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Giuseppe Cacciatore » 9.L'opera di Edward Said


Chi è Edward Said

Di origini arabe, nato a Gerulasemme da una famiglia benestante palestinese cristiana, è stato uno degli intellettuali più in vista degli ultimi decenni. Cresce e studia al Cairo, presso il Victoria College, dove incontra come compagni di studi il futuro re di Giordania Hussein e il famoso attore Omar Sharif. Ma ben presto, come egli racconta nella sua autobiografia Sempre nel posto sbagliato, Said rifiuta il modello dell’educazione tradizionalista dei cosiddetti Wog (Westernized Oriental Gentlemen) e, grazie all’aiuto del padre, si trasferisce nel Massachusetts. Quando nel 1948 viene creato lo Stato d’Israele, la famiglia di Said è espropriata di tutti i beni. Egli diventa uno degli alfieri per i diritti del popolo palestinese e sostiene la proposta di uno Stato binazionale, laico e democratico. Consideratosi sempre un rifugiato politico e un esiliato a partire da quel fatidico 1948, dopo gli studi universitari in Nord America, Said insegna Letteratura inglese e comparata alla Columbia University di New York, a Harvard, a Yale e alla Johns Hopkins.

 

Edward Said (1935-2003)
(da:  Academic )

Edward Said (1935-2003) (da: Academic )


Orientalismo

L’opera che ha reso famoso Said è Orientalism (New York, Pantheon Books 1978; Vintage, 1979; Orientalismo, trad. it., Feltrinelli, Milano 1999). Essa esprime, da un lato, una proposta di metodo per un nuovo modo di pensare la teoria e la pratica del colonialismo (e per questo Said è considerato tra i precursori degli Studi post-coloniali), dall’altro una critica radicale alla rappresentazione che dell’Oriente hanno costruito gli studiosi occidentali, generalmente basata su una concezione eurocentrica e su una serie di false alternative, ideologicamente motivate e spesso storiograficamente errate, tra occidente e oriente, europeo ed extraeuropeo. Secondo l’accezione più comune del termine (accademica), “orientalismo” o “orientalistica” è l’insieme delle discipline che studiano i costumi, la letteratura, la storia dei popoli orientali; “orientalista” è chi pratica tali discipline (sia egli antropologo, sociologo, storico o filologo). In base all’accezione più ampia del termine, l’orientalismo può definirsi « uno stile di pensiero fondato su una distinzione sia ontologica sia epistemologica tra l’”Oriente” da un lato, e (nella maggior parte dei casi) l’”Occidente” dall’altro » (Orientalismo, op. cit., p. 12). In sintesi l’orientalismo è « il sistema del sapere europeo o occidentale sull’Oriente » che diventa « sinonimo di dominio europeo sull’Oriente » (Ibid., p. 198).

“Noi” e gli “altri”: superiorità ed egemonia

L’orientalismo si collega a ciò che Denys Hay ha chiamato “idea dell’Europa”, cioè la nozione collettiva tramite cui un “noi” europei viene identificato in contrapposizione agli “altri” non europei. In fondo, scrive Said in Orientalismo, la principale componente della cultura europea è proprio ciò che ha reso egemone tale cultura: l’idea dell’identità europea radicata in una superiorità rispetto agli altri popoli e alle altre culture. A ciò si aggiunge l’egemonia delle idee europee sull’Oriente, che affermano la superiorità europea sull’immobile tradizionalismo orientale, e il fatto che tale supremazia teorica ha impedito l’elaborazione e la diffusione di altre opinioni in proposito.

Francesco Hayez, Ruth, 1835
(da:  Exib Art)

Francesco Hayez, Ruth, 1835 (da: Exib Art)


Rappresentazioni dell’Oriente

L’Oriente, nelle diverse forme e figure che esso assume nella letteratura, nel pensiero filosofico e politico prodotto in Europa, è stato più volte rappresentato come insidia e come minaccia. Si è cercato in molti casi di provare ad avvicinare, a rendere familiare l’Oriente. Nel corso dei secoli medioevali, di fronte al nuovo che proviene dall’Oriente, un nuovo che inquieta e incute timore, l’uomo occidentale comincia ad assumere un nuovo atteggiamento: considerare le cose nuove come versioni di qualche cosa già noto. Ad esempio, l’Islam viene giudicato una versione modificata, in modo fraudolento, di qualcosa di già esistente, nella fattispecie del cristianesimo.

Da:  Arab

Da: Arab


Rappresentazione e misconoscimento

Il caso della rappresentazione europea dell’Islam nel corso dei secoli fornisce un esempio eclatante di misconoscimento dell’altro. A riguardo occorre notare che a partire dalla morte di Maometto (632) la forza militare e, progressivamente, quella culturale e religiosa del mondo islamico crebbero enormemente « [...] l’Islam finì col diventare il simbolo del terrore, della devastazione, dell’invasione da parte di un nemico barbaro e crudele, con cui non si può venire a patti. Per l’Europa, l’Islam rappresentò un trauma duraturo » (E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 66).
D’altronde i tentativi di comprensione dell’Islam messi in atto dai pensatori cristiani presentano alcuni limiti di fondo, per cui storicamente, secondo Said, non si riesce a realizzare un’autentica comprensione dell’altro. Peraltro Said mette in luce la natura analogica di tale comprensione: Maometto è messo in rapporto a Gesù tanto che gli islamici sono chiamati “maomettani”: è questo in realtà l’inizio di una serie di misconoscimenti (Ibid., p. 66), che fanno dell’Islam la quintessenza del minaccioso vicino (si pensi ad esempio allo storico Henri Pirenne) (Ibid., p. 76).

Misconoscimento e rapporti di forza

In generale, al di là del caso specifico dell’Islam, l’Oriente presentato dall’orientalismo non è altro che un sistema di rappresentazioni circoscritto da un insieme di forze che hanno calato l’Oriente nella cultura occidentale, poi nella consapevolezza occidentale, e dunque negli imperi coloniali occidentali (E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 201). « La mia tesi è che l’orientalismo sia fondamentalmente una dottrina politica, imposta all’Oriente a causa della minor forza di quest’ultimo, e che dell’Oriente ha cancellato ciò che era irriducibile a quella minor forza» (Ibid., p. 202).

Edward Said
(da:Al Ahram )

Edward Said (da:Al Ahram )


Essenzialismo e degradazione delle altre culture

L’essenzialismo e la degradazione dell’umanità di altre culture sono in rapporto con una certa forma di umanesimo che si è sviluppata storicamente e devono entrare nell’orizzonte tematico di un nuovo umanesimo. Da questa prospettive si comprende come i limiti dell’orientalismo coincidano con quelli propri di ogni tentativo di essenzializzare, denudare e così minimizzare l’umanità di un’altra cultura. Ma l’orientalismo è andato oltre perché ha fatto di questa visione depauperata e poco obiettiva un dato eterno e perché ha considerato interi periodi e varie forme della vita culturale e politica dell’Oriente come mere reazioni a ciò che si svolgeva in Europa.

Edward Said
Da:  Mean Time

Edward Said Da: Mean Time


Altre opere di Said

Di particolare importanza sono altri due libri di Said. Il primo è una imponente raccolta di saggi, per l’esattezza 46, scritti dall’intellettuale arabo-statunitense tra il 1967 e il 2000 (Reflexions on Exile and Other Essays, BHarward University Press, Cambridge MA, 2000; tr. it., Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi, Feltrinelli, Milano, 2008). Vi sono naturalmente pagine che riguardano la diaspora palestinese e l’esperienza saidiana dell’esilio, ma anche pagine dedicate alla letteratura (Hemingway, Nagib Mahfuz, Joseph Conrad, Lawrence, Naipaul) alla filosofia, alla politica e alla storia (con saggi su Vico, Gramsci e Hobsbawm).
L’altro libro è l’autobiografia, un libro che Said fu spinto a scrivere dall’urgenza di una malattia grave che stava minando il suo fisico e che di lì a qualche anno lo avrebbe portato alla morte. Il libro si intitola Out of Place (Granta Books, London 1999), reso in italiano con Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2000. È ancora l’esperienza dell’esilio, il sentirsi sempre nel posto sbagliato, a dominare la scrittura di Said, il racconto della formazione, degli incontri con maestri e idee, il continuo bisogno di trovare un equilibrio virtuoso, libero da conflitti e da processi di esclusione, tra le culture.

Cultura e imperialismo

In Cultura e imperialismo (1993) Said ci conduce nel cuore delle tenebre bianche, ovvero nelle profondità di quell’avventura coloniale che è stata costitutiva dell’Occidente moderno. Facendo leva su un’analisi fine e singolare di alcuni classici della narrativa (e non solo), egli mostra come i grandi “creatori” del XIX e del XX secolo (da Joseph Conrad a Rudyard Kipling, da Albert Camus a Giuseppe Verdi, da Charles Dickens a Honoré de Balzac) abbiano evocato (e spesso in modo deformato), se non addirittura ratificato, quella terribile impresa di dominazione condotta dall’uomo bianco. In tal modo Said aggiorna l’impensato coloniale che ha alimentato uomini e donne di cultura pur imbevuti di pensieri umanistici. Secondo Said, l’ombra dell’imperialismo e dei suoi stereotipi e preconcetti aleggia in grandi romanzi otto-novecenteschi, nella musica (Verdi, Wagner), nella stessa filosofia di Hegel e Marx e nella sociologia di Comte, Weber e Durkheim. In realtà, le ansie e motivazioni di questi autori così come i loro lavori prendono forma in tensione con lo spirito dell’epoca e quindi sono inscindibili dal complesso dell’esperienza e delle dinamiche sociali. In sintesi Said mostra come il fatto dell’imperialismo fosse inseparabile da certe strutture mentali e concezioni del mondo che ineluttabilmente richiamano il rapporto e l’atteggiamento verso l’altro.

Culture e differenza

Ogni cultura definita come “nazionale” è portatrice, secondo Said, di una certa aspirazione alla sovranità e alla dominazione. Quella francese e la britannica, l’indiana e la giapponese convergono su questo punto. Allo stesso tempo e paradossalmente, mai abbiamo meglio percepito quanto le realtà storiche e culturali siano stranamente meticciate, come esse partecipino di una molteplicità di esperienze, oltrepassino le frontiere nazionali, sfidino la logica poliziesca del dogmatismo semplicistico e della vociferazione patriottica. Lungi dall’essere monolitiche e autonome, le culture integrano di fatto più elementi estranei, alterità, differenze di quanto esse non ne rigettino coscientemente.

Cultura e dominio

Sviluppando ulteriormente alcune idee espresse in Orientalismo, nel secondo capitolo di Cultura e imperialismo Said mette ben in chiaro che tutte le culture tendono a creare rappresentazioni delle culture straniere nella speranza di meglio dominarle e, in un certo senso, di controllarle. Ma tutte non dispongono nello stesso tempo di queste rappresentazioni e del dominio reale, del controllo effettivo delle altre società. Echeggiando le celebri parole di Conrad “l’esistenza dell’imperialismo dipendeva anche dall’idea di avere un impero”, Said mostra come il fatto dell’imperialismo sia stato un caso di dominio dell’altro attraverso precise rappresentazioni e strutture mentali.

Armet Francis – Notingh Hill Carnival
Da:Caribbean community and Caribbean culture

Armet Francis - Notingh Hill Carnival Da:Caribbean community and Caribbean culture


Scontri culturali: uno sguardo sul presente

La dominazione di popoli su altri e le disuguaglianze politico-economiche si ritrovano in tutte le società umane. Nondimeno, oggi, è possibile comprendere come esse hanno assunto forme nuove in seguito all’imperialismo e alla colonizzazione. In Cultura e imperialismo – siamo negli anni ‘90 – Said sostiene che se le nazioni dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa sono politicamente indipendenti, per molti aspetti esse sono dominate e dipendenti come all’epoca in cui erano direttamente amministrate dagli europei. Del resto i popoli delle ex colonie hanno presto scoperto che avevano bisogno dell’Occidente e che l’idea di indipendenza totale era una finzione nazionalista concepita ad uso e consumo di quella che Fanon ha definito “borghesia nazionale”. Altro tratto del mondo contemporaneo messo in luce da Said è l’avanzata, nell’ultima parte del XX secolo, di un nuovo, sconvolgente “tribalismo” che frattura le società, separa i popoli e alimenta cupidigie di ogni sorta, scontri sanguinosi, particolarismi etnici o collettivi minori. In questa atmosfera imbevuta di odi e contrapposizioni, si dedica poco tempo, commenta Said, non soltanto a informarsi sulle altre culture, ma anche a studiare la mappa delle interazioni tra culture, scambi reali e spesso fruttuosi che hanno luogo ogni giorno tra Stati, società, gruppi e identità (Cultura e imperialismo, op. cit., Capitolo 1).

Umanesimo e rapporto con l’altro

In quanto appartenenti a una nazione, sostiene Said, dobbiamo confrontarci con il problema insondabile, opaco e perturbante della nostra relazione con gli altri: le altre culture, storie, esperienze, tradizioni, gli altri popoli, Stati, destini. E non possiamo contare su un punto d’appoggio esterno al problema per darvi una soluzione: non esiste alcuna prospettiva privilegiata da cui osservare queste molteplicità al di là delle concrete relazioni tra culture, tra potenze disuguali, imperiali e non imperiali, tra “noi” e gli “altri”. Nessuno beneficia del privilegio epistemologico di giudicare e interpretare il mondo senza ostacoli, libero da ogni interesse. Alla luce di questa constatazione l’atteggiamento che si richiede all’umanista e all’umanesimo è di non separare – come spesso è accaduto e accade – la sfera culturale (pura e autonoma) da quella politica (sordida e densa di interessi concreti). La dicotomia cultura-politica falsa tutto, assolvendo la cultura da ogni relazione col potere. Occorre allora cogliere i nessi, anche sottili, tra produzioni culturali e ideologie imperiali: questo lavoro si salda all’altro grande sforzo teorico che consiste nell’abbattere le rigide segmentazioni culturali e nel mostrare, al di là delle differenze di forza tra popoli e nazioni, il carattere ibrido delle culture e delle identità (Cultura e imperialismo, op. cit., Capitolo 1).

I materiali di supporto della lezione

Approfondimento

Bibliografia di riferimento

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