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Giuseppe Cacciatore » 11.La sfera umanistica


Gli intellettuali e gli studi umanistici

Nei scritti raccolti in Umanesimo e critica democratica Said chiarisce innanzitutto cosa non intende fare: egli non ricostruisce la storia dell’umanesimo né esplora tutti i suoi possibili significati e nemmeno intende esaminare esaustivamente le sue relazioni metafisiche con l’Essere nel senso in cui ne parla la Lettera sull’umanismo di Heidegger. Said intende piuttosto dar risalto agli studi umanistici quale strumento per gli intellettuali e gli accademici che vogliano essere consapevoli della loro funzione socio-culturale in quanto studiosi e che desiderino mettere in relazione il loro ruolo professionale e il mondo in cui vivono in quanto cittadini.

Mural celebrating Edward Said. Da: MuzzleWatch

Mural celebrating Edward Said. Da: MuzzleWatch


Le ragioni dell’umanesimo

Nel primo saggio raccolto nel volume Umanesimo e critica democratica, La sfera umanistica, Said osserva autocriticamente come, nei suoi studi precedenti (a partire dal famoso libro Orientalismo), egli avesse dato eccessivo spazio alle posizioni strutturaliste, anche se non si può trascurare la fondatezza delle critiche di Foucault alle posizioni di un certo umanesimo essenzialista e totalizzante. Ma questa originaria impostazione viene contraddetta, per Said, dagli sviluppi dello stesso strutturalismo e, ancor più, del post-strutturalismo. Essi infatti, al di là della giusta polemica contro le retoriche umanistiche e gli eccessi del soggettivismo razionalistico, hanno provocato gravi danni all’ambito delle Humanities, del sapere umanistico, contrapponendo, talvolta in modo astratto, le conclusioni teoriche di Foucault, Barthes e Lévi-Strauss, all’idea della vita activa del soggetto e delle sue produzioni. In effetti Said rivendica alle sue posizioni un’implicita condanna dell’antiumanesimo strutturalista e post-modernista. È la sua stessa idea di umanesimo come critica politica ed ideologica che gli consente di non riporre in soffitta quelle che Lyotard considerava, con accento negativo, le grandi narrazioni storiche dei secoli XIX e XX: gli ideali di giustizia, dignità umana e eguaglianza.

Umanesimo e storia

Sulla base del proprio attivismo politico e sociale Said sostiene che gli uomini in tutto il mondo possono essere mossi, e di fatto lo sono, da ideali di giustizia e di uguaglianza. «L’idea – scrive Said ne La sfera umanistica (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 40) – che gli ideali umanistici di libertà e cultura possano ancora offrire alle persone più svantaggiate la forza per resistere contro le guerre ingiuste e l’occupazione militare e per cercare di rovesciare il dispotismo e la tirannia, mi colpisce in modo vitale e positivo». Ma qui non si tratta soltanto di una petizione ideologica. Ciò che consegue dalle posizioni di Said in difesa dell’umanesimo ha una forte rilevanza teoretica. Si può, infatti, accogliere la critica al fondazionalismo ed utilizzare l’utile analisi della linguisticità in cui si manifestano gli eventi. E, tuttavia, sono da respingere le dichiarazioni di morte del soggetto e le improponibili tesi sulla storia senza soggetto o sulla fine stessa della storia. Sono proprio il significato e l’effetto della storicità dell’agire umano a dimostrare che ogni mutamento appartiene alla storia, è la storia, storia delle azioni umane che, da un lato, dà senso alla storia stessa e, dall’altro, costituisce la base metodica ed epistemologica delle discipline umanistiche.

Said e i principi della Scienza nuova di Vico

La tesi centrale di Umanesimo e critica democratica può così riassumersi: si può criticare l’umanesimo solo in nome dell’umanesimo. Anche i peggiori esempi di teoria e pratica di eurocentrismo e di imperialismo hanno spesso fatto leva sulle “radici” umanistiche della civiltà occidentale. Per questo occorre, secondo Said, un approccio umanistico alternativo, che abbia tra i suoi fondamenti il cosmopolitismo democratico e un’idea della filologia come scienza storico-umanistica dei testi, dei contesti culturali, dei linguaggi plurali delle diverse culture, tutte da porre su un medesimo piano di dignità e di valore. Per sostenere queste tesi Said si appoggia a due grandi figure di filosofi e filologi: Vico e Auerbach. Il richiamo a Vico significa andare alla radice originaria della rivoluzione umanistica: «nel cuore dell’umanesimo si trova la convinzione, laica, che il mondo storico è fatto dagli uomini e dalle donne, e non da Dio, e che può essere compreso razionalmente secondo i principi formulati da Vico nella Scienza nuova» (Ivi, p. 40). Said mette in luce non solo il ben noto nesso gnoseologico e metafisico verum/factum (sapere equivale a vedere una cosa dal punto di vista di chi l’ha fatta) ma dà rilievo anche alla straordinaria idea di sapienza poetica, avanzando una proposta di lettura all’avanguardia nell’ambito della letteratura critica vichiana degli ultimi decenni.

Umanesimo e linguaggio poetico

Vico è consapevole della possibilità logica e gnoseologica di una “razionalità altra”, di una forma di conoscenza storica che può essere favorita soltanto dalla filologia, di un sapere che non è soltanto mera accumulazione di fatti e nozioni, ma creatività e produttività dell’essere storico dell’uomo. L’orientamento teorico che emerge dalla lettura saidiana di Vico è l’idea di una conoscenza umanistica le cui radici stanno nel pensiero primitivo, nella originaria sensibilità corporea, che si esprime in linguaggio poetico e in universali fantastici. Vico ha dunque intuito che nel mondo umano «c’è sempre qualcosa con cui occorre confrontarsi [...] che si pone al di là e al di fuori del mero senso logico» (Vico e la disciplina dei corpi e dei testi, in Nel segno dell’esilio, cit., p. 123).

Giambattista Vico (1668-1744). Da.  Wikimedia

Giambattista Vico (1668-1744). Da. Wikimedia


Il marchio della fallibilità

Nel secondo libro della Scienza nuova del 1744 Vico spiega che la sapienza poetica, ovvero «la prima sapienza della gentilità», prese avvio da una metafisica non raziocinante e astratta, «ma sentita ed immaginata quale dovett’essere di tai primi uomini, siccome quelli ch’erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie» (Scienza nuova del 1744, cit., § 375, pp. 569-570). La creatività della conoscenza primitiva, a cui Said fa riferimento, emerge poco più avanti, là dove Vico rileva che i primi uomini delle nazioni pagane, quali fanciulli di un’umanità nascente, «dalla lor idea criavano essi le cose [...] essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano con una maravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all’eccesso essi medesimi che fingendo le si criavano, onde furon detti “poeti”, che lo stesso in greco suona che “creatori”» (Ivi, § 376, pp. 570-571). Certo la conoscenza primitiva evolve verso le forme della razionalità dispiegata e della filosofia, ma ciò non toglie alla mente umana quel suo carattere di «indiffinita natura», per cui l’uomo è capace di porsi come «regola dell’universo» (Ivi, § 120, p. 494), il che significa che la conoscenza umana è segnata da una costitutiva fallibilità, da una provvisorietà, che imprime sull’umanesimo non il marchio della certezza assoluta e dell’essenzialismo, ma quello di un’originaria imperfezione.

Una concezione astratta di umanesimo

Said mette in questione un umanesimo concepito come un atteggiamento o un’attività riservata a élite religiose, aristocratiche e culturali fortemente selezionate. In particolare confuta l’idea che gli studi umanistici debbano segregarsi dal mondo politico-economico, poiché questo si rivelerebbe squallido e desolato, e mette sotto accusa la posizione dei New Humanists (anni ‘30 del XX secolo) e di Allan Bloom (La chiusura della mente americana, 1987) i quali avevano elaborato una concezione molto circoscritta di letteratura, sopraffatti dall’idea che le porte degli studi umanistici erano state lasciate troppo aperte facendo entrare ogni sorta di eccentricità alla moda e di insegnamenti non canonici. In questo modo si voleva dire che «troppi indesiderati non-europei erano improvvisamente comparsi davanti alle “nostre” porte» (Umanesimo e critica democratica, cit., pp. 47-48). Coloro che oggi si allineano sulle posizioni dei New Humanists e di Bloom concepiscono una letteratura scissa dal mondo della storia e del lavoro umano, stigmatizzano gli studi delle donne e di genere e quelli consacrati alle letterature dei paesi un tempo colonizzati dagli europei, in breve pretendono che gli studi umanistici siano appannaggio di «un selezionato manipolo di persone educate all’inglese, non contaminate dalle illusioni del progresso, della libertà e della modernità» (Ivi, p. 51).

L’umanesimo come critica e come apertura

Said ritiene che in una società così radicalmente multiculturale come quella americana non sia possibile abbracciare le tesi di Bloom e dei suoi seguaci (e questa osservazione vale altresì per le società europee, anch’esse sempre più multiculturali). Gli sembra, del resto, paradossale che l’ideale umanistico possa convivere con una lunga e minuziosa lista di esclusioni, con un atteggiamento di auto-segregazione elitaria di un ristretto gruppo di selezionati e approvati autori e lettori. Oggi come non mai l’umanesimo va inteso in un’ottica democratica, aperto a tutte le classi e a tutte le provenienze, come un processo in fieri di scoperta e di autocritica: «l’umanesimo – si spinge a dire Said – è critica, critica diretta allo stato attuale delle cose, fuori e dentro l’università [...] e che trae la sua forza e la sua rilevanza dal proprio carattere, secolare e aperto» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 51). Sostenendo che l’attività umanistica e la pratica di una cittadinanza partecipativa non si escludono a vicenda, Said pensa che lo scopo degli studi umanistici è riuscire a far passare ogni cosa attraverso il filtro dell’indagine critica: si tratta di sottoporre a questo esame tanto il frutto delle energie e del lavoro umani tesi alla diffusione della cultura quanto i fraintendimenti e le interpretazioni errate del passato e del presente collettivo.

Contro l’identità e la purezza

L’umanesimo critico di Said è uno strumento che ci permette di liberarci da una concezione forte dell’identità culturale e dall’idea che le culture non possano rapportarsi tra loro che nella modalità dello scontro. Posizioni come quelle di Bloom o Huntington (Lo scontro delle civiltà) non comprendono che ciò che rende interessanti le culture non è la loro purezza o essenza, ma la loro diversità interna e il loro mescolarsi, quelle forze e quei discorsi che in esse vanno controcorrente, quelle correnti interne antiautoritarie, e il modo in cui costruiscono un dialogo laborioso con altre culture. L’umanesimo è allora «l’esercizio delle facoltà di ognuno, attraverso il linguaggio, per capire, reinterpretare e cimentarsi con i prodotti della lingua nella storia, in altre lingue e in altre storie»; esso è «un mezzo per interrogare, mettere in discussione e riformulare ciò che ci viene presentato sotto forma di certezze già mercificate, impacchettate, epurate da ogni elemento controverso e acriticamente codificate. Incluse quelle contenute nei capolavori archiviati sotto la rubrica “classici”» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 57). Se c’è un’essenza dell’umanesimo, essa, secondo Said, consiste nel guardare alla storia umana come un processo ininterrotto di autocomprensione e autorealizzazione che non investe solo noi, maschi, europei e americani, ma tutti.

I materiali di supporto della lezione

Approfondimento

Bibliografia di riferimento

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