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Nicola Russo » 17.Nome, legge, strumento


Il nome come organo didascalico e diacritico (388 a8 e 390 a7)

In quanto appunto medio tra λόγος e ὄν, il nome è ὄργανον [388 a8], strumento. E lo è precisamente alla stessa maniera in cui la spola è strumento del tessere, ossia propriamente come attrezzo: un artefatto che l’uomo pone tra sé e gli oggetti della sua azione, che così diviene propriamente tecnica e si distingue da altre azioni di ordine vitale o morale. Nominare è una τὲχνη, nel senso complesso e molto ampio che ha questa parola in greco, significando almeno insieme ciò che noi chiamiamo arte e tecnica.
E nell’usare il nome come strumento del dire, noi cosa operiamo effettivamente?

Ricostruzione di un abaco romano, Magonza (1977). Fonte: Wikipedia

Ricostruzione di un abaco romano, Magonza (1977). Fonte: Wikipedia


Il nome come organo didascalico e diacritico (segue)

Nominando, dunque, insegniamo qualcosa l’uno all’altro e distinguiamo le cose così come sono. Quindi il nome, come strumento del nominare, ha funzioni pedagogiche e, in senso ampio, teoriche! Il che è davvero notevole, poiché ciò parrebbe adattarsi al λόγος in generale, piuttosto che al mero nominare, il che è un indice ulteriore del fatto che qui non abbiamo a che fare con un mero nominare, che il nominare ha un senso più vasto e più profondo di quello che noi associamo a tale termine. Vediamo, però, più da più vicino questa definizione: organo διδασκαλικόν καί διακριτικὸν τῆς οὐσίας. Che significa esattamente διακριτικὸν τῆς οὐσίας? Platone tiene il paragone con la spola del tessitore, che distingue e separa la trama e l’ordito confusi insieme (388 b2: συγκεχυμένους: come di liquidi l’uno versato nell’altro…, ancora il flusso eracliteo), così dunque anche il nome è diacritico dell’essenza, nel senso della separazione e distinzione di ciò che è confuso, dell’identificazione delle essenze, che vengono così poste ognuna per sé e per ciò che è. Infatti, come già sappiamo, al singolo nome deve corrispondere il singolo ente (ma non certo la cosa singola) e così la singola essenza.

L’onomaturgo e Νομοθέτης (388 b13-390 a7)

Per individuare il costruttore dei nomi, allora, Platone indica prima nel νόμος il luogo della tradizione che ci consegna i nomi, quella norma, convenzione, regola, consuetudine, uso consolidato, che è come il deposito dei nomi comunemente usati (388 d12 s.).
Come ogni artigiano il Νομοθέτης sarà vincolato, nell’esecuzione della sua opera, al rispetto del modello di questa, del suo paradigma, che è poi il luogo ove è consegnata e stabilizzata la sua essenza, il suo esser questa e tale. La domanda a cui Platone richiede una risposta è, infatti, “guardando a cosa?” – ποῖ βλέπων – l’artigiano costruisce lo strumento. Guardando a un modello, che per gli organi è detto: πρὸς τοιοῦτόν τι ὃ ἐπεφύκει κερκίζειν: “verso quel tale che, cui è connaturato il tessere” (o qualsiasi azione relativa a una τὲχνη e quindi anche il nominare). Questo tal che (τοιοῦτόν τι) è quindi lo strumento in quanto tale, il suo εἶδος (389 b2: πρὸς ἐκεῖνο τὸ εἶδος πρὸς ὅπερ καί ἣν κατέαξεν ἐποίε), la sua forma intellegibile, ossia noeticamente visibile e proprio per questo riproducibile, ciò che è propriamente lo strumento (389 b5: αὐτὸ ὃ ἔστιν κερκίς), la sua natura perfetta in vista dell’opera (389 b10 ss.: οἵα δ᾽ ἑκάστῳ καλλίστη ἐπεφύκει ταύτην ἀποδιδόναι τὴν φύσιν εἰς τὸ ἔργον ἕκαστον),  τὸ φύσει ἑκάστῳ πεφυκὸς ὄργανον: “l’organo per natura connaturato ad una qualsiasi opera”.

Il materiale del nome

Rendere compiutamente una tale forma, poi, significa rispettare anche il “materiale”, per natura adatto a riceverla, che nel caso dei nomi sono i suoni articolati: questa distinzione tra materiale e forma del nome, oltre che per ragioni più generalmente strutturali, è importante qui, poiché permette a Platone di rendere conto della diversità delle lingue (389 d4 – 390 a7). Nel materiale del nome, infatti, non è data già la sua determinatezza, che essenzialmente gli può venire solo dalla forma e non in una singolarità materiale, bensì la condizione generale di ogni sua realizzazione singolare, che può quindi benissimo essere differente (purché, ovviamente, alla diversità del materiale faccia da contrappeso l’identità dello εἶδος che viene di volta in volta restituito). Così come uno strumento realizzato in ferro non lo è mai nello stesso identico ferro, ma certo in un qualche ferro, così un nome non si realizza necessariamente nelle stesse sillabe, ma certo in sillabe. La correttezza del nome, insomma, non deriva dalla sua materialità specifica, ma piuttosto dalla sua materiatezza universale come configurazione foneticamente determinata di un εἶδος.

Dalla bidimensionalità alla tridimensionalità del nome

Rispetto alle posizioni contrapposte di Ermogene e Cratilo, che tuttavia, come spiegherò subito, condividono l’impianto di fondo, qui si è realizzata una completa riorganizzazione concettuale, che possiamo schematizzare dicendo che si è passati da una struttura bidimensionale a una tridimensionale. Ermogene e Cratilo, infatti, pensano la correttezza del nome come relazione tra due termini, il nome stesso e la cosa di cui è nome, quindi come relazione tra determinatezza del nome (senza alcuna distinzione significativa tra la sua materia e la sua forma) e determinatezza della cosa (anche qui, senza alcuna distinzione tra πρᾶγμα e ὄν). In tale contesto, argomentare a favore della correttezza naturale significa pretendere di poter dedurre il nome dalla cosa, come se le appartenesse appunto come dotazione naturale, mentre argomentare contro significa pensare allo stesso nesso nome-cosa, intendendolo però come arbitrario e convenzionale. Ora, Platone trascende entrambe le posizioni, proprio perché egli passa da questa relazione a due termini a una relazione a tre termini, entro la quale il nome in particolare assume una posizione del tutto differente, non più quella di uno dei relati, ma del medio tra due relati. Da nome-cosa, insomma, si è passati a cosa-nome-essenza, πρᾶγμα-ὄνομα-οὐσία (in termini più moderni: oggetto-significante-significato). (389 c4-391 b5)

Dalla bidimensionalità alla tridimensionalità del nome (segue)

Questo passaggio è reso possibile dall’ampliamento della cosa in ente, ossia dalla ambiguità che si genera nell’ente, quando esso non sia più compreso nella sua semplice presenza come “questo qui“, bensì innanzitutto nella sua essenza come “questo tale”. Ogni singola cosa, insomma, oltre alla sua singolarità che la vincola al suo «qui ed ora», alla sua presenza, è anche proprio quella cosa, siffatta, così determinata, essente in tal modo, essente in quanto tale: e tramite ciò, ovviamente, la singola cosa trascende nella sua universalità ideale, ne diviene anzi quasi solo un esempio, non nel senso del paradigma, ma dell’esemplare (come il singolo animale rispetto alla specie), del pezzo (come il singolo vaso rispetto alla sua idea), della realizzazione particolare, e mai compiutamente perfetta, di un qualcos’altro (da ciò, peraltro, derivano le metafore tecniche: la cosa come realizzazione sensibile di un’idea, di un progetto, come prodotto). La cosa si amplia sino all’espropriazione della singolarità, che appare infine come l’accidentale rispetto al necessario, che non è più la cosa stessa, bensì la sua essenza; un’essenza che, come dicevamo, non è affatto l’in sé della cosa, non è intima alla cosa, ma anzi esterna ad essa, per quanto assolutamente non estranea: a ciò Platone si riferisce parlando di quella stabilità dell’essenza, che è in sostanza il vincolo stabile tra cosa ed essenza, ossia il fatto che una cosa permane, per un certo tempo almeno, proprio quella cosa e non si trasforma immediatamente e sempre in altro.

 

Univocità e omonimia

Il nome media tra la cosa e l’essenza, nella misura in cui rende univoca la singolarità mutevole del πρᾶγμα – letteralmente univoca: ad una cosa corrisponde una voce, una determinata articolazione della voce, ed una sola, poiché la cosa stessa è una sola ed è proprio quell’una che è –, dunque nella misura in cui la singolarità della cosa si cristallizza nella singolarità dell’idea, cambiando dimensione ontologica, diciamo cambiando potenza ontologica. A ben vedere, allora, proprio in funzione di questa univocità, il nome corretto è sempre un’omonimia: uno stesso nome, lo stesso nome dell’essenza e della cosa essente. Per cui, esempio classicissimo, il «letto» è tanto questo letto qui, presente in un «qui ed ora» concreti, nel νῦν; quanto il letto ideale, quello che gode di tutt’altra presenza nello ἀεί della verità, nel sempre dell’essenza.

 

L’elemento diacritico dell’essenza

Questo è dunque l’elemento “diacritico dell’essenza” proprio del nome: distinguere l’essenza di una cosa è, infatti, sempre in qualche modo un’operazione di confronto e paragone tra due alterità, un’operazione possibile, lo abbiamo ripetuto a sufficienza, nella misura in cui le cose hanno connaturata “una qualche stabilità d’essenza”. Il nome come medio strumentale dimostra in ciò la sua potenza, nella capacità che ha di connettere cosa ed essenza dicendole con un’unica voce: «letto» è tanto il nome di questa cosa qui che ho di fronte a me, quanto il nome di un’idea, che non posso vedere, ma solo pensare. Ed è proprio perciò, ossia tramite questa omonimia, che io penso l’essenza del letto che mi sta di fronte e così lo conosco nel suo essere determinato: l’organo diacritico è così uno strumento di conoscenza, non perché abbia in sé chissà quale forma o quale contenuto che imiti direttamente la cosa o ne trasponga in un qualsiasi altro modo i caratteri foneticamente – questa la correttezza etimologica del nome alla Cratilo –, ma perché è la concretizzazione logica dell’unità naturale tra cosa ed essenza, è il depositarsi nell’elemento linguistico di quella particolare stessità che lega la cosa al suo essere quella che è e non un’altra.

L’elemento diacritico dell’essenza (segue)

Concretizzazione logica, il nome, nel senso proprio del λόγος come unità di pensare e dire, di pensiero e linguaggio. Grazie a ciò, nel nome io penso l’esser questo determinato della cosa, dunque la riconosco per quella che è, e poi, sul fondamento stabile di questa omonimia per così dire di primo grado tra la cosa e la sua essenza, posso comunicare la cosa ad un altro, per il fatto che usiamo entrambi lo stesso nome – e in ciò abbiamo un’omonimia di secondo grado, che rende l’organo diacritico anche un organo didascalico, tramite il quale ci insegniamo le cose, poiché comunichiamo l’uno all’altro la loro essenza, quel che esse sono. In altri termini: la stessità del nome, il suo essere costitutivamente un’omonimia, si fonda in primo grado nella stessità tra cosa ed essenza (che è già duplice: la stessità dello ἕν ὄν del Parmenide) e si estende da qui alla stessità nell’uso del nome, all’omonimia del dialogo e quindi a ciò che qui Platone chiama νόμος e intende come παραδιδοὺς dei nomi: la tradizione come luogo in cui i nomi sono custoditi e ci vengono consegnati

Nominabilità connaturata e convenzionale

Giacché possiamo distinguere questi due piani dell’omonimia, è lecito ritenere che la domanda sulla correttezza del nome abbia su ciascuno di essi un senso differente e richieda quindi una risposta differente. Infatti, relativamente all’omonimia tra cosa ed essenza, il nome – come vuole Cratilo –, quale che sia la sua determinata figura fonetica particolare – ma già su questo Cratilo non sarebbe più d’accordo –, è sempre naturalmente corretto, purchè rimanga appunto lo stesso: e questo perché, per riprendere la differenza istituita da Platone, la sua materia è in sostanza indifferente rispetto alla sua forma, che in ultima istanza è semplicemente la diacricità univoca dell’essenza, radicata in questo nuovo spazio ontologico degli enti, che Platone va mettendo in luce. Osando una formulazione forse estrema, ciò si può riassumere dicendo che ogni cosa è naturalmente nominabile, poiché è identica a se stessa: questa la correttezza del nome prima facie, una correttezza dunque innata, che possiamo chiamare nominabilità. E si tenga presente, che non è affatto affare da poco, aver così posto una relazione naturale e fondamentale tra cose e parole, una specie di intimità tra cose e parole, appunto una qualche connaturatezza.

Nominabilità connaturata e convenzionale (segue)

Sul secondo piano dell’omonimia, però, sul piano dialogico, didascalico e comunicativo, il nome non è in alcun modo possibile sempre corretto, ma solo alla condizione esplicita di una omologia tra i parlanti, che ha sempre un qualche carattere di sunq»kh, composizione, convenzione, incontro, comunità: e così ritroviamo i due termini centrali della tesi di Ermogene, συνθήκη, appunto, e ὁμολογία. Rispetto a ciò, trova qui il suo senso e, se vogliamo, il suo valore teorico anche quella possibilità estrema di una posizione del tutto privata dei nomi, quella tesi idiotistica, che nell’asserire la possibilità sempre attuale di una nominazione arbitraria delle cose, possibilità reale che in ultima analisi si fonda proprio sulla omonimia di primo grado, sull’universale nominabilità degli enti, dimostra appunto la necessità che all’omonimia di primo grado se ne aggiunga una di secondo, se vogliamo che l’organo diacritico sia pure didascalico, in parole povere se vogliamo intenderci reciprocamente.

Conclusioni

Possiamo allora dire – e con ciò rispondere alla domanda che ponevamo all’inizio: perché l’atto della denominazione è un atto legislativo? –, che la correttezza naturale dei nomi, quella prima facie, è lo sfondo sul quale si dà la possibilità di una correttezza convenzionale dei nomi: è perché le cose sono nominabili, con tutto quel che ciò significa e comporta, che possiamo anche nominarle allo stesso modo: il nome, così, come da un lato stabilizza il nesso tra la cosa e la sua essenza, dall’altro stabilizza la comunità dei parlanti, unendoli nel vincolo di un νόμος condiviso.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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