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Renata Viti Cavaliere » 14.Il Giudizio nella filosofia moderna


Lo spirito critico

La modernità nasce quando si approfondisce, anche attraverso gli strumenti filologici dello studio del passato, lo spirito critico o il rifiuto del dogmatismo.

È pertanto indispensabile interpretare come autenticamente moderne e ispiratrici del metodo scientifico le variegate filosofie dell’umanesimo, che hanno affinato le metodologie di indagine sui testi antichi spesso favorendo delle rinascite intellettuali.

Caratteri filosofici dell’umanesimo sono:

  • il rifiuto dei saperi astratti e ascetici;
  • l’attenzione per il sensibile e per la “mondanità” dell’umano;
  • la ripresa delle arti del discorso.

Retorica e dialettica

Il recupero umanistico della retorica e della dialettica costituisce una tappa fondamentale per l’evoluzione del Giudizio.

Le arti del discorso inaugurano una nuova logica fondata sui luoghi tematici, sull’invenzione, sulla persuasione e sulla dialettica naturale (ovvero sull’idea che la ragione abbia per nascita il suo ordine corrispondente alle res).

Si affaccia progressivamente, grazie ad una nuova figura di dotto calato negli affari umani, la distinzione tra natura e “mondo civile” che si troverà perfezionata in Vico, non a caso definito ultimo degli umanisti, anche per la sua “topica”.

Pietro Ramo

Pietro Ramo ha fermamente criticato l’aristotelismo di scuola.

Nelle Aristotelicae animadversiones (1543) ad es. si rivolge ad Aristotele e ai suoi “sacerdoti” chiedendo “quid est judicium?” e “quae sunt judicij genera“, lasciando intendere che la questione si trovava elusa nella logica aristotelica.

La dialettica ramista è “naturale” perché l’ordine razionale riproduce spontaneamente quello reale.

Pietro Ramo (Pierre de la Ramée)
(1515-1572).

Pietro Ramo (Pierre de la Ramée) (1515-1572).


Ramo e Kant

Nella Critica della ragion pura, mentre Kant definisce il Giudizio un talento naturale, allude ad un “difetto di secunda Petri” (difetto di Giudizio, stupidità) cui non può supplire precettistica alcuna.
L’espressione è tratta dalla II parte della Logica di Ramo.

Le affinità tra Kant e Ramo sono almeno due:

  • la struttura apriorica/naturale della ragione e la sua necessità di lasciarsi guidare dal Giudizio, specie nel bisogno spontaneo di oltrepassare i suoi limiti;
  • l’avversione per il formalismo logico.

Diverso invece l’intendimento della dialettica, che per Kant è arte sofistica e illusoria.

Il Giudizio ramista

Per Ramo la dialettica è “arte generale di ritrovare e giudicare tutte le cose”.

Il Giudizio trova dunque posto nel metodo dialettico, fondato sui distinti momenti dell’inventio, o rinvenimento dei luoghi tematici, e della dispositio, o disposizione sinottica degli argomenti, che raccoglie anche il sillogismo.

Il Giudizio ramista è:

  • procedimento logico che restituisce alla ragione la sua “naturalità”;
  • luogo della distinzione tra vero e falso;
  • sintesi chiara delle oscure cognizioni dell’esperienza;
  • strumento di elevazione del sapere umano;
  • composizione e imitazione logica dell’ordine naturale.

Discrezione e gusto

Tra ‘500 e ‘600 entrano nella storia del Giudizio tematiche discusse nelle due “scienze mondane” (Croce), politica e estetica, che reclamano principi di autonomia contro la meccanica applicazione di regole.

È soprattutto il gesuita Baltasar Gracián ad approfondire e a diffondere per tutta Europa i temi del gusto, dell’acutezza, dell’ingegno e della discrezione.

Il gusto, in particolare, richiama il Giudizio per la sua capacità di riconoscere, nell’immediato e in assenza di autorità, una qualità (estetica o etica) o il suo opposto.

Discrezione e gusto: le testimonianze di Guicciardini e Gracián.

Baltasar Gracián

Baltasar Gracián y Morales 
(1601-1658)

Baltasar Gracián y Morales (1601-1658)


La polemica contro gli idoli

Le riflessioni logiche ed epistemologiche dei moderni continuano la polemica contro il sapere pedante e scolasticistico.

Vengono combattuti i pregiudizi che ostacolano la comprensione delle novità che il metodo sperimentale andava scorgendo tra i fatti e non più nelle teorie.

Pensatori come Bacone e Cartesio, ad es., costituiscono momenti decisivi della moderna riforma delle menti, insistendo, il primo, nella liberazione dagli idola (tribus, specus, fori, theatri), il secondo, appellandosi ad un uso prudente del proprio giudizio che sospenda il sapere delle autorità.

“La natura ci spinge a giudicare”: Hume

Giambattista Vico

Con Vico continua la grande stagione dell’umanesimo e per suo tramite si trasmettono ai secoli successivi questioni che la rapida diffusione dell’epistemologia moderna stava accantonando.

Ancora con lui infatti è ribadita l’importanza della “topica” nell’educazione degli individui, cioè di discipline come la retorica che stimolano le capacità inventive e sintetiche della mente (De ratione, 1708).

Giambattista Vico 
(1668-1744)

Giambattista Vico (1668-1744)


Vico: il senso comune

L’architrave del pensiero vichiano, il verum ipsum factum (De antiquissima, 1710), ossia si conosce ciò che si fa, regge il progetto della Scienza Nuova (17443).

Qui infatti Vico stabilisce la separazione, in termini gnoseologici, tra natura e storia, con la nota formulazione secondo la quale il “mondo civile” è creazione umana e pertanto perfettamente intellegibile dalla mente degli uomini.

Nella storia il problema della nascita dell’universale è risolto mediante il ricorso al senso comune, quasi un “miracolo – filologicamente documentato – di una simultanea diffusione di buon senso sulla terra”.

Hegel: il giudizio

La logica hegeliana, né formale né trascendentale, ma dialettica e speculativa, intende rinnovare e superare la concezione tradizionale del giudizio e il suo impiego in filosofia.
Manca però la funzione critico-razionale della kantiana facoltà di giudicare.

Per Hegel il contenuto filosofico della proposizione distrugge l’inerenza di soggetto e predicato, che costituisce l’ossatura logico-formale del giudizio.

Il giudizio risulta inadeguato ad esprimere la verità speculativa: rappresenta infatti il concetto nella sua particolarità e deve risolversi nel sillogismo, simbolo del vero che è l’intero.

Definizioni

Hegel: il sillogismo

Nell’articolazione logico-dialettica col sillogismo, il giudizio indica la “partizione originaria” (Ur-teil) e raccoglie l’unità e la distinzione del concetto, che è unità degli opposti e universale concreto.

Il sillogismo non costituisce una catena di giudizi: è invece unità di concetto e giudizio e pertanto esprime la concretezza della ragione speculativa.

La distinzione che alberga nel giudizio si risolve nella totalità del sillogismo. Quest’ultimo condensa in forma logica l’identità di reale e razionale che rappresenta la sintesi dialettica della realtà storico-spirituale.

Definizione

I materiali di supporto della lezione

R. Viti Cavaliere, Giudizio, cit.: cap. 2, “Le radici umanistiche della modernità”, pp. 43-63; cap. 4, “Comprensione e storia”, § 1, “Hegel: dal giudizio al sillogismo”, pp. 87-91.

Per approfondire:

B. Croce, “Fermenti di pensiero nel secolo XVII”, in Estetica, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, 1990, II parte.

ID., “Le due scienze mondane. L'Estetica e l'Economica”, in Ultimi saggi, Laterza, Bari, 1935.

ID., Saggio sullo Hegel e altri scritti di storia della filosofia, a cura di A. Salvatorelli, Bibliopolis, Napoli, 2002.

E. Grassi, Vico e l'umanesimo, Guerini, Milano, 1992.

C. Vasoli, La dialettica e la retorica dell'Umanesimo. “Invenzione” e “metodo” nella cultura del XV e del XVI secolo, Feltrinelli, Milano, 1968.

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