Vai alla Home Page About me Courseware Federica Living Library Federica Virtual Campus 3D Le Miniguide all'orientamento Gli eBook di Federica
 
 
Il Corso Le lezioni del Corso La Cattedra
 
Materiali di approfondimento Risorse Web Il Podcast di questa lezione

Giuseppe Cacciatore » 10.Filologia e storia


La dimensione etico-politica dell’opera di Said

Nell’era della crisi delle grandi narrazioni ideologiche e dell’egemonia di un pensiero unico e totalizzante, l’idea di umanesimo e la riabilitazione degli studi e della cultura umanistica esprimono, innanzitutto, un ripensamento del nesso tra politica e cultura. Il concetto di umanesimo, così come pensato e riformulato da Said, si volge, infatti, ad una battaglia su due fronti: quello accademico e quello della politica. Si tratta di due pratiche (e prima ancora di due versanti teorici) che non appaiono lontani l’una dall’altra. Il rinnovato studio delle teorie e dei metodi della filologia – secondo la lezione del grande filologo romanzo Erich Auerbach (1892-1957), studioso di Vico e traduttore, nel 1925, della Scienza nuova, autore di un libro tra i più importanti del secolo XX: Mimesis – si riannoda al convincimento che si possa dar forza al pensiero critico, a un nuovo umanesimo capace di rinvigorire la democrazia restituendole in primo luogo credibilità. Il ritorno alla filologia, come ha scritto Giorgio Baratta nell’introduzione a Umanesimo e critica democratica, è un ritorno alla filologia vivente, nel senso in cui ne parlava Gramsci: conservando l’accezione testuale e sociale che questa parola presentava in Gramsci, Said intende la filologia come rispetto della verità, tensione critica rivolta alla ricerca, apertura alla discussione.

Filologia e critica democratica

Il rapporto tra filologia e critica democratica è meno eccentrico di quanto possa apparire a prima vista, come l’accostamento tra Gramsci e Said non è arbitrario. Per quanto concerne Gramsci, si possono leggere, nei Quaderni del carcere, passi che ci aiutano a capire il nesso tra filologia e critica politica. Gramsci invita a guardarsi da una storia che faccia violenza ai testi, che manipoli il passato e sovverta l’ordine dei valori. Perciò la filologia è vivente, nel senso che il rigore filologico, il rispetto della verità, l’aderenza ai testi e alle testimonianze ci aiutano a guardare obiettivamente al passato. Sul piano teorico la filologia vivente significa l’acquisizione di uno dei principali motivi del materialismo storico: il rifiuto di una concezione eterna, fissa ed immutabile della natura umana e l’idea, invece, che la natura dell’uomo è condizionata storicamente e che dunque ogni fatto storico deve essere accertabile con il metodo della filologia e della critica. Non deve allora stupire che Gramsci individui nel marxismo – con una movenza che anche Said avrebbe adottato – non solo la filosofia della rivoluzione, non solo la critica dell’economia politica, ma anche una vera e propria “filologia della storia e della politica”. La filologia vivente, per Gramsci come per Said, è “l’espressione metodologica dei fatti particolari”, delle “individualità definite e precisate”.

Gramsci: la filologia dogmatica

Nel Quaderno 16 § 3 (edizione V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, p. 1845) Gramsci sostiene che occorre sottoporre alcune tendenze della filosofia della prassi allo stesso tipo di critica che lo storicismo moderno ha rivolto alla vetusta filologia (come del resto al vecchio metodo storico). Il genere di filologia e di metodo storico a cui si riferisce Gramsci si erano cristallizzati in forme ingenue di dogmatismo e sostituivano l’interpretazione e la ricostruzione storica con la descrizione esteriore e l’elencazione delle fonti grezze spesso accumulate in modo disordinato e incoerente.

 

Antonio Gramsci (1891-1937). Da:  Wikimedia

Antonio Gramsci (1891-1937). Da: Wikimedia


Gramsci: la filologia e l’individualità

Nel Quaderno 7, § 6 (pp. 856-857), dove appare l’espressione «filologia vivente», si legge che «l’esperienza del materialismo storico è la storia stessa, lo studio dei fatti particolari, la “filologia”». Qui Gramsci contrappone il metodo filologico al metodo statistico, mutuato dalle scienze naturali. «La “filologia” è l’espressione metodologica dell’importanza dei fatti particolari intesi come “individualità” definite e precisate». Il metodo della statistica, invece, noto come metodo dei grandi numeri, non contempla il particolare nella sua individualità e tende a considerare l’ambito della politica e della storia come statico e riducibile a leggi generali. In realtà la legge dei “grandi numeri” può essere applicata alla storia e alla politica solo fino a quando le masse sono ritenute passive in rapporto alle questioni che interessano lo storico e il politico. Rispetto a tale «incitamento alla pigrizia mentale e alla superficialità programmatica», l’azione politica tende a far uscire le grandi moltitudini dalla passività e dunque a smantellare la legge statistica. Queste considerazioni tornano nel Quaderno 11, § 25 (p. 1429), dove Gramsci intende allargare la sfera della filologia rispetto a come è intesa generalmente: «la filologia è l’espressione metodologica dell’importanza che i fatti particolari siano accertati e precisati nella loro inconfondibile “individualità”».

Gramsci: la «filologia vivente»

Nel Quaderno 11, § 25 (ed. Gerratana, p. 1429) il contesto è politico: Gramsci sta meditando sull’affermarsi, nella funzione direttiva dell’arte politica, di organismi collettivi (i partiti) a detrimento di singoli individui, di capi individuali o carismatici. A riguardo Gramsci rileva che, con il consolidamento dei partiti di massa e il loro rapportarsi in modo organico alla vita economico-produttiva della massa stessa, si modifica la percezione dei sentimenti popolari. La conoscenza e il giudizio di tali sentimenti non nasce più, come quando al vertice politico c’è un capo-interprete delle condizioni del popolo, da un’intuizione combinata con leggi statistiche, cioè per via razionale e intellettuale, ma, nel caso degli organismi collettivi, avviene «per “compartecipazione attiva e consapevole”, per “con-passionalità”, per esperienza dei particolari immediati, per un sistema che si potrebbe dire di “filologia vivente” ». Qui Gramsci insinua l’idea che la filologia non sia un chiudersi dell’intellettuale nel mondo dei testi isolandosi dalle dinamiche vive del reale, ma possa valersi di un’accezione più ampia – l’aderire organicamente ed empaticamente alla vita più intima delle masse senza sacrificare l’individualità alla generalità – che stimola un’idea e una pratica di cultura simbioticamente innestate nella sfera politica.

Filologia e storia politico-sociale

Nel saggio di Said del 1995, Storia, letteratura e geografia (in Nel segno dell’esilio, trad. it., Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 505-25), si trovano alcune precise tracce interpretative per capire a fondo la prospettiva filosofica, politica e culturale di Gramsci. Mettendo a fuoco l’ampiezza e l’inorganicità dell’edificio teorico gramsciano, è possibile cogliere, spiega Said, la portata che la formazione essenzialmente filologica ha avuto nella riflessione del pensatore di Ales: in altre parole, come Vico, Gramsci comprende a fondo il complesso legame che «salda parole, testi e realtà alla storia politico-sociale e a distinte entità fisiche» (p. 517).

G. Viola, “Antonio Gramsci” (1972). Da:  Museo della pace

G. Viola, “Antonio Gramsci” (1972). Da: Museo della pace


Idee, storia, geografia discontinua

Sempre nel saggio Storia, letteratura e geografia Said denota il lavoro intellettuale di Gramsci come un’attività volta innanzitutto a sovvertire la tradizionale divisione del mondo in dominanti e dominati. Abbracciando una visione storicistica che impedisce di vedere le cose in una loro presunta fissità e immutabilità, e studiando il nesso tra idee, istituzioni e classi, Gramsci mette in luce che le idee non sono né eterne né innate, ma non nascono neanche spontaneamente dalla testa del singolo individuo. Egli si interessa alle idee e alle culture in quanto situate nella storia, in rapporto a precisi contesti politici e sociali, in quanto specifiche forme che persistono all’interno della complessa e discontinua società civile. Idee, testi, scritti sono radicati in situazioni geografiche concrete che li rendono possibili e forniscono loro «una particolare estensione istituzionale e temporale» (p. 518). Perciò Gramsci è contrario ad ogni tendenza omologatrice e uniformatrice della società, così come è critico verso ogni interpretazione deterministica dell’economia, della società e della storia. La storia, allora, deriva, secondo l’interpretazione che Said dà di Gramsci, da una sorta di «geografia discontinua» (Ibid.), in cui giocano insieme un ruolo importante l’attenzione ai contesti e una idea direttiva che è quella del conflitto generale tra dominanti e dominati.

Il lessico gramsciano e la contestualizzazione

Anche il lessico gramsciano – egemonia, intellettuali, società civile, blocco sociale, classi emergenti e tradizionali etc. – è caratterizzato da una disposizione critica e geografica piuttosto che sistematica ed enciclopedica. A riguardo si rileva che Said penetra appieno nel laboratorio gramsciano nella misura in cui legge il vocabolario dell’autore dei Quaderni del carcere come uno strumento teso a pensare la società e la cultura come attività produttive, vive e dinamiche, che si sviluppano territorialmente, piuttosto che come magazzini di idee, tradizioni, istituzioni da sistematizzare in base a determinati nessi e matrici di natura teorica. Egli lavora a partire da polarità – mente-corpo, dominanti-dominati, teoria-prassi, intellettuali-operai – che vengono sempre sottoposte a un controllo contestuale, e non rese significanti all’interno di un’identità più ampia che ne armonizzerebbe le differenze alla luce di qualche forza ipostatizzata o esterna come l’identità o la temporalità. Libero da incrostazioni metafisiche e nudi plessi teorici, il mondo di Gramsci è un flusso continuo dove il conflitto sociale di fondo è quello per l’egemonia, «cioè per il controllo di geografie, forme di vita e attività umane che sono essenzialmente eterogenee, discontinue, non-identiche e ineguali» (E. Said, Storia, letteratura e geografia, cit., p. 520).

Auerbach: filologia e storia

All’inizio del saggio, già più volte citato, Storia, letteratura e geografia, Said mette in piena luce il concetto della filologia come scienza storica. In quest’ottica egli prende le mosse da un importante saggio di Auerbach, Philologie der Weltliteratur (Filologia della letteratura mondiale), del 1952. Qui Auerbach esalta lo studio della realtà umana, non fosse altro che per il fatto che noi non ne possediamo un’altra. Al centro di questa realtà si pone la storia. «La storia è ciò che ci tocca più direttamente, ci coinvolge più profondamente e ci porta più insistentemente alla coscienza di noi stessi, perché costituisce l’unico oggetto di studio in cui gli uomini si presentano davanti a noi nella loro interezza. [...] La storia interna degli ultimi millenni, oggetto della filologia in quanto disciplina storicistica, è la storia dell’umanità giunta a un’espressione propria» (E. Auerbach, Filologia e letteratura mondiale, a cura di E. Salvaneschi e S. Endrighi, Book Editore, Castelmaggiore, 2006, pp. 37-39). Auerbach, dunque, rappresenta per Said, il prototipo del filologo che raccoglie e presenta il materiale storico, individuandone, però, oltre l’ammasso informe dei fatti, dei testi e delle testimonianze, una unità che «il filologo interpreta in base a un prospettivismo storicista» (E. Said, Storia, letteratura e geografia, cit., p. 507).

Auerbach: corrispondenza di storia e letteratura

Secondo Auerbach, la filologia è una disciplina innanzitutto interpretativa, capace di connettere lo sguardo sul dato singolo, sull’evento isolato, sul testo particolare con la visione più ampia offerta dalla prospettiva sulla realtà propria di ogni età storica. Essa distingue «una particolare prospettiva sulle cose che deve coincidere con la specifica prospettiva sulla realtà sviluppata in ogni dato periodo storico» (E. Said, Storia, letteratura e geografia, cit., p. 507). Quest’idea, sostiene Said anche alla luce del fatto che Auerbach ha tradotto Vico, consegue dalla teoria vichiana sull’unità dei cicli storici. La scienza fondata da Vico leggeva, ad esempio, i poemi omerici, non come se fossero stati scritti nel XVIII secolo, ma come il frutto dei tempi primitivi da cui scaturivano, l’età – la giovinezza dell’umanità – in cui metafora e poesia erano ancora utilizzate per comprendere e costruire la realtà. Pertanto, «la filologia storicista [...] è la disciplina che dalla superficie delle parole fa emergere la vita di una società, per come vi è stata immersa dall’arte del grande scrittore» (Ibid.). Da quest’ottica, quella della «commesurabilità, o [...] corrispondenza e unione tra storia e letteratura» (Ivi, p. 509), quest’ultime sono, dunque, attività temporali e possono svilupparsi più o meno parallelamente all’interno di uno stesso ambiente, comune anche alla critica.

Parole e realtà

Nel saggio Il ritorno alla filologia Said tematizza ancora il nesso tra filologia e storia: la filologia è «il dettagliato e paziente esame delle parole stesse e delle strutture retoriche con le quali gli esseri umani usano il linguaggio, esseri umani che vivono nella storia» (Umanesimo e critica democratica, Milano, il Saggiatore, 2007, p. 87). Qui Said rievoca la Scienza nuova di Vico quale opera che «propugna una rivoluzione interpretativa basata su una sorta di eroismo filologico» (Ivi, p. 84). Gli esiti teorici di questa rivoluzione dicono, come sosterrà anche Nietzsche, che la storia umana è una schiera di metafore in movimento, il cui significato va di volta in volta decriptato attraverso interpretazioni che prendono avvio dalla forma delle parole. Vico rivendicava appunto il fatto che nella sua opera la filosofia si poneva ad esaminare la filologia, che è «la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall’umano arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti così della pace come della guerra de’ popoli» (Scienza nuova del 1744, in Opere, ed. Battistini, Milano, Mondadori, 20074, p. 419). Le parole, scrive Said alla luce di Vico, sono allora pregne di realtà, ma veicolano una realtà nascosta, ambigua, che oppone resistenza ai tentativi di comprensione. Per questo la scienza della lettura è l’acme della conoscenza umanistica.

I materiali di supporto della lezione

Approfondimento

Bibliografia di riferimento

  • Contenuti protetti da Creative Commons
  • Feed RSS
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Facebook
  • Segnala su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
Progetto "Campus Virtuale" dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, realizzato con il cofinanziamento dell'Unione europea. Asse V - Società dell'informazione - Obiettivo Operativo 5.1 e-Government ed e-Inclusion