo, più vicina, quasi in contiguità, con gli altri esseri viventi non umani. Lungo questo percorso, non ci sarebbe alcun guadagno teoretico, soprattutto, nel caso si arrivasse a considerare il pensare nell’ambito del simulare.

La speranza di raggiungere risultati ancora più importanti mediante macchine più potenti non è infondata e sembra già, secondo molti, a portata di mano. Rinasce il sogno, ricorrente nella storia del pensiero, di una macchina, creata dall’uomo, così perfetta da pensare.

È l’idea stessa di “coscienza” a subire le conseguenze più rilevanti, considerata «non così meravigliosa – non tanto meravigliosa da non poter essere spiegata usando gli stessi concetti e punti di vista che sono stati utilizzati in altri settori della biologia» [Dennet 2007, 5].

L’essere dell’uomo, gli esseri viventi animali non umani e le “macchine intelligenti”

Pensare e simulare sono due tipi di operazioni, che non hanno né pari dignità, né sono interscambiabili. Il pensare, come esperienza cosciente, vissuta dal soggetto, già maturo mentalmente, è irriducibile a qualsiasi altra cosa, che non sia legata all’esperienza cosciente dell’individuo. Il simulare sarebbe altra cosa rispetto al pensare e i suoi risultati, anche i più perfetti, non potrebbero in alcun modo essere assimilati a quelli del pensare.

Nessuna operazione di simulazione, prodotta dalla macchina, per quanto veloce e perfetta, potrà mai assurgere al piano del pensare. La distanza tra gli esseri viventi e gli altri esseri viventi non umani è destinata a rimanere tale. Né può essere colmata la stessa distanza tra le operazioni mentali dell’essere dell’uomo e le operazioni delle “macchine intelligenti”.

«Nessuno crede, afferma Searle, che la simulazione al computer di un incendio fortissimo brucerà tutto il vicinato, o che la simulazione di una tempesta ci lascerà fradici. Perché ci dovrebbe essere qualcuno che suppone che la simulazione al computer della comprensione in realtà comprenda qualcosa? Ogni tanto si dice che sarebbe terribilmente difficile fare in modo che i computer sentano dolore o si innamorino, ma l’amore e il dolore non sono né più difficili, né più facili da imitare delle capacità cognitive o di qualsiasi altra cosa». Piuttosto, continua Searle, «per ciò che riguarda la simulazione, tutto ciò di cui si ha bisogno sono i giusti input e i giusti output e un programma nel mezzo che trasformi i primi nei secondi» (J. R. Searle, Menti, cervelli e programmi, in J. Haugeland (a cura di), Progettare la mente. Filosofia, psicologia, intelligenza artificiale, trad. di P. Amaldi e S. Gozzano, Bologna 1989, p. 323).

Cervello vs Calcolatore

Tre le principali caratteristiche anatomiche per cui il cervello si differenzia dall’architettura dei calcolatori elettronici tradizionali:

  1. il sistema nervoso è una macchina parallela, nel senso che i segnali vengono elaborati simultaneamente in milioni di segnali diversi. La retina, per esempio, presenta al cervello il suo complicato ingresso non in blocchi di 8, 16 o 32 elementi, come in un calcolatore da tavolo, bensì sotto forma di quasi un milione di segnali distinti elaborati collettivamente e simultaneamente;
  2. la risposta del neurone ai segnali in ingresso è analogica e non digitale, in quanto la frequenza degli impulsi in uscita varia con continuità in funzione dei segnali in ingresso;
  3. nel cervello agli assoni che si proiettano da una popolazione di neuroni a un’altra sono spesso abbinati assoni che da quest’ultima vanno alla prima popolazione. Queste proiezioni discendenti o ricorrenti permettono al cervello di modulare il carattere della sua elaborazione sensoriale. L’esistenza di questi assoni rende il cervello un vero e proprio sistema dinamico.

Le operazioni delle “macchine intelligenti”

Con riferimento soprattutto alle operazioni delle “macchine intelligenti”, non c’è alcuna spiegazione e sistematizzazione computazionale che possa reggere il paragone con il vissuto soggettivo dell’uomo, esperito tramite le operazioni del pensare, a meno che non si voglia far propria una concezione della mente, più riduttiva, a livello tanto più basso, da includere ogni tipo di operazioni, che possono dirsi “mentali” solo per approssimazione per difetto.

Ridefinire l’attività della mente al suo livello più basso per includervi anche le attività delle macchine non è senza conseguenze, perché implicherebbe, di fatto, un lasciare fuori una parte dell’attività della mente non assimilabile all’attività delle macchine. Proprio quest’ultima parte concorrerebbe a definire la specificità dell’uomo come essere pensante irriducibile a qualsiasi altra “macchina intelligente”.

Per questa via, la distanza tra l’attività della mente e l’attività delle macchine intelligenti sarebbe destinata a rimanere del tutto immutata.

Il pensiero cosciente

Il “luogo” dell’identità dell’uomo è rappresentato dalla coscienza, definita da Searle come «l’essenza stessa della nostra esistenza dotata di significato». Questo  ”fenomeno straordinario e misterioso” è il risultato di processi cerebrali di livello microfisico, una vera e propria “qualità” superiore giunta nella disponibilità dell’essere dell’uomo (J.R. Searle, La mente, cit., pp. 142-3).

Il pensiero cosciente è qualcosa di assolutamente “altro” rispetto a un programma di calcolatore. Rispetto ad esso, il programma di calcolatore è un programma del tutto diverso, perché non riguarda le proprietà fisiche e causali di sistemi fisici attuali o potenziali, ma riguarda invece le proprietà computazionali astratte dei programmi formali di calcolatore, che possono essere eseguiti in un qualunque supporto materiale, purché questo supporto sia in grado di svolgere quel determinato programma, per cui è programmato.

Secondo Searle «La “macchina” anche più sofisticata (computer, sistema aperto, ecc.) non fa che cogliere e applicare determinate istruzioni o regole del programma ed eseguire le eventuali prestazioni corrispondenti senza capire nulla di quanto sta facendo; essa dispone soltanto di una competenza sintattica nel combinare i simboli, non di una competenza semantica, che consenta di attribuire significato a quei simboli su cui opera, che è invece quanto può fare, e fa effettivamente, l’essere umano, definito per questo un “essere semantico”» (J. R. SEARLE, Menti, cervelli e programmi. Un dibattito sull’intelligenza artificiale, a cura di G. Tonfoni, Milano 1984, pp. 48-9).

L’uomo al centro della questione

La centralità dell’uomo nel mondo degli esseri viventi è tale che nemmeno un’intelligenza artificiale, anche la più sofisticata, la può oscurare. Rimane per tutti – filosofi e scienziati – il compito, difficile ma necessario, di spiegare come esistiamo in quanto parte del mondo, nella consapevolezza che non c’è che un unico mondo, quello in cui tutti viviamo, ed è lo stesso mondo, quello spazio mentale oltre che fisico, nel quale vivono e operano gli uomini. Piuttosto, diventa necessario rispondere ad alcune domande:

  1. Chi siamo veramente come esseri umani? Possiamo ancora dirci “esseri speciali”, senza che questo “essere speciali” possa essere messo in discussione? Che cosa differenzia, se c’è una differenza, l’uomo dagli altri esseri viventi non umani? Come, quando, dove nasce la differenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi non umani? Si tratta solo di una differenza di ordine quantitativo, o, anche, qualitativo, a segnare la linea di demarcazione tra gli esseri viventi del mondo animale e a determinare due percorsi con esiti tanto diversi nella scala biologica?
  2. Sarebbe, forse, il caso di ipotizzare nel processo evolutivo una forza che dirige la direzione stessa della linea evolutiva? Un Intelligent Design, presente e operante nel mondo, riconosciuto da alcuni e negato da altri, che avrebbe introdotto un ordine finalistico nell’evoluzione? Certamente, molti problemi potrebbero trovare una soluzione e altri ne potrebbero nascere.

L’uomo, la mente e l’ambiente

La mente dell’uomo, come condizione dell’agire dell’uomo stesso, tuttavia, è più del cervello, perché è l’organismo umano nel suo insieme, non una singola parte di esso, fosse anche la più importante, a determinare la specificità dell’essere dell’uomo. La mente non è un fatto di ordine puramente biologico, perché è, soprattutto, il risultato dell’interazione continua fra strutture e funzioni del cervello ed esperienze interpersonali pregresse, in vista della creazione di altre relazioni con l’ambiente.

Le numerose differenze, grandi o piccole, che si riscontrano nel mondo degli umani, risultato di lentissime trasformazioni nel mondo degli esseri viventi, fanno una tale differenza nella scala biologica, da determinare un salto qualitativo notevole da parte dell’uomo rispetto agli altri esseri non umani.

Lo schema cognitivo dell’uomo nella sua doppia valenza, mentale e linguistica, non è il punto di partenza dell’essere dell’uomo, ma il punto terminale di un processo evolutivo, che si configura come la conquista vertiginosa dell’Homo sapiens.

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Fonte: Wikipedia

L'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Fonte: Wikipedia


I materiali di supporto della lezione

H. Dreyfus, What Computers Can't Do, New York, Harper and Row, 1972

A. Gehlen, L'uomo.La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano, Feltrinelli, 1983

S. Gozzano, Mente senza linguaggio, Roma, Editori Riuniti, 2001

G.O. Longo, Il simbionte.Prove di umanità futura, Roma, Meltemi 2003

AAVV, Mente umana, mente artificiale, Milano, Feltrinelli, 1989

Homo technologicus, Roma, Meltemi 2001

Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Bari, Laterza 1998

J. R. Searle, Menti, cervelli e programmi. Un dibattito sull’intelligenza artificiale, Clup-Clued, Milano 1984.

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