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Nicola Russo » 11.La fondazione della correttezza dei nomi nella stabilità dell'essenza degli enti: 385 e4-386 d6


Indistinguibilità tra vero e falso

Giunti al punto in cui Ermogene ribadisce di non aver altra concezione della correttezza del nome, se non quella idiotistica e positiva, per la quale il nome corretto è quello che uno dice essere il nome della cosa (385 d7-e3), Platone presenta una quinta argomentazione, complessa e importante. Innanzitutto, così come prima, ma in quel caso implicitamente, aveva chiamato in causa Parmenide, questa volta coinvolge esplicitamente Protagora e per la stessa ragione: perché sia da una posizione ontologica forte come quella parmenidea, sia da una posizione del tutto convenzionalistica come quella protagorea, Platone ritiene che si arrivi, in forme certamente diverse, alla conseguenza dell’indistinguibilità tra vero e falso, e poiché egli vuole invece chiarire e fondare una simile distinguibilità, avendo prima risolto nel modo che abbiamo visto l’aporia parmenidea, deve ora affrontare la cosa, per così dire, dal suo lato opposto.

Il detto di Protagora

(385 e4-386 a4): “Suvvia, allora, Ermogene, vediamo se anche le cose [τά ὄντα] ti sembra stiano così, che la loro essenza sia per ciascuno privatamente, come diceva Protagora dicendo che «di tutte le cose [πάντων χρημάτων] misura è l’uomo» – sicché dunque quali le cose [τὸ πράγματα] appaiano a me, tali siano pure per me; e quali a te, tali per te? – o ti pare che abbiano esse per se stesse una qualche stabilità dell’essenza?”

Salvator Rosa, Democrito e Protagora (1663-64), Ermitage, San Pietroburgo. Fonte: Wikipedia

Salvator Rosa, Democrito e Protagora (1663-64), Ermitage, San Pietroburgo. Fonte: Wikipedia


Dal nome della cosa alla sua essenza

Platone fa slittare la questione dal nome della cosa alla cosa stessa, anzi alla sua essenza, sfruttando l’analogia che in tal senso sussiste tra la tesi di Ermogene e quella di Protagora: così come il nome è quello che uno dice essere, così l’ente è come uno dice essere. Ciò che questa analogia significa, in tutta la sua ampiezza, e implica, lo potremo però definire compiutamente, solo dopo aver affrontato una lettura attenta e particolareggiata del passo.

Dalle cose come i concreti utilizzabili alle cose come enti

Già dalla sua prima traduzione minimale, nella domanda di Socrate emergono alcuni punti che cominciamo a sottolineare. Innanzitutto, è notevole che per indicare evidentemente lo stesso, egli usi qui tre parole diverse: ὄντα, χρήματα, πράγματα. Ma perchè abbiamo tre parole per dire la stessa cosa, di cosa è indice questa differenza terminologica?
Come sappiamo, ὄντα possiamo tradurlo del tutto legittimamente con «cose», anche se la traduzione concettualmente più corretta è «enti», ove enti intende innanzitutto «cose che sono», «essenti».

Ta kremata

Χρήματα, invece, che pure deriva dall’uso quotidiano, è termine propriamente protagoreo. È apparentato al verbo χράομαι, che vuol dire «usare», nella piena generalità del termine, e quindi finisce per significare tantissime cose, a partire dalle due accezioni fondamentali di «utilizzare» e di «essere uso», «fare abitualmente». Ad ogni modo, indica un commercio, una prossimità con le cose, un’attività, un avere a che fare, esercitare, praticare, acquistare, aver costume, finanche dire (come «uso dire»). Τά χρήματα, allora, come tutti gli oggetti propri a questa molteplicità di usi, tutti gli utilizzabili nell’enorme varietà di sensi che ha il verbo pure in italiano, sono infine generalmente le cose, seppure in particolare gli oggetti degli scambi che avvengono nello spazio politico dell’ἀγορά in quello economico dello οἶκος (sono anche i «beni», le «sostanze»), che riguardano quindi gli affari di ognuno sia come privato, ἰδιώτης, che come cittadino, πόλίτης. Non è certo un caso, allora, se si tiene a mente ciò, che Protagora usi proprio questo termine, giacché il sofista è appunto maestro dell’arte politica in tutte le dimensioni che questa aveva nella Grecia antica.Τά χρήματα sono ciò che si usa e si possiede, beni, sostanze, merci, possessi, infine, e a tutt’oggi, denaro. Non vale speculare oltre sul termine.

Ta pragmata

Τά πράγματα, da πράττω: «faccio», «ottengo», «riesco», «agisco», «mi occupo», «opero» etc., significano ancora genericamente le cose, ma nei sensi che vanno da «fatto», «avvenimento», «realtà», «circostanza» a «opera», «affare», «negozio» e poi «questione», «stato di cose rilevante», «necessità» e infine «affare pubblico», «cosa pubblica», «governo», «amministrazione dello Stato». Vi è quindi evidentemente un’affinità con χρήματα: πράγματα sono le cose concrete nel loro essere disponibili ad una qualsiasi prassi, pratica, azione, in particolare politica. È quindi termine più generale di cr»mata (che mantengono una dimensione più «economica», ma attenzione: qui intendo il termine nel suo senso moderno, quindi non solo l’amministrazione dello οἶκος, bensì anche l’ἀγορά), ma meno universale di ὄντα: sono le cose non in vista del loro puro essere, ma in vista del loro concreto darsi all’uomo o a qualsiasi altra potenza dell’azione. In particolare, poiché come vedremo è ciò che qui ha rilevanza, le idee in senso platonico non sono πράγματα, non solo perché non sono concrete e sensibili, ovviamente, ma perché appunto indisponibili a qualsiasi modificazione, inagibili, intangibili: l’uomo non può mettere le mani sulle idee, non può modificarle.

L’ambito politico/economico dei πράγματα-χρήματα e quello ontologico degli ὄντα

Diciamo quindi che ὄντα può essere inteso in due accezioni fondamentali:
1) «le cose che sono», ossia tutte le cose, πάντα τά ὄντα: τά πάντα (anche nel senso del τά πολλdel Fedro [Phaidr. 265 D3-4]: “i molteplicemente dispersi”, intorno ai quali ragionava la prima filosofia greca, oltreché ovviamente nel senso più generale dei πάντων χρημάτων, di cui parla qui Protagora) e poi
«le cose che sono essenzialmente ciò che sono»: per Platone le idee (τά ὄντως ὄντα – nel senso della οὐσία ὄντως οὖσα, dell’”essenza essenzialmente essente” ancora del Fedro [Phaidr. 247 C7]).

La βεβαιότης τῆς οὐσίας e il φαίνεσθαι protagoreo

βεβαιότης viene generalmente resa con «fermezza», «saldezza», «stabilità», «sicurezza», «certezza», «assicurazione» (il verbo βεβαιόω  significa: «consolido», «garantisco», «stabilisco», «assicuro» – βεβαίωμα: «prova certa» – βεβαίωσις: «conferma», «assicurazione», «garanzia») e così via. Ma anche qui, come in ogni caso analogo, noi non possiamo accontentarci di affastellare accezioni una sull’altra, dobbiamo certo tenerle presenti nel tradurre una parola, ma poi dobbiamo scegliere con precisione, trovare ragioni precise per scegliere.

Bebaiotes

βεβαιόω è apparentato con βαίνω e allude quindi originariamente, ma ancora in Omero, a «ciò su cui si può andare con stabilità», mettiamo un carro o una nave, allora abbiamo una ragione per tradurre preferibilmente con «stabile», piuttosto che «saldo» etc., poiché noi, invitati a salire su qualsiasi trabiccolo, chiediamo appunto: “ma è stabile?” E non: “ma è saldo?” E, inoltre, poiché βεβαιόω finisce per significare pure «garantito», «accertato», «assicurato», ho un’altra ragione per preferire «stabile», perché nel termine vi è appunto anche il senso dello stabilire, del sancire e porre saldamente, così come fa un legislatore. Dal punto di vista metaforico, poi, la stabilità di una nave, per esempio, è bella figura della stabilità dell’essenza, come se le cose avessero in sé una sorta di carena che le rende resistenti alle onde, al flusso della natura: esse rimangono certo immerse in questo flusso, τά πράγματα τά χρήματα, ma non si riducono ad esso, non vi si disciolgono, permangono.

Essenza

Il ruolo che nella teoria delle idee è svolto dall’essenza, in Protagora era svolto invece dall’apparenza delle cose, dal modo in cui esse si presentano a me, φαίνονται. E Platone, infatti, che non è certo uno sprovveduto, nella seconda parte del passo riferisce appunto ciò, tornando così fedele al detto protagoreo, che ha però già superato sin dal principio, omologandolo ad un discorso circa l’essenza delle cose: “Che la loro essenza sia per ciascuno privatamente, come diceva Protagora dicendo «di tutte le cose misura» è l’uomo – sicché dunque quali le cose appaiano a me, tali siano pure per me…”.

Essenza (segue)

I due risultati principali che Platone ottiene grazie ad un tale sposamento sono:
1) innanzitutto confutare Protagora, forse il più serio e teoricamente profondo dei sofisti e certo tra i più influenti;
2) e poi legare, non solo nel detto di Protagora, ma nel complesso del discorso del Cratilo, al nome l’essenza. Un obiettivo, questo secondo, forse ancora più importante del primo, poiché insieme all’essenza salta e si impone nel dialogo tutta la teoria delle idee.
Sulle particolari conseguenze teoriche di questo movimento torneremo poi in sede di sintesi, mentre ora mi pare più opportuno schizzare rapidamente il seguito del discorso, raccontandone solo i movimenti principali.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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