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Nicola Russo » 16.Pragmatica ed ontologia


L’esigenza di “salvare” i sensibili

Abbiamo visto come Platone dichiari le esigenze di carattere etico-politico della fondazione di una ἐπίστήμη vera degli enti: in sostanza, la verità va in qualche modo fondata, affinché sia rigorosamente distinguibile tra bene e male. Non è quindi un caso, che Nietzsche, revocando l’operazione platonica, acquisisca con ciò un piano al di là del bene e del male: il nesso è talmente stretto, che la conseguenza è immediata.
Tale ἐπίστήμη vera, poi, lo abbiamo ribadito e qui lo ripetiamo solo per riprendere il filo, comporta in sostanza il radicamento di τά πράγματα in τά ὄντα: le cose sono in quanto enti, ossia in vista del loro essere proprio, in grazia della loro essenza, e non invece del loro valore pragmatico, sia esso convenzionale, intersoggettivo o in qualunque altro modo vogliamo intenderlo.

Presenza e movimento

Da un punto di vista più radicalmente ontologico, diciamo quindi che i sensibili come le cose che ammettono generazione e corruzione, quelle che vengono al mondo, divengono e periscono, le cose la cui presenza (παρουσία) è movimento e propriamente nel senso del μεταβάλλειν, non sono perciò di natura integralmente mutevole e incostante, non sono sostanziate di questo stesso movimento eterno, che sarebbe infatti un puro e semplice non essere, ma al contrario possono anche mutare perché in sostanza permangono nel proprio essere, rimangono identiche a se stesse: esistono poiché sono.

Frammento della Macchina di Antictera, Museo Archeologico Nazionale di Atene. Fonte: Wikipedia

Frammento della Macchina di Antictera, Museo Archeologico Nazionale di Atene. Fonte: Wikipedia


Raddoppiamento e alienazione

Comprendiamo, quindi, come l’alienazione delle cose nelle idee non serva, almeno nelle intenzioni, a istituire un’opposizione tra enti sensibili e intelligibili, per quanto ciò pure avvenga, ove gli intelligibili otterrebbero tutto l’essere e i sensibili ne sarebbero al contrario spogliati integralmente, ma invece proprio a salvare una qualche consistenza d’essere dei sensibili e quindi una loro nominabilità (che avviene per omonimia agli intelligibili) e conseguentemente una loro conoscibilità, come vedremo prestissimo. È proprio perché, come dicevamo, l’essenza non è l’in sé delle cose, non dimora entro le cose ma ne è il raddoppiamento e l’esteriorizzazione, che è possibile una qualche ὀρθóτης della nominazione, una nominazione corretta: se il nome dicesse direttamente la cosa, nella sua unicità, intimità e integrità, avrebbe ragione Cratilo a dire che la si può solo additare, ma invece dice l’essenza. Ed è perché il nome dice appunto l’essenza e non la cosa in sé, che si apre una possibilità ulteriore: l’essenza come un che di esterno e ulteriore rispetto alla mera cosa nella sua singolarità, e in tal modo l’essenza come una sorta di medio ideale, come il terzo tra la cosa e il λόγος.

Pragmatica ed ontologia

Questo piano più generalmente e radicalmente ontologico rimane strettamente connesso al piano pratico e pragmatico: ovviamente non solo, ma di certo anche gli «utilizzabili», infatti, sono innanzitutto non perché li facciamo, né per come li percepiamo, e così via, ma in vista del loro proprio essere determinato, che è qualcosa che noi non facciamo, né percepiamo, ma possiamo invece pensare e dire, intorno a cui c’è λόγος. E si capisce così anche un po’ meglio il passaggio successivo del discorso, che dalle cose passa alle azioni, dai πράγματα alle πράξεις, grazie alla circostanza che anche queste pratiche sono ὄντα, cose che sono: anche le azioni sono cose che sono e proprio perché il loro essere non è la loro sostanza, che è effimera, bensì il τί ἐστιν; che li definisce, la loro οὐσία.
Il discorso passa alle azioni e poi da queste alle tecniche, le arti e artigianerie, in una sorta di vera e propria invasione del territorio: quel che di più umano noi conosciamo, di più crematistico, dalle arti alle tecniche, comprese quelle del dire e ragionare, comprese le scienze e poi, ancora oltre, le macchine, gli artefatti e gli oggetti inutili, come un quadro, tutto deve essere come risucchiato nella matrice ontologica, nel suo essere proprio come ultima alienazione e svuotamento, perdita di sé nel rispecchiamento.

Pragmatica ed ontologia (segue)

La cosa non è più la sua sostanza, la sua carne e materiatezza, la sua presenza concreta, la sua forma impressa, la cosa rischia di essere solo il suo nome, oggi si direbbe la sua informazione, nome che finisce per essere, poi, come avviene appunto con l’informazione, l’istruzione per l’uso della cosa e, in tal senso, il suo νόμος, la sua legge.
Le prassi, dunque, sono al pari di ogni altro ente. Per cui, se vi sono prassi, queste sono enti dotati di un’essenza stabile. Conseguenza molto impegnativa, che Platone poteva ancora permettersi il coraggio di affrontare, ma che noi, sommersi dalla vacuità dei nostri attuali χρήματα, non intenderemmo mai avallare. Ad ogni modo, è proprio per questo suo coraggio che Platone è anche uno dei più grandi filosofi della tecnica, argomento sul quale torna molto frequentemente e anche qui. Ma leggiamo esattamente il passo al quale ci stiamo implicitamente riferendo con queste considerazioni, (386 e6 ss.):

“Se le cose dunque sono per la loro natura siffatte (οὕτω πεφυκότα), non saranno le loro azioni secondo la stessa modalità (κατὰ τι αὐτὸν τρόπον)? O non sono anche queste una qualche specie di enti (ἕν τι εἶδος τῶν ὄντων)?”.

Pragmatica ed ontologia (segue)

Ebbene, se dunque le azioni sono una specie degli enti, un tipo di ente, una sua sottoclasse, allora anche esse – e qui Platone ragiona da vero sofista – si azioneranno [πράττονται] secondo la loro propria natura e non secondo la nostra δόξα, la nostra opionione! Che è dal punto di vista logico e argomentativo un movimento bellissimo, ma splendidamente errato, una bugia meravigliosa e anche subdola e forse pericolosa. Per la quale, infatti, noi, agendo, non imponiamo un senso alle cose, ma in fondo imitiamo tipi di azioni in qualche modo preesistenti e universali, idee di azioni, meglio di tutto: essenze dell’azione, agibilità al plurale, come gli agibilia di Tommaso, che sarebbero lo spazio della prudentia.

Ricostruzione di un abaco romano, Magonza (1977). Fonte: Wikipedia

Ricostruzione di un abaco romano, Magonza (1977). Fonte: Wikipedia


Azione, passione e medio

Platone trae chiaramente almeno una conseguenza da questa sua tesi, nel passaggio immediatamente successivo a quello appena trattato e che voglio citare integralmente perché, se è pur vero che nel tessuto dell’argomentazione strettamente deduttiva questo elemento è in second’ordine e non determinante, retoricamente e forse anche poeticamente l’intreccio della sua locuzione è la trama stessa di quel tessuto. Avendo, infatti, appena detto che le azioni si azionano secondo la propria natura e non secondo la nostra opinione, Platone aggiunge (387 a2 ss.): “Se per esempio ci mettiamo a tagliare una qualche cosa (τι τῶν ὄντων), lo facciamo forse nel modo che è per noi da tagliarsi alcunché (ἕκαστον), ossia come vogliamo e per mezzo di ciò che vogliamo o, se la vorremo tagliare secondo la natura del tagliare e dell’esser tagliato e del mezzo connaturato, taglieremo e ne trarremo vantaggio e agiremo correttamente in ciò (ὀρθóῶς πράξομεν!), mentre se lo faremo contro natura (παρά φύσιν) sbaglieremo e non agiremo per nulla?”.

 

Il λὲγειν come prassi (387 b11- 387d3)

Dopo le 5 argomentazioni socratiche contro Ermogene, dunque, l’ulteriore sviluppo del dialogo (a partire da 386 e6) pone al centro la distinzione tra κατὰ φύσιν e παρά φύσιν, secondo natura e contro natura (o meglio: deviando dalla natura), circa le azioni, a cui Platone ha ricondotto il discorso, assumendo che esse siano un qualche genere di enti e dunque abbiano una propria natura ed essenza stabile, in funzione della quale (e non della δόξα o della semplice volontà privata) possiamo distinguere tra ὀρθóῶς πράττειν, agire corretto, e non. Dunque non è la δόξα, di per sé, ad essere il criterio dell’agire corretto, ma la natura dell’azione, della passione e dei mezzi adatti, che sono così anche il criterio della ὀρθή δόξα (387 b3), ossia di quella opinione che non prende da se stessa le proprie misure, ma dal suo oggetto, dalla natura e conformazione naturale del suo oggetto (qui le πράξεις stesse).

Riepilogo

1) 387 b8 ss.: Anche il dire è una prassi e varrà quindi per esso ciò che vale per le azioni in generale (così come per le azioni vale ciò che vale per gli enti in generale: torna anche qui l’oscillazione tra ambito pratico e ambito teorico, nella misura in cui il dire è la prassi corrispondente al nominare). In particolare, “si dirà ὀρθóῶς, giustamente, ἐὰν μὲν ᾗ πὲφυκε τὰ πράγματα λὲγειν τε καί λὲγεσθαι καί ᾧ: se lo si farà come è per natura il dire le cose e l’esser detto e il mezzo”.
2) 387 c6: “Nominare è parte del dire [così come il nome era parte del λόγος]: denominando, infatti, si dicono in qualche modo i discorsi”.
3) 387 c9: “Dunque anche il nominare è una qualche prassi, se anche il dire era una qualche azione intorno alle cose”: τὸ λὲγειν πρᾶξίς τις ἦν περί πράγματα. E anche qui: ricordate che nelle prime argomentazioni il λὲγειν era «dire le cose» e che avevamo molto sottolineato questo dato, solo apparentemente un corollario: qui esso ritorna nella definizione pragmatica del dire, che rimane azione circa le cose, un’azione quasi con le cose, sulle cose.

Riepilogo (segue)

4) 387 d1: “Ma le azioni ci sono parse essere non πρὸς ἡμᾶς, non relativamente a noi, bensì da se stesse dotate di una qualche particolare natura”; il che, a rigori, non ci era apparso direttamente, ma solo come conseguenza implicita nell’omologazione tra azioni ed enti.
5) 387 d4: Conseguentemente, anche nel nominare non agiremo giustamente regolandoci come più ci piace, ma piuttosto seguendo la conformazione naturale dell’azione, passione e mezzo del nominare, ossia rispettando la configurazione dei nessi tra λόγος (azione), πρᾶγμα (passione) e ὄνομα (mezzo).

Dal nome al nomos

Come vedete, tutto quanto detto sinora circa gli elementi di base di ogni ontologia ritorna per questa via, che ho chiamato pragmatica, a definire l’atto della denominazione, che è poi, lo abbiamo più volte accennato, concepito come atto legislativo. Ed è proprio questo che ora dobbiamo cercare di capire e che richiederà un percorso non semplice: perché l’atto della denominazione è un atto legislativo?
Per arrivare a ciò, però, dovremmo innanzitutto vedere come Platone presenti la figura del legislatore, senza mai perdere di vista che lo fa proprio all’interno di questa pragmatica del nominare, la quale ha a sua volta una funzione dirimente nel contrasto tra Ermogene e Cratilo, poiché è proprio in essa che si fa evidente lo spostamento del fulcro dell’interrogazione, che non è più la correttezza del nome, ma invece quella del nominare.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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