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Nicola Russo » 26.Schlick ed il destino dell'empirismo


Definizioni e convenzioni

Tornando allo schema iniziale, Schlick dispone come inizio della conoscenza le definizioni deittiche (hinweisenden Definitionen); nel medesimo stato di nullità temporale si trovano le definizioni proposizionali [Sätzen] (Sono convenzioni…, ed. it., p. 157): «eine ganz besondere Art der Definition, nämlich eine solche, durch welche bestimmte Satzformen für Naturbeschreibung festgelegt werden».
Si compie in questo contesto la distinzione tra Frase (Satz: Wortfolge), come sequenza di segni, grammatica pura, geometria e Proposizione (Aussage): frase + significato (ivi, 163): «una frase diventa una proposizione nella misura in cui assolve un vero e proprio ruolo comunicativo» (ibidem). Pertanto, «il significato non va concepito come una specie di entità misteriosa, riposta dentro o associata alla frase stessa, ma come l’insieme delle regole stabilite per la sua applicazione» (ibidem).

Convenzione e misura

Vi è quindi (come già prima era apparso nell’analogia tra tautologie e constatazioni) un livello conoscitivo comune alle definizioni deittiche ed alle definizioni geometriche o semplicemente grammaticali. In questa concezione, Schlick elabora le sue letture di Poincaré (Espace et geometrie, 1895; La scienza e l’ipotesi, 1902) e di Helmholtz (Über den Ursprung und die Bedeutung der geometrischen Axiome, 1870; cfr. B. Erdmann, Die Axiome der Geometrie. Eine Philosophisceh Untersuchung der Riemann-Helmholtz’schen Raumtheorie, Leipzig, Voss, 1877), e quindi della loro idea di convenzione geometrica, che gli fornirà il criterio per giudicare il convenzionalismo dei filosofi del Circolo di Vienna, ed in part. di Carnap. Rimontiamo quindi a Raum und Zeit in der gegenwärtigen Physik, (Berlin, 1917; 4. Auflage 1922). Nel capitolo III, titolato La relatività geometrica dello spazio (pp. 22-sgg.), leggiamo: «’Ciò che si può misurare esiste’, quest’affermazione di Planck può valere come criterio generale per il fisico e significa: solo ciò che è misurabile costituisce una sicura realtà ovvero un’oggettualità fisica» (p. 23).

Indivisibilità di geometria e fisica

Dopo aver lungamente riflettuto sulla relatività metrica dello spazio sostenuta da Poincaré (pp. 26-28), nel capitolo V, L’indivisibilità di geometria e fisica nell’esperienza (pp. 32-sgg.), Schlick afferma: «Non ha alcun senso parlare di una determinata geometria “dello spazio” senza riferirsi alla fisica, alla correlazione dei corpi naturali, e questo perché l’esperienza ci conduce solo a scegliere una determinata geometria dacché ci mostra in che modo le correlazioni tra i corpi possono essere formulate nel modo più semplice; quindi non ha senso esigere una decisione se non si può parlare di corpi» [vale a dire solo in ambito geometrico puro] (p. 33).

Einstein e N. Bohr (1925). Fonte: Wikipedia

Einstein e N. Bohr (1925). Fonte: Wikipedia


Le leggi di natura

Assunto quindi un tale significato di definizione (prossimo quindi a convenzione, proposizione analitica e tautologia), Schlick afferma che le leggi naturali sono proposizioni (Sono convenzioni…., p. 163): «nella legge nella conoscenza noi non cerchiamo altro che la verità» (166). Tali proposizioni sarebbero soggette a verificazione, occasionata da proposizioni osservative, in cui si ritroverebbe la loro validità obiettiva: quella dell’esperienza sensata e sperimentale.
Al fondo (come inizio) ed alla vetta (come verificazione) di un tale processo conoscitivo vi sarebbero le definizioni ostensive, nulle temporalmente come quelle geometriche. Una definizione ostensiva è la determinazione della corrispondenza tra un termine ed un fatto; è la determinazione istantanea, senza durata, assolutamente presente, anonima ed occasionale, di una tale corrispondenza: la nominazione è una definizione ostensiva.

Fasi della Luna disegnate da Galileo Galieli (1616). Fonte: Wikipedia

Fasi della Luna disegnate da Galileo Galieli (1616). Fonte: Wikipedia


Nome e legge

È interessante citare, a questo riguardo, una lettera, del 17 maggio 1934, che Carnap scrive a Schlick (e che resta senza risposta) dopo la lettura del manoscritto del Fondamento: «Besonders ist mir unklar, wie die Ableitung solcher Sätze (der Konstatierungen), in denen ‘hier’ und ‘jetzt’ vokommt, und zu denen wesentlich hinweisende Gebärde gehören, aus einer nachzuprüfenden Hypothese aussehen soll; diese Ableitung ist ja für die Nachprüfung sicherlich erforderlich».
Ma è questo scivolamento evidente della definizione ostensiva verso la nominazione (quindi della verificazione verso la significazione) ammissibile secondo il modello di analisi linguistica esposto nel Tractatus? E sia chiaro che questa domanda è tanto più pertinente quanto più sono palmari i riferimenti wittgensteiniani ancora presenti nella nozione schlickiana del significato come regola d’uso d’una proposizione.

Il nome secondo il Tractatus

Passiamo ora in rassegna alcune assunzioni del Tractatus sul nesso nome-fatto e proposizione-evento:
3. L’immagine logica del fatto è il pensiero (Das logische Bild der Tatsache ist der Gedanke).
3.1. Nella proposizione il pensiero si esprime percettibilmente mediante i sensi (Im Satz drückt sich der Gedanke sinnlich wahrnehmbar aus).
3.2. Nella proposizione il pensiero può essere espresso in modo tale che agli elementi del pensiero corrispondano elementi dei segni proposizionali (Im Satze kann der Gedanke so ausgedrückt sein, daß den Gegenständen des Gedankens Elemente des Satzzeichens entsprechen). vd. 3.203
3.3. Solo la proposizione ha senso; sono nella connessione delle proposizioni il nome assume significato (Nur der Satz hat Sinn; nur im Zusammenhang des Satzes hat ein Name Bedeutung).
3.4. La proposizione determina un luogo nello spazio logico. L’esistenza di questo luogo logico è garantita solo dall’esistenza delle singole parti, dall’esistenza della proposizione significativa. (Der Satz bestimmt einen Ort im logischen Raum. Die Existenz dieses logischen Ortes ist durch die Existenz der Bestandteile allein verbürgt, durch die Existenz des sinnvollen Satzes).
3.5. Il segno proposizionale applicato, pensato è il pensiero. (Das angewandte, gedachte Satzeichen ist der Gedanke).

Il nome secondo le Ricerche filosofiche

Allo stesso modo è interessante verificare alcuni significativi passaggi delle Philosophische Untersuchungen, (hrsg. v. G.E.M. Anscombe e R. Rhees, Oxford 1953,; ed. ingl. Philosophical Investigations, by G.E.M. Anscombe e R. Rhees, Oxford, 1953):
Riflettendo sull’istruzione al linguaggio nei bambini – come esemplificazione di quella genealogia del linguaggio, mostrata già dagli studi di Piaget – Wittgenstein nel §. 6, scrive: «l’insegnante indica al bambino determinati oggetti, dirige la sua attenzione su di essi e pronuncia, al tempo stesso, una parola: ad esempio pronuncia la parola “lastra”, e intanto gli mostra un oggetto di questa forma. (Non chiamerò questo procedimento „spiegazione” o „definizione ostensiva” [hinweisende Erklärung oder Definition], perchè il bambino non può ancora chiedere il nome degli oggetti. Lo chiamerò “insegnamento ostensivo”. Lo chiamerò “insegnamento ostensivo delle parole” [hinweisendes Leheren des Wörter]» (vd. 9; 28-30; 33-34; 38).

L. Wittgenstein (1947). Fonte: Wikipedia

L. Wittgenstein (1947). Fonte: Wikipedia


Genetica dei nomi

La possibilità di una genetica dei nomi, ammessa nelle Ricerche ed, a rigore, negata nel Tractatus, se documenta una retroazione su Wittgenstein dei lettori delle sue opere (che come Schlick ne sarebbero stati influenzati), non riduce però la distanza che si era aperta rispetto ad un processo di verificazione che comprendeva le stesse leggi di natura considerate come genuine proposizioni. E quello che abbiamo raccontato riguarda appunto la revisione che Schlick aveva compiuto della sua dottrina della scienza nel pieno degli anni Trenta, finendo addirittura in un breve saggio come Facts and propositions del ‘36 (il medesimo anno della sua tragica morte sugli scaloni dell’Università di Vienna per mano di un fanatico nazionalista, poi assurto ad eroe nell’Austria dell’Anschluss), per rivendicare una corrispondenza univoca, o meglio ein-eindeutig (per utilizzare i termini della teoria dei numeri reali di Cantor), uno-a-uno tra asserto e fatto riferito. In quella tempesta concettuale, che a cavallo del secolo XIX e XX coinvolgeva tutta l’Europa centrale, riguardo le distinzioni tra senso, significato, oggetto, contenuto, riferimento e fatto, Schlick sembra imboccare una strada di radicale (e talora in apparenza banale) semplicità.

Esattezza e semplicità

In Facts and propositions, ricordando di un suo viaggio estivo a Salerno, propone un esempio di spiazzante facilità (a cui l’acribia analitica di Carnap o Hempel non poteva rispondere): se rileggo – afferma – sul mio Bedaecker, i caratteri della basilica romanica, il numero delle sue volte, la sua forma o il suo campanile, non posso che riconoscerne l’esattezza rispetto a ciò che effettivamente ho visto. Eccepire che quello che Schlick considerava un atto semplice, quello della descrizione della basilica, era tutt’altro che unitario, comprendendo invece più di un operazione pregressa che ne segnava la teoreticità (come farà Hempel), forse non coglie nel segno ma dimostra a sufficienza quanto si siano divaricate strade che erano partite dallo stesso ceppo.
Ma la divaricazione si era aperta nel medesimo seno della filosofia di Schlick.

La causalità nella fisica contemporanea

Torniamo finalmente al primo articolo che per ordine di tempo avremmo dovuto esaminare: La causalità nella fisica contemporanea. In questo saggio argomento proprio è quello dell’esame concettuale delle conseguenze che la meccanica quantistica ha prodotto riguardo al concetto di causalità, introducendosi così in un dibattito amplissimo che aveva coinvolto filosofi e scienziati e che avrebbe tormentato le loro menti fino almeno alla fine del secolo scorso. Avendo distinto tra legge e principio di causalità (e caratterizzando quest’ultimo come nesso di dipendenza tra eventi e non cose [ed. it., p. 39]), Schlick si diffonde a lungo sulla definizione di legge di natura. Diversamente da quanto farà nel ‘35, quando la domanda era se le leggi di natura fossero convenzioni, qui la questione riguarda piuttosto la possibilità di esprimere ancora formulazioni scientifiche, come leggi di natura, nonostante la modificazione profonda subita da concetti come quello di causalità. Se quindi legge non è semplicemente l’espressione di una funzione (che segua il principio della massimizzazione della semplicità [ivi, pp.42-43]), né quella della validità universale di un nesso necessario (cfr. Maxwell, ivi, p.43), si propone una concezione di legge come misurazione e, nello specifico della legge di causalità, come misurazione di una dipendenza tra eventi.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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