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Nicola Russo » 24.Osservazione, nominazione e verificazione. Moritz Schlick


Formazione

Quando dopo gli studi in fisica (a Gottinga, Heidelberg e quindi a Berlino) ed il breve ma significativo insegnamento presso l’Università di Rostock (nella medesima città, egli insegna anche psicologia e pedagogia al conservatorio musicale), Moritz Schlick si trasferì a Vienna, aveva già al suo attivo la sua più ampia e sistematica opera, la Allegemeine Erkenntnislehre (Berlin, 1918), in cui si era fatto sostenitore di una nuova filosofia scientifica che tentava di accordare la tradizione dell’empirismo tedesco risalente a Mach ed Avenarius e le scienze contemporanee (in part. la relatività einsteiniana, 1905, e la nascente meccanica quantistica, di cui aveva appreso i primi rudimenti nella frequentazione delle lezioni di Max Planck, presso cui si laurea con una tesi dal titolo Über die Reflexion des Lichts in einer inhomogenen, Schicht 1904), all’interno però di una fervida e profonda conoscenza della filosofia classica tedesca. In quel testo, infatti, ed ancor più nella sua prima monografia sulla Lebensweisheit. Versuch einer Glückseligkeitslehre (Monaco, 1908), accanto ad una teoria del linguaggio e dell’esperienza scientifica, si potevano rinvenire tracce di quelle letture di Nietzsche e Schopenhauer che divennero centrali nelle sue opere morali (Fragen der Ethik, Wien, 1930), insieme al riferimento costante alla figura di Socrate.

Formazione – seconda parte

Schlick aveva inoltre pubblicato Das Wesen der Wahrheit nach der modernen Logik, 1910 (come abilitazione alla docenza a Rostock) e Raum und Zeit in der gegenwärtigen Physik (Berlin, 1917), la prima opera filosofia sulla teoria einsteiniana della relatività, seguita dopo quattro anni da quella, più nota, cassireriana Zur Einsteinschen Relativitätstheorie. Erkenntnistheoretische Betrachtungen (Berlin, 1921), su cui si può leggere un’acuta recensione schlickiana dello stesso anno (ed. it., in Forma e Contenuto, n. ed., 2008, pp. 149 e sgg.).

M. Schlick. Fonte: Wikipedia

M. Schlick. Fonte: Wikipedia


L’arrivo a Vienna

Dopo il periodo di insegnamento a Rostock, nel 1922 Schlick viene, quindi, chiamato all’Università di Vienna ad insegnare Naturphilosophie (la dizione era filosofia delle scienze induttive, e questa precisazione non è certo marginale per le sorti dell’epistemologia contemporanea) sulla cattedra che era stata di Ernst Mach. Attorno alla sua cattedra si addensò un circolo filosofico e culturale che annoverava studiosi del calibro di Rudolf Carnap, Otto Neurath, Herbert Feigl, Hans Hahn, Friedrich Waismann, Olga Hahn-Neurath, Karl Menger, Viktor Kraft, Philipp Frank, Gustav Bergmann und Kurt Gödel. Alcuni di questi (Carnap, ad esempio) erano stati chiamati a Vienna dallo stesso Schlick (ma su questo dopo), altri provenivano da diverse formazioni scientifiche, matematica (come Gödel) o economica (come Neurath o Menger). L’anno precedente era stata pubblicata nella stessa Vienna l’opera prima di Ludwig Wittgenstein, la Logisch-Philosophische Abhandlung, (in «Annalen der Naturphilosophie», n. 14, 1921).

La lettura di Wittgenstein e la fondazione del Circolo di Vienna

Nel 1926, Schlick inizia la sua corrispondenza con Wittgenstein e nel 1929 viene dato alle stampe, a cura di H. Hahn, O. Neurath, R. Carnap, quello che sarebbe dovuto essere il manifesto del cenacolo sorto attorno a Schlick, ovvero del Circolo di Vienna, la Wissenschaftliche Weltauffassung. Der Wiener Kreis (Wien, Artur Wolf Verlag, 1929; ed. it., La concezione scientifica del mondo – Il circolo di Vienna (1929), a cura di Alberto Pasquinelli, Roma-Bari, 1979).
Da questa data in poi, il fondatore del Circolo di Vienna divenne il suo più aspro critico, prima di Popper e della pubblicazione della sua Logica della scoperta scientifica (1934), accusando una deviazione razionalista rispetto all’originario tracciato empirista-critico. I testi che esamineremo fanno parte proprio del periodo successivo alla pubblicazione della Wissenschaftliche Weltauffassung, quando la riflessione di Schlick, imboccando non sempre strade coerenti ed univoche, si addensò giusto nella ricerca di una direzione per la riflessione filosofica sulle scienze contemporanee, che riuscisse a tenere salda la sua fondazione nell’esperienza. E della delucidazione di questo intento, ci occuperemo di seguito.

Schlick-Renaissance

Ha notevole rilievo ricordare che – contrariamente a quanto affermato dalle prime opere storiografiche sul neo-positivismo viennese, come Logik, Sprache, Philosophie (1930) di F. Waismann, il quale sostiene che non vi fosse nella sua filosofia nulla di originale oltre ad una lettura del Tractatus wittgensteiniano – Schlick dal semestre invernale 1911 al semestre estivo 1918, Schlick tenne lezioni su Spinoza, Kant, Nietzsche e sulla filosofia antica. (M. Cambula, M. Schlick tra verità di ragione e verità di fatto, introduzione a M. Schlick, L’essenza della verità secondo la logica moderna, Soveria Mannelli, 2001, pp. 16-17). Sullo Schlick pre-viennese, non affatto in contraddizione con quello successivo, ma utile a comprendere l’ampiezza dell’intero suo pensiero, si sta rivolgendo una nuova stagione di studi, i cui maggiori esempi sono J. Alberto Coffa (The semantic Traditio. From Kant to Carnap. To the Vienna Station, Cambridge, 1991) e M. Friedmann (autore di Reconsidering Logical Positivism, 1999, di A parting of ways: Carnap, Cassirer and Heidegger, 2000 ed editore del Cambridge Companion to Carnap, 2007). In particolare sul periodo di insegnamento a Rostock, con il procedere della pubblicazione della Gesamtausgabe, la Moritz-Schlick-Forschungsstelle di Rostock sta svolgendo un’intensa ricerca di cui è prova il lavoro di Mathias Iven, coordinatore di un progetto, finanziato dalla Fritz Thyssen Stiftung su “Moritz Schlick und Friedrich Nietzsche. Zu den Quellen und der Entwicklung einer unbekannten Rezeptionsgeschichte”.

I saggi degli anni Trenta

Nostro argomento saranno principalmente tre saggi degli anni ‘30 del secolo scorso: Il fondamento della conoscenza (1934), Sono convenzioni le leggi di natura? (1935) e La causalità nella fisica contemporanea (1931); l’elenco appena steso presenta un’evidente inversione temporale, motivata dal fatto che i primi due scritti presentano con maggiore ampiezza le riflessioni teoretico-conoscitive di Schlick e consentono di apprezzare con maggiore contrasto il livello a cui era giunto il suo pensiero, in riferimento alla tradizione empirista, al pensiero inglese, all’analisi del linguaggio ed alle realizzazioni teoretiche dei suoi sodali viennesi. A latere considereremo anche Facts and propositions («Analysis», 2, 5, 1935) e Meaning and verification («Philosophical Review», 45, 1936), perchè rappresentano due vivaci contributi all’interno di una fitta polemica, che fu denominata dei protocolli, intercorsa appunto tra Schlick, Neurath, Carnap e Hempel.

L’analisi dell’esperienza scientifica

Come è già stato asserito, quello che assumeremo come obbiettivo proprio della filosofia scientifica di Schlick è l’analisi dell’esperienza scientifica, più che del linguaggio scientifico, intento che sarebbe stato invece assunto dai suoi maggiori contraddittori oltre che, ovviamente, da Wittgenstein. Una tale predilezione per una siffatta teoria (termine improprio, come vedremo, perché essa non dovrebbe implicare alcuna formalizzazione previa) dell’esperienza scientifica è ciò che condanna Schlick ad una posizione eccentrica rispetto al neo-positivismo viennese, richiamandosi invece (cosa che ne motiva la distanza con Carnap, prima, e con Popper, poi) alla tradizione empiriocriticista di Mach ed Avenarius (Kritik der reinen Erfahrung, 1888).

Esperienza pura

Da Avenarius e dalla sua proposizione di una teoria dell’esperienza pura, ovvero anonima, senza alcuna sintesi intellettuale se non quella assicurata dal proto-centro rappresentato dal sistema nervoso che retro-agisce sul sistema del mondo esterno, di quella esperienza in cui non è possibile distinguere tra atto ed oggetto, o ancora tra la medesima esperienza, l’esperiente e l’esperito, Schlick ricava la necessità di rinvenire una base empirica elementare, o di un sottofondo esperienziale, che pur avendo luogo nella vita vissuta di ciascuno, non rimonta la sua origine all’atto di conoscenza che ciascuno può compiere. Con ciò non si afferma l’indifferenza per una teoria del linguaggio scientifico (che a rigore sarebbe una teoria della teoria scientifica), ma che in Schlick sono presenti ambedue le istanze ordinate però nella gerarchia indicata. E questo gli procurerà più di un’ambascia.

R. Avenarius. Fonte: Wikipedia

R. Avenarius. Fonte: Wikipedia


Espressione e verificazione

Se infatti nell’Allgemeine Erkenntnistheorie del 1919, Schlick sostiene ancora una dottrina espressiva e segnica della conoscenza scientifica («La conoscenza è espressione, rappresentazione [Darstellung], ossia esprime un fatto conosciuto»; un concetto scientifico «è un segno per tutti quegli oggetti fra le cui proprietà si trovano tutte le note caratteristiche di quel concetto», p. 19), negli anni ‘30, dopo la lettura del Tractatus, si imporrà una concezione figurativa o pittoriale del linguaggio, la cui regola di correttezza sarà espressa dal metodo di configurazione della concordanza tra proposizione e fatto. Questa dualità però non esaurisce la riflessione schlickiana, giacché nella seconda metà della stessa decade (si veda in part. Facts and propositions), si compirà un’ulteriore inversione verso una teoria della coordinazione né come designazione univoca (primo periodo), né come raffigurazione o regola di raffigurazione (secondo periodo), ma come vera e propria adeguazione. E quello che passerà sotto il titolo di problema della verificazione degli asserti empirici (dell’esperienza comune o di quella scientifica) imporrà l’onere della prova a ciascuna delle tre differenti teorie del linguaggio scientifico rispetto ad altrettante teorie dell’esperienza scientifica. È giustappunto questa tensione che caratterizza il pensiero di Schlick, in particolare nel periodo da noi preso in esame.

La polemica sui protocolli

Partiamo quindi dalla seconda metà degli anni ‘30, quando stava oramai imperversando la polemica dei protocolli – derivante, come già detto, dalla pubblicazione nel 1929 del manifesto del Circolo di Vienna. Il problema centrale potrebbe essere espresso nei termini: quale è il dato elementare dell’esperienza? A seconda che i due termini della domanda (dato elementare ed esperienza) siano convertiti in elemento iniziale o elemento originario e in esperienza o esperienza scientifica, avremmo la gamma delle diverse risposte che storicamente si diedero in quel torno di anni. Schematicamente, potremmo dire che, da un lato, i Protokollsätzen obbedivano al ruolo di asserti elementari che avrebbero dato inizio internamente (o immanentemente) al sistema teorico delle scienze, la cui formalizzazione era di pari grado rispetto a quella di proposizioni più elaborate, pur avendo un’estensione minore; e questa è appunto la posizione di Carnap e Neurath: R. Carnap, Über Protokollsätze, in «Erkenntnis», 1932, 3, pp. 215-228; O. Neurath, Protokollsätze, 1932, 3, pp. 204-214:”Otto Protocol at 3:17 o’clock: [Otto's speech-thinking at 3:16 o'clock was: (at 3:15 o'clock there was a table in the room perceived by Otto].

La polemica sui protocolli – seconda parte

Dall’altro, Moritz Schlick stretto dall’esigenza di ritrovare un livello più arcaico della conoscenza, meno segnato cioè dalla formalizzazione ipotetica, che caratterizzava invece i protocolli (ovvero dal fatto che un’asserzione come quella citata da Neurath fosse intrisa di precondizioni metriche – la misura del tempo, ad es. – e linguistiche – la formulazione della misura del tempo – e psicologiche – il riferimento all’autore dell’esperienza, non neutralizzato, ma intensificato dal referto scritto in terza persona), cercava di individuare uno strato originario dell’esperienza pura e semplice, quello che chiamerà Fundament der Erkenntnis. Non sfugga che qui, a fronte della permanenza del problema della verificazione (irrisolvibile al pari di quello dell’induzione, per Popper), si delineano due diverse strategie per fronteggiare il significato di verità.

O. Neurath. Fonte: Wikipedia

O. Neurath. Fonte: Wikipedia


I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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