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Renata Viti Cavaliere » 10.Per un Kantismo post-moderno: il caso Lyotard


Kantismo post-moderno

J. F. Lyotard rappresenta una voce decisiva nella ripresa novecentesca dell’opera filosofica Kantiana, un esempio rilevante, accanto a quello di Hanna Arendt, di quello che è stato recentemente definito come kantismo post-moderno.

Affrontare per via kantiana un pensiero come quello lyotardiano significa rispondere alle domande su quale funzione teorica possa rivestire la filosofia kantiana nel quadro di una comprensione critica della modernità, dell’Occidente e della struttura del suo sapere.

J.-F. Lyotard. Tratta da: wikipedia

J.-F. Lyotard. Tratta da: wikipedia


Per un’epistemologia senza esperienza

Definiremo in questo contesto la filosofia lyotardiana come un progetto di epistemologia senza esperienza. Prendendo a prestito il titolo di un saggio di Paul Feyerabend, Science without experience (1969) ove si cerca di evidenziare come la scienza contemporanea, in specie la fisica quantistica, non annoveri tra i suoi strumenti di verifica teorica il ricorso all’esperienza, nemmeno nella sua versione moderna di esperimento, possiamo considerare, la filosofia lyotardiana può essere intesa come un’epistemologia senza esperienza, poichè aspira a proporre una diagnosi dei saperi moderni (epistemologia) o semplicemente della modernità ed a scoprirne la struttura concettuale, le dimensioni delle sue capacità di espressione o di previsione, le linee della sua sensatezza, di una sensatezza che però non prevede più il mondo esterno materiale dato come polo di un ineffabile adeguamento veritativo (esperienza).

La storia editoriale del Dissidio

Il dissidio è un opera precedente e successiva alla data della sua pubblicazione (1983). Ne è precedente la scrittura, come Lyotard confessa nelle notizie sull’autore, ricordando di averne cominciato la stesura già dopo la pubblicazione nel 1974 dell’Economia libidinale; ma la comprensione del suo piano segue la data della sua edizione è rimanda al completamento della triade kantiana, composta anche dal L’entusiasmo (1986) e dalle Lezioni sull’analitica del sublime (1991). Una tale peculiare combinazione di tempi – interni ed esterni – rappresenta con chiarezza l’inattualità o l’intempestività dell’opera che prenderemo in esame. Intempestiva pur uscendo dalla penna di un autore fin troppo letto dai suoi contemporanei, di un autore che avrebbe voluto squadernare proprio lì il suo pensiero. Cinque anni dopo l’uscita alle stampe del suo testo più letto, il cui titolo costituisce l’alter ego del suo autore: La condizione post-moderna.

La lettura lyotardiana di Kant

Proviamo quindi ad anticipare alcuni temi della lettura lyotardiana di Kant che fungeranno da guida alle riflessioni che andremo conducendo di seguito.
La centralità del giudizio riflettente, carattere che lo approssima alla filosofia politica della Arendt (si veda in part. La teoria del giudizio politico, 1972), così come a buona parte dell’ermeneutica postheideggeriana, ma anche ad una tradizione più antica che cade sotto il titolo ampio di storicizzazione del trascendentale;
La riconduzione dello spazio percettivo allo spazio timico (per utilizzare i termini della psicoanalisi fenomenologica di L. Binswanger), ovvero la radicalità del sentimento, ovvero dell’auto-affettività e dell’animo (Gemüt) nella sensibilità, così come nelle capacità di schematizzazione e di immaginazione;
Quindi, il ruolo del sublime e dell’entusiasmo nella formazione della personalità morale e politica.

Kant e Wittegenstein

Ciascuno di questi punti costituisce oltre che la superficie di innesto del kantismo sul pensiero di Lyotard, anche un capitolo di quest’ultimo ed in particolare un capitolo teorico del Dissidio, che reca le tracce della lettura che abbiamo cercato di sintetizzare in dal suo titolo. Quindi, possiamo distinguere una filosofia del sapere (che coincide con una teoria della conoscenza e del linguaggio senza esperienza), una filosofia del Politico ed infine una diagnosi della modernità.
Proprio in quanto epistemologia della modernità, la filosofia lyotardiana implica un’elaborazione profonda dei due principali tracciati del pensiero moderno: razionalismo ed empirismo. A testimonianza di questi due modelli Lyotard richiama Kant e Wittgenstein, come punti di svolta critica delle loro rispettive tradizioni.

Diagnosi della modernità

Esaminare la filosofia di Lyotard significa dunque in primo luogo partire dalla sua diagnosi circa l’epoca di crisi del razionalismo e dell’empirismo moderni, ovvero della modernità nei suoi due volti simmetrici.
L’Occidente abedländisch andava lentamente tramontando nello specchio dei suoi saperi, quell’Occidente che si era modernamente (neuzeitlich) autodefinito mediante la sua forma di sapere e di conoscenza, di previsione e di anticipazione, avvisava se stesso della risorgenza delle ombre. L’Occidente incappato nel contromovimento dialettico dell’Illumismo (Adorno-Horkheimer), o proiettato nella sua medesima (e sempre medesima, fissa) immagine tecno-scientifica (Heidegger), quello della sproporzione tra cognizione ed azione (Jonas), spaventevole e terrificante come l’uomo greco-eroe tragico ed apolide (Anders). L’Occidente, l’umanismo, la modernità, la scienza, infine la tecnica. Espressioni ed annunci dei secoli del nichilismo. Di questa vicenda fa parte il Dissidio. Ma andiamo per gradi.

Trascendentalismo ed analitica del linguaggio

Qual è quindi il contesto del Dissidio? I due principali elementi di contesto sono la lettura critica del trascendentalismo e quella dell’analitica del linguaggio, intese come due parti integranti di una diagnosi della tarda modernità.
Se è vero che la storia del pensiero filosofico moderno, come storia della metafisica moderna è storia del trascendentale come metalinguaggio, una revisione di questo conduce al cuore della Modernità come modello di sapere o di narrazione cognitiva. Così l’elaborazione della nozione di trascendentale implica sempre, in maniera più o meno consapevole, una considerazione storico-epocale.

I dogmi dell’empirismo

Il quadro epocale del Dissidio è definito, oltre che da una interpretazione del criticismo kantiano a cui ci dedicheremo in seguito, anche dalla filosofia post-analitica ove vengono messi a tema i caratteri considerati tipici dell’empirismo moderno e contemporaneo, grazie agli scritti di tre filosofi ed epistemologi statunitensi, ovvero W. O. Quine, W. Sellars e D. Davidson, che rispettivamente avviano la decostruzione:

a) della differenza tra analitico e sintetico (I due dogmi dell’empirismo)/ teoria verificazionista del significato (Quine, Two dogmas of empiricism, 1953)
b) del mito del dato (Sellars, Empiricism and Philosophy of Mind, 1956);
c) della differenza tra contenuto empirico e schema concettuale (Davidson, Inquiries into Truth and Interpretation, 1984).

O, in altri termini, delle nozioni di:

a) significato e referente;
b) dato;
c) esperienza.

Demolizione delle abitazioni di Pruitt-Igoe (15/07/1972). Tratta da: wikipedia

Demolizione delle abitazioni di Pruitt-Igoe (15/07/1972). Tratta da: wikipedia


Verificazione e testimonianza

Lo sfondo teorico del Dissidio è non solo l’annuncio nietzscheano della morte del dio della verità, ma anche il necrologio dell’ultimo idolo della verificazione o della testimonianza o della provabilità del veramente esperito.
Il pretesto che si offre alla scrittura del Dissidio è il problema della testimoniabilità di una pena subita, in specie la possibilità di testimoniare dell’annientamento consumato nei campi di sterminio nazisti da parte di una vittima dinanzi alla contestazione dei destinatari della medesima testimonianza.

“Accade”

Tradotto nei termini della Questione, che appare nel Dossier per la lettura posto in capo al testo: «Una frase “accade”. Come è possibile collegarla?» [legarla ad altro, ad altri: come è possibile testimoniarne la veridicità?]. Collegare una frase ad un’altra, significa collegare diversi destinatori, destinatari, referenti, significati. Collegare una frase ad un’altra significa considerare la possibilità della sua comunicabilità. «Una connessione deve accadere “ora”; un’altra frase non può accadere. È necessario: tempo, cioè. Non esistono non-frasi. Anche il silenzio è una frase. In assenza di un regime di frase o di un genere di discorso che rappresenti un’autorità universale per decidere, il legame non sbaglia necessariamente il genere o regime, lasciando così inattualizzate le loro possibili frasi?».

L’inevitabile parzialità del giudice

Da una tale questione si evince il problema: «Date 1) l’impossibilità di evitare il conflitto (l’impossibilità dell’indifferenza) e 2) l’assenza di un genere universale per regolarlo (ovvero l’inevitabile parzialità del giudice): trovare se non ciò che giustifica il giudizio (il “giusto” legame), almeno il modo in cui salvare l’onore del pensiero».

La modalità in cui sarà condotta la presentazione di un tale problema è «filosofica, riflessiva … è filosofica e non teoretica poiché è rivolto alla scoperta di regole più che alla supposizione della loro conoscenza come principi … La sua modalità è quindi quella di un metalinguaggio nel senso della linguistica (il suo oggetto sono le frasi) e non in quello della logica (non costituisce cioè la grammatica di un linguaggio-oggetto)».

Philip Taffee, We are not afraid (1985). Tratta da: philiptaaffe

Philip Taffee, We are not afraid (1985). Tratta da: philiptaaffe


Nome e presentazione

La prima parte del Dissidio, divisa nei capitoli Nome-Referente e Presentazione, è dedicata ad una epistemologia della frase, che nei termini classici potrebbe essere intesa come una sintesi tra Filosofia del linguaggio, della conoscenza, del concetto.
Gran parte del vocabolario qui utilizzato (frase, proposizione, nome, dimostrazione deittica o ostensiva) sono derivati dalla tradizione neo-positivista (Schlick e Wittgenstein) mediante un evidente cambio di segno.
Elaborando la nozione di frase come sequenza di segni priva di istruzioni per la sua traduzione (Schlick), Lyotard giunge a definire la frase come presentazione composta da tre elementi: il caso o il referente, il senso, il destinatore ed il destinatario. Nella composizione di questi elementi si delinea un regime di frasi.

Significato ed esistenza

Nella frase cognitiva il problema maggiore che bisogna dirimere è «quello del meaning come unità di scambio indipendente dai bisogni e dalle credenze degli interlocutori» (20). La soluzione verificazionista di questo problema si realizza nel «mostrare che un x è un caso della frase cognitiva x è P» presentando x come reale (64). Una tale soluzione implica che il dato reale, referente della frase, sia assunto come extralinguistico e che sia poi presentabile sotto forma di testimonianza oculare. Tuttavia una prova testimoniale esige già la presupposizione della realtà così come la sua stessa terzietà di testimone rispetto a qualsiasi frase possibile. Ciò significa, riformulando la negazione kantiana dell’esistenza come predicato reale che «l’esistenza non è conclusa. L’argomento ontologico è falso. Nulla può essere detto sulla realtà che non la presupponga».
Una siffatta extralinguisticità sarebbe coglibile dalla posizione del Dio cartesiano o del cogito fenomenologico ambedue in uno stato di “esilio cosmico”.

Il quasi-deittico

Vicario della autopsia è il nome, la funzione quasi-deittica del nome proprio . In questo caso, ribaltando la dottrina analitica di un linguaggio proposizionale senza nomi, sostenuta da Wittgenstein, Lyotard asserisce che «La rete di quasi-deittici formata dai nomi di “oggetti” e da nomi di relazioni designate come date e di relazioni data tra queste date è il mondo». Nome non come attribuzione di senso al referente, ma come battesimo. Il nome non è cognitivo, ma ostensivo.
Il nome non ha significato perché in quanto (quasi-) deittico è auto-riferito è coincidenza insignificante di segno e designato. Il nome quindi può essere un designatore rigido, come sosteneva Kripke, perché vuoto, perché funge da referente interno alla frase. Lo schema del nominalismo costruttivo lyotardiano è il seguente: deittico _ nome proprio (quasi-deittico: tassonomia, catalogo) _ frase (descrizione) _ discorso.

Il mondo come “stato del referente”

Se il mondo è l’insieme di tutte le possibili relazioni tra nomi, se il mondo è uno stato del referente, allora la realtà: «è uno sciame di sensi che fa luce su un campo demarcato da un mondo». A seconda della prevalenza di una funzione deittica o di una nominativa si avrà un campo percettivo o un mondo storico. «La realtà non è una questione di assoluta testimonianza oculare, ma una questione di futuro».
«La realtà non è ciò che è “dato” all’uno o all’altro “soggetto”, è uno stato del referente».
L’unica necessità che si pone è quella della serie di frasi è che vi sia ancora una frase, una sequenza discreta di frasi: questa è la necessaria ipotesi ontologica dell’universo linguistico lyotardiano. La struttura di una tale ontologia è paratattica e non ipotattica.
In questo contesto, «Il dissidio è lo stato instabile e l’istante del linguaggio in cui qualcosa che deve poter essere messo in frasi non può ancora esserlo». Il dissidio è il vuoto della presentazione come dato, è la sottrazione all’illusione metafisica consistente nel considerare una presentazione come una situazione.

L’interminabilità delle frasi

Dal tema della presentazione (o esposizione), Lyotard inizia la prima notizia su Kant, esaminando prima l’Estetica Trascendentale poi lo Schematismo, quindi le Analogie dell’esperienza, infine il Giudizio riflettente della Terza Critica. In questo itinerario, vengono considerate tutte le modalità analogiche presenti nell’Architettonica kantiana come esempi di passaggi, di ponteggi, di spostamenti all’interno di una razionalità configurata come un arcipelago. Da una tale lettura kantiana deriva finalmente che la presentazione è l’indicazione di un caso per una regola, è l’affermazione “è questo il caso”, che si sostituisce alla frase cognitiva “le cose stanno così e così”.

Esposizione

In virtù di una tale preparazione sul terreno delle frasi, Lyotard procede, nelle ulteriori tre Notizie su Kant, alla lettura della cosiddetta Quarta Critica, di quell’insieme di scritti etico-politici e storici che vale come la “mai scritta Critica della Ragione Politica” (Kant 3, ed. it., p. 166) ed in cui si offrono fattispecie di presentazione del mondo storico.
Lyotard parte dall’analogia tra Critico e Politico: mentre, infatti, la dottrina del diritto avrebbe già la sua regola del giudizio, il Politico, alla stregua del Critico, deve trovare ogni volta la regola del suo giudizio. Il Politico è dominato pertanto da una riflessività di second’ordine, ove il modo di presentazione di un oggetto deriva dalla significazione dei segni.
Assumendo già l’obbligo come “un sentimento, un fatto della ragione, un segno” (Kant 2, ed. it., p. 157), Lyotard procede a distinguere (Kant 4, ed. it., pp.204 e sgg.) il segno, in specie il segno storico o segno di storia Geschichtszeichen (Conflitto delle facoltà 1797) dagli esempi (intuizioni: conoscenza empirica), dagli schemi (concetti: conoscenza a priori), ed, a rigore, anche dalle analogie-simboli (idee: conoscenza ideale, come-se, riflessiva).

E. Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830 (Museo del Louvre, Parigi). Tratta da: wikipedia

E. Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830 (Museo del Louvre, Parigi). Tratta da: wikipedia


Critico e politico

Considerando quindi il genere di frase che esprime e presenta l’idea di una storia universale ordinata ad un costante progresso, Lyotard, leggendo Kant, giunge a definirla Vorhersagende (predicente), distinta dalla wahrhersagende (pronosticante), weissagende oder profetische (divintoria o profetica), wahrsagernd (astrologante) Geschichte. Ora la convalida di una tale frase segnica, non può essere offerta da un dato, ma solo da un evento, da una Begebenheit, un “avvenimento che si limiterebbe a indicare e non a provare che l’umanità è capace di essere sia la causa sia l’agente del suo progresso” (ed. it., p. 206). Un tale evento che rappresenta “un dare come di chi distribuisce la carte” (ibid.) si definisce come signum prognosticum, rememorativum, demonstrativum.

La storia predicente

Nella presentazione segnica non entrano in gioco simboli, ma piuttosto esemplari simbolici; in questo consiste l’attitudine critica: commisurare di uno stesso evento il valore di simbolo con quello di esempio. La mediazione tra simbolo ed occorrenza è data dal segno, dall’indicazione: «il progresso di essere comune verso il meglio non si giudica su intuizioni pure ma su segni».
All’interno di una tale interpretazione della presentazione segnica, si delinea il concetto kantiano di Leitfaden (espresso nella IX tesi delle Idee del 1784): come una riflessività di second’ordine (Kant 4, pp. 204-205), una a tendenza, infatti, che vale universorum non singulorum.

Segno storico ed entusiasmo

Il sentimento che Kant immagina si scateni negli spettatori di un evento che possa valere come segno di storia, è l’entusiasmo. Quella modalità di sentimento sublime a cui F. Hölderlin dedicava i versi dell’Hyperion (32 sgg.) : «O pioggia del cielo, o entusiasmo! Tu ci porterai la primavera dei popoli (…) Vieni, – esclama afferrando alabarda per la veste, – vieni, chi ci trattiene più a lungo nel carcere che ci rinserra nella sua notte».
L’entusiasmo è un Affekt, è uno scuotimento, segno energetico, stato del Gemüth, che scadrebbe in fantasticheria o in insanità, se non segnalasse una partecipazione secondo il desiderio, ovvero una mediatezza, un’indeterminazione ed una potenzialità assieme. Così l’universalità a cui richiama è come se fosse “in giacenza, in istanza” (ed. it., p. 210), è il senso comune o comunitario come norma ideale, come “anticipazione sentimentale della repubblica”.
Appesa come è all’antinomia estetica, in bilico sull’eterogeneità tra natura e libertà, l’apertura alle Idee, di cui l’entusiasmo si nutre, può essere preparata solo dalla cultura, come “condizione che apre al pensiero degli incondizionati”.

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