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Nicola Russo » 8.Dal λὲγειν al λόγος: il superamento dell'interdetto parmenideo (385 b5)


Discorso vero e discorso falso

“Chiami qualcosa dire veramente e falsamente? [...] non vi sarà, dunque, un discorso vero e uno falso?”
Le due domande sono talmente simili, che la seconda assomiglia quasi ad una ripetizione della prima, ad una tautologia, per dirlo nei termini della logica, o al più ad un corollario. E tuttavia asseriscono cose talmente diverse e addirittura talmente distanti, che non vi è tra loro neanche un vero rapporto di deducibilità, se non altro se teniamo presente il significato che assume la seconda proposizione alla luce del seguito dell’argomento.

Discorso vero e discorso falso (segue)

Nel contesto della banalità del vero, infatti, al quale introduce la prima domanda, i termini aggiunti nella seconda, ossia “discorso vero” e “discorso falso” (λόγος, ἀληθής, ψευδῆς), non possono venir intesi, in prima battuta, se non alla luce della differenza tra veridicità e menzogna, per cui il discorso vero sarà all’inizio il discorso fatto in verità e analogamente per quello falso.

Impossibilità del falso

Perchè si possa asserire la differenza tra discorso vero e discorso falso è necessario riprendere l’interdetto parmenideo.
Questo interdetto comportava appunto l’impossibilità del falso, a partire da due assunti: che il λόγος dice τὸ ὄν, l’ente, ossia l’essente, ciò che è; e che vero è, appunto, ciò che è, falso ciò che non è, τὸ μή ὄν. Se il λόγος dice l’essente, allora, dirà solo il vero, mai il falso. Nel Sofista, Platone risolverà la questione, argomentando che τὸ μή ὄν, il non ente, non è solo e innanzitutto il non essente in assoluto, ma ben più il «non essente questo, bensì altro», ossia il diverso.

La possibilità di dire il falso

L’argomento di Platone contro l’interdetto parmenideo, e ancor più contro il suo uso eristico ed elenctico da parte dei sofisti, è certo consistente e ben più di quanto non appaia qui, ove per così dire Socrate, che l’antichità seppe essere egli stesso un sofista, parla con un sofista il linguaggio dei sofisti. Quel che finisce per ottenere, però, è lo stesso, ossia che è possibile dire il falso e non solo il vero, ancor meglio: che vi è un λόγος vero e uno falso, che sono possibili tanto il λόγος vero, quanto quello falso, premessa che poi sviluppa ulteriormente.

Parmenide. Fonte: Wikipedia

Parmenide. Fonte: Wikipedia


Legalità del falso

Riprendiamo allora le fila del discorso, in maniera da poterlo riallacciare al suo seguito: Ermogene è stato posto da Socrate di fronte alla “banalità” del vero e del falso, che vuol dire l’esperienza vissuta in base alla quale distinguiamo dire il vero da dire il falso, nel senso della veridicità e della menzogna. A buon diritto, dunque, egli comprende la domanda proprio in questa sua banalità e vi risponde affermativamente, sul piano della stessa ovvietà: «Distinguiamo dire in verità da dire falsamente?» – e certo che lo distinguiamo, da sempre, sin da bambini abbiamo esperienza della differenza tra essere veridici o mentire, sappiamo cosa significa mentire (forse ancor prima del contrario). E lo distinguiamo poi da adulti innanzitutto rispetto a quell’ambito del νόμος καί ἒθος che è l’ambito etico-politico della comunità, conseguentemente anche dinanzi alla legge in senso stretto, la norma come espressione codificata della normalità e il tribunale che ci richiede la verità, tutta la verità.

Discorso veritiero e discorso vero

Affinché un discorso veritiero sia pure vero, insomma, esso non deve essere solo sincero, ma anche dire cose vere. Cosa siano, però, queste «cose vere», non ci è stato ancora detto esplicitamente e sinora lo abbiamo solo anticipato, senza tematizzarlo pienamente: è proprio questa l’integrazione della terza proposizione, che oramai Ermogene dovrà ammettere insieme al resto, se ha già ammesso la seconda. Quel che all’inizio pareva una tautologia, dunque, ci si è rivelata un punto di snodo tanto delicato e fondamentale, quanto problematico, se non altro perché degno di essere ulteriormente interrogato.

Le definizioni ontologiche della verità e del linguaggio (385 b7-10)

In 385 b7 il discorso fa un altro passo sostanziale in avanti con estrema rapidità. Vi troviamo una definizione del λόγος vero e del λόγος falso, che a tutti gli effetti anticipa quella aristotelica (Met. 1027 b17ss.): “E, allora, quello che dica gli enti come sono, sarà vero; quello come non sono, falso?”

Le definizioni ontologiche della verità e del linguaggio (385 b7-10)

Il discorso che, se dice le cose come sono (ὡς ἕστιν), è vero; se le cose come non sono (ὡς οὐκ ἕστιν), falso. È dunque evidente che la definizione della verità è qui integralmente ontologica: vero è il λόγος che dice l’ὄν, ossia che dice l’essere determinato degli ὄντα: ciò che essi sono in quanto sono; falso quello che ne dice un’altra determinazione, non corrispondente con quella essente. E, infatti, a dimostrare questo carattere ontologico e non solo logico del concetto platonico di verità interviene la precisazione di Socrate, che mostra di voler in sostanza acquisire, tramite la sua definizione di verità, l’ammissione che il λόγος dice le cose (anche nel senso dei πράγατα) e non solamente parole.

Dire con il discorso gli enti e i non enti

[385b10]:”Dunque si dà ciò: dire con il discorso gli enti e i non enti”
il λόγος è capace di dire gli enti tramite le parole e così entra effettivamente in contatto con le cose. Ma il λόγος è anche capace di dire τά μή ὄντα, i non enti, le cose che non sono o come non sono: lo ψεῦδος, che è potenza almeno altrettanto originaria della ἀλήθεια.

Soluzione dell’aporia parmenidea

La soluzione generalmente platonica all’aporia di Parmenide è: posti λόγος e ὄν come lo stesso, ne derivava l’impossibilità di dire il falso: in effetti, Platone non nega l’assunto parmenideo, poiché anche per lui il λόγος essenzialmente dice l’ὄν, e quindi in un certo senso coincide con l’ὄν, ma l’ὄν non è solo quello degli ὄντα, bensì anche quello dei μή ὄντα, che non si chiamano affatto così solo per caso. I μή ὄντα, in altri termini (e di mostrare ciò si farà poi carico il Sofista) sono una possibilità dell’essere, legata alla dimensione dello ἕτερον, dell’alterità, una possibilità dell’essere e non la sua assoluta negazione.

Riepilogo

Riprendiamo ora lo sviluppo complessivo dell’argomentazione:
385 b3: si assicura la possibilità di dire in verità e falsamente, ossia si distingue entro il dire soggettivo quello veridico e quello menzognero.
385 b5: il dire viene oggettivato nel detto e così avviene il passaggio dalla possibilità e sensatezza di un “dire il vero” e di un “dire il falso” (veridicità e menzogna) alla possibilità di un λόγος vero e di un λόγος falso. In questo passaggio dal λὲγειν al λόγος si consuma la sovrapposizione di dimensione pratica e dimensione teorica della verità: se il λὲγειν è ancora affare intenzionale e quindi può essere vero nel senso di veridico, purché appunto nel dire non si sia menzogneri, ma si parli con sincerità, passando al λόγος l’aspetto soggettivo del dire passa in second’ordine rispetto all’oggettività del detto, il cui criterio di verità non può quindi più essere la sincerità di colui che parla, ma va ritrovato in qualche carattere inerente a ciò che viene detto.

Riepilogo (segue)

385 b7: Definizione ontologica della verità e della falsità: è vero il detto che dice le cose come sono, ossia il loro essere determinato, falso quel che le dice come non sono. Il detto, dunque, non è più in relazione al soggetto che lo dice, ma alla cosa che esso dice e guadagna solo dalla conformità o meno ad essa la sua verità e falsità.
385 b10-11: Definizione ontologica del linguaggio: il λόγος dice le cose. Questa definizione, nella sua interezza, ricomprende in sé, riassume e fonde i termini acquisiti mano mano nelle prime tre domande, pur non essendone una rigorosa conclusione deduttiva: nel detto si dicono le cose che sono e che non sono. Il λόγος ha la potenza della ἀλήθεια e dello ψεῦδος, in maniera almeno altrettanto originaria.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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