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Renata Viti Cavaliere » 20.Eric Weil interprete di Kant


Eric Weil

Dopo la laurea con Cassirer nel 1928 e l’attività redazionale nei “Kant-Studien”, ancor prima del nazismo, Weil lascia la Germania.

A Parigi collabora con Koyré a “Recherches philosophiques” e nel ‘46 fonda, con Bataille, “Critique”.

Dal ‘55 insegna filosofia a Lille (sede oggi del Centre Eric Weil) e dal ‘68 a Nizza.

La Logica della filosofia e i Problemi kantiani aprono e chiudono il periodo più sistematico.

Eric Weil (1904-1977)

Eric Weil (1904-1977)


La logica della filosofia

L’espressione Logica della filosofia designa un “metodo” (Croce) o una “teoria del conoscere” (Lask) appropriati alla filosofia (non una formalizzazione dei problemi filosofici):
nella sua logica la filosofia diviene oggetto a se stessa.

Croce ha attribuito a Hegel la paternità dell’idea: il riconoscimento cioè della filosofia come scienza (che non comporta una gerarchia tra le scienze né un’importazione di metodi naturalistici nella filosofia).

Nella monografia del ‘50, tra i rari studi sull’argomento, Weil definisce la Logica della filosofia come il “logos del discorso eterno nella sua storicità“.

I Problemi kantiani

I Problemi kantiani profilano una “ripresa” di Kant: non una restaurazione ma un modo per far luce sul “pensare” di Kant discutendo di alcuni suoi “problemi”.

Non si fa violenza ai testi né ci si imbarca nel facile gioco della scoperta delle contraddizioni (connaturate ad una ricerca che si arricchisce nel processo).

Il proposito, umile e rigoroso, è “scoprire la coerenza del discorso kantiano”.

Il gigante Kant, ovvero la fedeltà dell’interprete.

Frontespizio dell’edizione italiana dei Problèmes kantiens (1963)

Frontespizio dell'edizione italiana dei Problèmes kantiens (1963)


L’essenza umanistica della filosofia kantiana

Il volume weiliano del ‘63 raccoglie alcune riflessioni su questioni apparentemente slegate: la cosa in sé, la distinzione tra senso e fatto, quella tra pensare e conoscere, la morale, la politica.

Queste meditazioni hanno però un motivo comune di fondo nell’interesse che non si sbaglierà a definire umanistico, in linea con i contributi che Weil ha dedicato alla culture de l’esprit.

Un interesse essenzialmente pratico, cuore della antropologia morale messa in luce da Weil, e che consiste nel ristabilire, nella lettura kantiana, la preminente dimensione etico-razionale dell’uomo.

Una “filosofia viva e agente”

La Judiciaire e il rinvenimento del senso

La Judiciaire (così Weil traduce in francese Giudizio) reca con sé una scoperta rivoluzionaria: l’esistenza del senso.

Si tratta però di un risultato che si legge in filigrana perché è un successo che Kant rifiuta di proclamare.

Questo accade per vari motivi:

  • per l’incompletezza del linguaggio di cui Kant si serve per essere compreso dai suoi contemporanei (e il tema della comprensione ha interessato il filosofo per più di un motivo);
  • per prudenza: è un senso che non può radicarsi in una filosofia dell’essere (dove il senso è dato al mondo una volta per tutte);
  • per non scadere nel profetismo.

La pluralità dei “fatti” e il fatto sensato

Il tema del “fatto” attraversa tutta l’opera kantiana: fatti sono la scienza, la ragione morale, la finalità.

Quest’ultima, nello specifico, si colloca tra i due fatti fondamentali (conoscenza e etica) perché con essa si pone, di fatto e nel fatto, la questione del senso, che è a sua volta fatto della percezione o della realtà e perciò sempre contingente e mai necessario.

La finalità, o meglio le finalità che si incontrano nella terza Critica (soggettiva e oggettiva, formale e reale) costituiscono i “fatti del senso” o “fatti sensati“, in grado di stabilire armonia tra lo spirito umano e la natura.

Teleologia filosofica

La teleologia di Kant corrisponde ad un’esigenza del pensiero e non delle cose.

La concezione filosofica della finalità fa sì che teleologia naturale (la presenza di fini oggettivi nella natura) e teologia morale (fondata sulla prova morale dell’esistenza di Dio e sulla fede della ragione) si incontrino.

Il bisogno di fini riguarda l’orientamento umano nel mondo: postulare l’esistenza di un ordine sensato che accolga la nostra ricerca e produzione di senso significa conciliare meccanismo e finalismo.

Il primo parte dal passato, il secondo giunge dall’avvenire per illuminare i tempi della storia.

Pensare e conoscere

Il contenuto rivoluzionario della terza Critica non si comprende a pieno se non si ha ben chiara la distinzione tra pensare e conoscere che si colloca a monte del sistema kantiano e che si collega ad altre fondamentali differenze (ragione e intelletto, comprensione e spiegazione, contingenza e necessità).

La distinzione si rivela determinante per:

  • contrastare le critiche scettiche e dogmatiche;
  • legittimare il bisogno di metafisica;
  • interpretare in chiave morale la “cosa in sé” (Dio e le anime umane);
  • dimostrare l’esistenza di un “pensiero” corrispondente al noumeno (uso analogico delle categorie).

Homo, animal sensatum

La questione della creazione del senso, radicato in un bisogno della ragione, ha fortemente caratterizzato il pensiero di Weil tanto da essere stato definito una “filosofia del senso”.

Weil ritiene che non si possa parlare di un senso in sé che di diritto appartenga al mondo perché l’unico senso che la natura e la storia possono sperare di ricevere viene dall’uomo.

L’uomo, “essere ragionevole e finito“, diviene sotto questo riguardo “signore e fonte del senso”, padrone della produzione dei significati e della fede nella totalità, soltanto perché nasce servo dei fatti che attendono da lui un senso.

La politica come problema filosofico

Le riflessioni kantiane sulla politica, contenute nei saggi degli anni ‘90, si relazionano al sistema critico nella misura in cui la politica costituisce per quella filosofia un problema.

Lungi dall’ottenere la conciliazione di metafisica e storia, la politica è una questione filosofica perché, nata dalla morale, ha il compito di estendere l’interesse pratico dal singolo all’umanità.

In questo modo l’uomo corrisponde nella storia alla segreta intenzione della natura che ha nell’uomo stesso il proprio scopo e completa il progresso morale dell’umanità secondo i dettami di una Aufklärung performativa.

Il male radicale e il fondamento della morale

Nella seconda edizione dei Problemi kantiani (1970) Weil ha inserito un saggio sul “male radicale”.

La comparsa della nozione nella Religione nei limiti della semplice ragione (1793-94) ancora oggi rappresenta per alcuni lettori e interpreti di Kant un paradosso, se non uno scandalo, difficilmente conciliabile con una morale fondata sull’imperativo categorico.

Weil dimostra che il “male radicale” costituisce la condizione di possibilità della morale stessa e che il tema è stato introdotto da Kant per concedere all’uomo, coacervo di finito e infinito, la concreta opportunità di umanizzarsi.

L’antropologia morale e le disposizioni dell’uomo

Un monito

… le acque non sono mai tanto agitate da impedire l’esercizio del pensiero, della riflessione, della ragione …

(Dalla prefazione all’edizione italiana di Logica della filosofia)

Un’immagine di Weil durante gli anni parigini.

Un'immagine di Weil durante gli anni parigini.


I materiali di supporto della lezione

E. Weil, Problemi kantiani, cit.

Per approfondire:

R. Franchini, “La logica della filosofia (Hegel, Croce, Lask, Weil)”, in ID., Eutanasia dei principii logici, Loffredo, Napoli, 1989, pp. 71-92;

L. Sichirollo, “Eric Weil: Marx e la Filosofia del diritto”, in ID., Dialettica, Mondadori, Milano, 1983, pp. 168-181;

ID., La dialettica degli antichi e dei moderni. Studi su Eric Weil, Bologna, il Mulino, 1997;

E. Weil, La logica della filosofia, tr. it. di L. Sichirollo, Il Mulino, Bologna, 1997;

ID., Educazione e istruzione. Scienza e discipline umanistiche oggi, Guerini e associati, Milano, 1992.

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