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Nicola Russo » 5.La posizione del nome


L’aporia di Ermogene

L’aporia di Ermogene è di tipo sofistico, oltre ad essere quasi una parodia della maieutica socratica, non solo per quanto abbiamo già notato, ma soprattutto per come è esposta: c’è ambiguità – un’ambiguità cattiva – nell’uso dei termini e delle costruzioni, per cui un certo sdegno di Cratilo è anche drammaticamente comprensibile. “Il tuo nome è veramente Cratilo?”, infatti, come chiede Ermogene, significa tanto: lo è di fatto?, ti chiami proprio così?; quanto, come lasciavano intendere inequivocabilmente le premesse: lo è secondo un’essenziale ὀρθότης τοῦ ὀνόματος, giustezza del nome? Lo è in verità?…

Convenzione ed accordo

Ermogene (384c10-d8): “Non posso convincermi che vi sia una qualche altra correttezza del nome oltre la convenzione (composizione) e l’accordo. Mi sembra, infatti, che qualora uno ponga a qualcosa un nome, quello sia il giusto; e che se poi ne pone un altro al suo posto e non pronuncia più quello , per nulla il successivo stia meno giustamente del precedente; come quando cambiamo il nome agli schiavi, [il nome cambiato non è per nulla meno giusto di quel ch'era stato posto precedentemente]. Non infatti per natura a ciascuna cosa conviene il nome, nessuno a nessuna cosa, ma per legge (consuetudine, norma, normalità) e costume di coloro che così sono usi e chiamano“.

H. Holbein il Giovane, Ambasciatori (1533), National Gallery, Londra. Fonte: Wikipedia

H. Holbein il Giovane, Ambasciatori (1533), National Gallery, Londra. Fonte: Wikipedia


La posizione del nome è il principio della sua correttezza

Socrate riprende la posizione di Ermogene, formulandola in due modi diversi.
Il primo (385 a2) è: Dici che quello con cui uno chiami [eventualmente] una qualsiasi cosa, quello è il nome [ὀρθόν] di quella qualsiasi cosa?
Data l’estrema sinteticità dell’espressione, potrebbe sembrare che questa definizione sia ripetitiva, quasi una mera tautologia: il nome con il quale qualcuno chiami una qualsiasi cosa, quello è il nome per la qualsiasi cosa, il nome di ciascuna cosa è il nome di ciascuna cosa… Invece non è così, poiché il passaggio dalla prima alla seconda parte dell’asserto è il passaggio, lo sappiamo grazie alla prima definizione e lo vedremo poi ancora meglio, dalla posizione del nome alla sua giustezza: il nome con cui uno chiunque chiami una qualsiasi cosa, il nome con cui attualmente si chiama, ossia il nome posto, è il nome giusto. Che equivale all’asserto, proprio della tesi convenzionalistica: la posizione del nome è il principio della sua correttezza.

Il nome giusto

Il secondo modo in cui Socrate propone le tesi di Ermogene (385 d2-3) è: Dunque quello che chiunque dica essere il nome [proprio] a qualcosa, quello è [ogni volta] di ciascuna il nome [giusto]?
Si tratta di una formulazione in sostanza equivalente alla precedente e nella quale, tuttavia, troviamo in maggiore evidenza il nesso dei due correlati indefiniti della denominazione, ἕκαστος ἑκαστοῳ: “chiunque a qualunque cosa”. Nesso che fa da preciso contraltare a quello espresso dai due termini negativi, che abbiamo trovato nella prima definizione: οὐδὲν οὐδενί, “nessun nome a nessuna cosa”. Le due coppie si corrispondono precisamente, in una sorta di rispecchiamento, a dispetto della circostanza che, nel primo caso, alla cosa si riferisca un soggetto (chiunque a qualunque cosa), mentre nel secondo vi si riferisca il nome (nessun nome a nessuna cosa).

Qualsiasi nome per qualsiasi cosa

Un soggetto che, determinato com’è dal semplice ἕκαστος, non ha alcun tratto distintivo o eminente: non è la divinità, per dirne una, né un qualche antenato mitico, come voleva invece la tradizione sulla nascita della scrittura che ancora Platone tramanda nel Fedro (Phaidr. 274c5ss.) non è neppure il Nομοθέτης, che più avanti entro il dialogo assumerà tale funzione. A rigori, egli è l’uomo qualunque, purché dotato di λόγος, anche se dal contesto e dagli esempi vediamo che non è proprio così: la facoltà di nominare le cose in base al proprio intendimento e arbitrio, infatti, è se non altro delimitata al gruppo dei πολίτες, dei cittadini, forse ancor più alla classe dei proprietari, οἱ ἰδιώται, di coloro che posseggono e amministrano un οῖκος, che non è la semplice casa, ma tutto il complesso patrimoniale, dalle terre coltivate agli schiavi.

Riepilogo delle tesi riguardo la posizione del nome

1) Il principio della correttezza del nome sono la convenzione e l’omologia: il porre insieme (συνθήκη) e il dire allo stesso modo (ὁμολογία). Questa definizione richiede una pluralità dei soggetti denominanti, per esempio al modo di quei τινες συνθὲμενοι καλεῖν dell’inizio, i taluni che si sono accordati a chiamare, il cui correlato è poi ciascuna cosa in quanto denominabile, ἑκάστῳ τῶν ὄντων.

Riepilogo delle tesi riguardo la posizione del nome (segue)

2) È giusto il nome che è posto: qui alla composizione (σὐνθεσις) si sostituisce, inavvertitamente, la mera posizione (θέσις), che non esclude, ma neanche richiede più la pluralità dei soggetti, come è pure evidente dal modo in cui Ermogene esemplifica tale posizione, richiamando la ridenominazione degli schiavi da parte del padrone, che agisce ovviamente in quanto singolo, al di fuori di ogni composizione, anzi propriamente imponendo la propria scelta singolare.

Riepilogo delle tesi riguardo la posizione del nome (segue)

3) Il nome conviene invece alle cose per legge e costume (νόμος καί ἒθος) di coloro che così sono usi e chiamano. Qui, alla coppia συνθήκη καί ὁμολογία si sostituisce quella di νόμος καί ἒθος, sostituzione per nulla ovvia. E quindi bisognerà vedere in che misura le due coppie sono così semplicemente sovrapponibili e cosa, invece, muta a causa di questa sostituzione, il che però sarà possibile in maniera compiuta solo molto più avanti, giacché sinora non disponiamo ancora di una chiara determinazione dei concetti coinvolti e soprattutto di quello più importante, il concetto di νόμος.

Riepilogo delle tesi riguardo la posizione del nome (segue)

4) ὃ ἂν καλῆ τις ἓκαστον…: il nome corretto per ciascuna cosa è quello con il quale questa viene chiamata da qualcuno: il che rende innanzitutto solo l’attualità della denominazione e dell’uso.

5) Ὃ ἂν ἄρα ἓκαστος φῇ τῳ ὃνομα εῖναι…: il nome corretto per ciascuna cosa è quello che colui che la chiama afferma essere: qui, rispetto a prima, è più forte l’elemento di mediazione e riflessione della denominazione, per cui il nome giusto non è immediatamente quello con cui si chiama, ma quello che afferma che sia colui che chiama. La θέσις, insomma, è qui esplicita: non basta la posizione del nome, di fatto, attuale, poiché a dichiararne la giustezza deve quasi intervenire l’asserzione enfatica della posizione. In fondo, ogni denominazione finisce per assomigliare così ad un battesimo

Piero della Francesca, Il Battesimo di Cristo (1440-60), National Gallery, Londra. Fonte: Wikipedia

Piero della Francesca, Il Battesimo di Cristo (1440-60), National Gallery, Londra. Fonte: Wikipedia


I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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