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Renata Viti Cavaliere » 12.Il modello kantiano di Giudizio


La nascita filosofica del Giudizio

Nel 1790 appare la Critica del Giudizio di Kant, fondamento teoretico di ogni successiva “filosofia del giudizio”.

L’espressione riferita alla facoltà del giudicare è Urteilskraft
(Urteil = giudizio + Kraft = capacità).

La plurivocità di iudicium si trova riprodotta nella nozione kantiana che indica, insieme, la capacità di giudicare, l’esercizio giudicativo e il risultato dell’attività giudicante.

Immanuel Kant (1724-1804)

Immanuel Kant (1724-1804)


Temi e struttura della Critica del Giudizio

Nella prima Critica Kant aveva tenuto il Giudizio fuori della logica generale, distinguendolo dall’intelletto, ossia dalla facoltà che conosce per concetti.

Definizioni di Giudizio nella Critica della ragion pura (17811-17872).

Nella terza Critica il Giudizio è analizzato nei principali ambiti cui si applica: arte e natura.

La CdG è così articolata in due parti:

  • estetica: si analizzano il bello, il sublime e i temi relativi alla loro fondazione (gusto, facoltà, principio, universale).
  • teleologia: si discute di finalità in vista del superamento della concezione meccanicistica della natura.

Il Giudizio, termine medio

Il Giudizio fa parte della “famiglia delle facoltà conoscitive superiori” e si pone come “termine medio” tra intelletto e ragione.

Non fonda una speciale partizione della filosofia, accanto alla teoretica e alla pratica, né crea un “ponte” stabile tra sensibile e sovrasensibile.

In quanto “mezzo di collegamento” apre invece un “passaggio” per far sì che gli effetti della libertà del volere umano si manifestino nella natura.

La tavola delle facoltà.
Dalla Introduzione alla Critica del Giudizio

La tavola delle facoltà. Dalla Introduzione alla Critica del Giudizio


La finalità come principio a priori del Giudizio

Il Giudizio colma il “baratro” tra i “territori” della natura e della libertà, ma non ha un proprio “dominio” (come invece intelletto e ragione) di cui essere legislatore.

Deve tuttavia possedere un principio a priori che gli assicuri validità conoscitiva e il riconoscimento tra le altre facoltà.

Il principio del Giudizio è la finalità che Kant specifica come formale o soggettiva (distinguendola da quella materiale o oggettiva).

La finalità rappresenta il “principio dell’unità del molteplice”, ossia unifica le “molteplici forme della natura” e le loro leggi corrispondenti.

Giudizio e finalità: una definizione dalla terza Critica.

Determinare e riflettere

La CdG in generale e i suoi giudizi possono essere determinanti o riflettenti.

La distinzione, all’apparenza chiara, è tutt’altro che pacifica.

Non si tratta infatti di due distinte facoltà ma di due usi della medesima capacità nella produzione di giudizi che, quanto alla loro struttura logico-formale, sono identici (sintesi a priori di soggetto e predicato).

L’ufficio del Giudizio nel suo uso determinante è, per così dire, facilitato perché possiede in anticipo l’universale sotto cui sussumere il particolare.

Giudizi determinanti sono propri della conoscenza scientifica.

Il Giudizio riflettente

Il Giudizio determinante è dispensato dalla fatica di dover “pensare da sé una legge”.

Nell’uso riflettente invece l’esercizio del Giudizio si mostra nella sua forma teoretica più autentica:
come logica euristica e creativa, ricerca o reperimento di un universale che non è dato.

L’applicazione della regola in questo caso ha ben poco di meccanico: non determina ma riflette e valuta, caso per caso.

Il Giudizio riflettente, nel suo uso esemplare, è l’analisi del modo in cui la legge di cui abbiamo bisogno per assicurare ai nostri giudizi validità universale e necessaria deve essere rinvenuta.

L’arte come ambito esemplare del Giudizio

L’arte costituisce il campo dove meglio dà prova di sé il Giudizio riflettente.

Qui si tratta infatti di valutare la qualità estetica di un oggetto affidandosi al gusto, facoltà che permette il riconoscimento individuale della bellezza ma pretende anche il consenso intersoggettivo.

L’oggetto estetico, grazie alla sua struttura antinomica (piacere disinteressato, universalità e necessità aconcettuali, finalità senza scopo), esemplifica quel particolare che, per poter essere riconosciuto da chiunque, deve essere pensato sotto un universale non ancora posseduto.

Giudizio estetico e giudizio logico.
Autonomia e esemplarità.

Il senso comune

Il problema dell’universale nei giudizi estetici mette capo ad una deduzione (o giustificazione) della loro pretesa alla comunicazione.

Il carattere soggettivo e non logico del gusto mina la sua aspirazione all’universalità.

Kant risolve la questione affidandosi ad una rinnovata nozione di sensus communis e alle sue massime.

Si definisce in questo modo l’esercizio del pensare sì individuale e spontaneo ma radicato nella dimensione trascendentale della ragione umana e delle sue funzioni che abbiamo il diritto di riconoscere come comuni.

Il sensus communis e le sue massime nella terza Critica

I materiali di supporto della lezione

R. Viti Cavaliere, Giudizio, cit.: “Il modello kantiano”, pp. 65-86.

Per approfondire:

Kant, Critica della capacità di giudizio, vol. I, tr. it. di L. Amoroso, BUR, Milano, 1995, in particolare: Prefazione alla prima edizione e Introduzione, §§ I-IX, pp. 61-145; Parte prima: “Critica della capacità di giudizio estetica”, §§ 1-60, pp. 147-555.

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giudizio estetico e giudizio logico

giudizio riflettente

giudizio riflettente citazione

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sensus communis e massime

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