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Renata Viti Cavaliere » 7.Sentimento e riflessione


Il giudizio riflettente

Che cosa s’intende per giudizio riflettente? Quale compito gli viene attribuito?

Ebbene, nel 1790 Kant si trova a dover fronteggiare e risolvere un grave problema: la spaccatura che si era venuta a creare tra la parte pratica e la parte teoretica della sua filosofia necessitava di essere ricomposta alla fine di evitare la completa perdita di senso del sistema stesso e dei suoi percorsi. Si trattava perciò di trovare un contatto, di costruire un passaggio tra il mondo fenomenico-sensibile e quello noumenico-sovrasensibile, nonchè, come è ovvio, tra le rispettive facoltà ad essi connesse.

Kant comprese perfettamente il periodo che incombeva sulla sua stessa filosofia: lo dimostrano alcuni tentativi – quello del tipo della legge morale – da lui già fatti partire dalla Ragion pratica, per cercare di guadagnare una certa realtà obiettiva alla legge morale e alla libertà anche in ambito fenomenico.

Kant und seine Tischgenossen, Gemälde von Emil Doerstling (1892/93). Tratta da: kant.uni-mainz.de

Kant und seine Tischgenossen, Gemälde von Emil Doerstling (1892/93). Tratta da: kant.uni-mainz.de


Il pontaggio

Quello che però ora interessa è trovare un principio dalla natura senz’alto peculiare, capace di operare un passaggio dal fenomenico al noumenico, senza che tuttavia questo pontaggio avvenga realmente, senza pretendere in altri termini di attuare la conciliazione effettiva dei due distinti territori e dei rispettivi campi: solo in questo modo la prova concreta della libertà nel sensibile poteva essere addotta senza timore di far crollare le pur sempre indispensabili distinzioni critiche. Questo difficile compito venne affidato al giudizio nella sua forma riflettente, della cui legittimazione trascendentale si occupa appunto la Critica del Giudizio.

I significati di giudizio

Distinguiamo i seguenti significati di giudizio nella Critica della Ragion Pura:
facoltà di sussumere secondo regole il particolare sotto l’universale (analitica dei principi);
“talento particolare, che non si può insegnare, ma soltanto esercitare” (160-161).

Nei termini della Critica del Giudizio la prima definizione corrisponde a quella di un tipo di giudizio, il giudizio determinante, mentre la seconda continua a rappresentare un carattere comune della facoltà di giudizio.
A questi due significati se ne aggiunge un terzo, quello di giudizio riflettente, in quanto facoltà mediana tra intelletto e ragione, a sua volta distinto in giudizio teleologico sugli organismi e giudizio estetico sul bello.
In ambedue gli ultimi casi, il Giudizio riflettente parte da un oggetto di conoscenza – oggetto che in quanto tale appartiene al campo dell’intelletto – e, lungi dal commisurarlo alla facoltà discorsiva, riflette su di esso cercando di rapportarlo invece a un concetto della ragione per vedere se esso si lasci subordinare a quest’ultima e ai suoi fini.

Il giudizio riflettente teleologico sugli organismi naturali

Nel giudizio teleologico sugli organismi, la riflessione su un oggetto della natura ha un suo strutturale interfaccia interno, una sua ripercussione sentimentale, una sua eco interiore che, lungi dall’essere una mera coloritura emotiva, è un momento estremamente importante, avvertimento di un’interna differenza di stato che dirige lo stesso gesto della riflessione nel suo percorso discriminante fra fenomeni e oggetti del mondo della natura.
Il rapporto tra sentimento e riflessione è nel caso del giudizio teleologico da un lato indiretto, in quanto il sentimento serve solo a veicolare sull’oggetto quella finalità su cui effettivamente si riflette;
d’altro lato è eterodiretto, in quanto questa finalità soggettiva attribuita all’oggetto assume una forma logica: serve cioè esclusivamente all’intelletto per ampliare la conoscenza del mondo della natura (34).

Il giudizio riflettente estetico

Diversamente dal giudizio teleologico, il quale sposta la sua attenzione tutta sull’oggetto, nel giudizio estetico riflettente la riflessione preferisce soffermarsi sul soggetto e sulla particolare disposizione che le facoltà hanno: preferisce insomma attardarsi sul sentimento di piacere e dispiacere che il soggetto prova.
Che il rapporto tra sentimento e riflessione sia decisamente più stretto nel caso di questo giudizio estetico non sembrano esserci dubbi. Del tutto scomparso è infatti il carattere indiretto che la loro relazione assumeva nel giudizio teleologico: non attribuendo più la finalità all’oggetto, non ragionando più come se questa gli appartenesse e soffermandosi esclusivamente sul soggetto e il suo stato, la riflessione è direttamente e immediatamente legata al sentimento. Allo stesso modo non c’è più nessuna traccia di quell’etero-direzione che guidava precedentemente l’atto riflettente del giudizio.

Differenze tra le due specie di giudizio riflettente

È dunque sul sentimento e solo sul sentimento, su ciò che il soggetto sente, che qui si riflette. Da questo stato di cose derivano una serie di importanti conseguenze:
la finalità che si attribuisce all’oggetto è una finalità soggettiva e non oggettiva, cioè da non considerarsi inerente l’oggetto;
scompare il carattere indiretto che la relazione tra sentimento e riflessione assumeva nel giudizio teleologico;
non c’è più nessuna traccia di quell’etero-direzione che guidava precedentemente l’atto riflettente del giudizio.

Ne deriva quindi una soggettivizzazione degli attributi classici dell’estetica – il bello e il sublime – che vengono sottoposti a una torsione copernicana in tutto e per tutto simile a quella toccata allo spazio e al tempo.

Il giudizio sul bello

Nell’ambito dell’Analitica del bello, Kant mette in risalto la particolarità del piacere legato al bello distinguendo il giudizio che si dà intorno a esso da quello che si occupa di ciò che piace ai sensi nella sensazione, altrimenti detto piacevole (Angenehmen). In questo caso, essendo in primo piano la materia empirica del fenomeno, la facoltà di desiderare è determinata esclusivamente dall’interesse per l’esistenza dell’oggetto: è evidente perciò che qui il sentimento di piacere che si prova è molto vicino all’eccitazione – cioè al desiderio di realizzare il bisogno suscitato dalla presenza effettiva dell’oggetto – o tutt’al più, quando questo avviene, alla soddisfazione.
Diversamente da questo, il giudizio sul bello è del tutto indifferente all’esistenza dell’oggetto: esso è disinteressato, libero, dalle attrattive e dalle emozioni che, causa l’interesse del piacevole per la materia empirica, affettano la facoltà di desiderare. Più che di piacere, per il bello è invece il caso parlare di favore. (44-45).

Il giudizio sul bello (segue)

Nella Nota generale alla prima sezione dell’analitica Kant sottolinea che sarebbe del tutto sbagliato paragonare, come vorrebbero invece certi critici del gusto, il piacere legato al bello e alla sua armonia con la sensazione piacevole che si può provare nello scorgere delle forma regolari quali potrebbero ed esempio essere le figure geometriche. Il piacere che si prova nel guardarle allora sarà più che altro un’approvazione intellettuale, cioè uno stato prodotto esclusivamente dalla scoperta della conformità di queste figure a quello scopo in base al quale esse dono state costruite.
Allo stesso modo e per lo stesso motivo va scartata anche ogni possibile identificazione del sentimento connesso con la bellezza con quel particolare tipo di piacere che si prova nella realizzazione di un’azione.

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