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Antonietta Iacono » 6.Contenuto e caratteri della Laudatio urbis Neapolis


Contenuto e caratteri della Laudatio urbis Neapolis

La rapida ricognizione storica sui popoli che abitarono l’Italia in un periodo antecedente al primato raggiunto da Roma risulta, a mio avviso, abbastanza calibrata, ricca, sì di notizie e di fatti, talora solo cursoriamente citati, ma sempre selettivamente definiti, e realizza bene lo scopo di creare un panorama storico e geografico in cui incastonare la descrizione e la celebrazione di Napoli.
La vera e propria Laudatio Neapolis si configura come un testo complesso che sembra accogliere una duplice tradizione: da un lato, infatti, in essa è rigettata del tutto la lezione delle laudes civitatum di ascendenza medievale, per raccogliere piuttosto la lezione che già la precedente generazione di umanisti aveva tratto dai testi epidittici antichi.

Contenuto e caratteri della Laudatio urbis Neapolis (segue)

Il genere delle Laudes civitatum aveva una lunga tradizione sviluppatasi sulla base di una stringente precettistica, che trova piena espressione già nel secolo VIII in una pagina del manoscritto Paris. Lat. 7530, in cui tra i vari materiali retorici si leggono anche i canoni dell’elogio della città: per celebrare adeguatamente una città è necessario ricordarne le origini e l’antichità; l’aspetto delle mura e la posizione geografica (de specie moenium locus et situs, qui aut terrenus est, aut maritimus et in monte vel in plano); la fertilità dei campi e l’abbondanza delle fonti; i costumi degli abitanti; gli ornamenti; la prosperità (de fecunditate agrorum, largitate fontium, moribus incolarum: tum de his ornamentis quae his postea accesserint, aut felicitate); nonché i nobiles viri cui ha dato i natali.

Ma più che la tradizione medievale, la produzione umanistica coeva o di poco anteriore doveva offrire all’umanista, sul rimeditato modello del Panatenaico di Aristide, una serie di esempi, tra cui si segnala la Laudatio Florentinae urbis del Bruni, un testo politico e celebrativo di una città con la quale, tra l’altro, il regno di Napoli nel corso del Quattrocento si era confrontato su più piani e con diverse prospettive, condividendone nel bene e nel male la storia.

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La struttura laudativa della digressione si evince dalle prime battute, che di Napoli esaltano l’antichità, la nobiltà, la ricchezza e l’eccellenza: anzi proprio i primati indiscutibili detenuti dalla città sul piano delle bellezze naturali come su quello della cultura e dell’arte giustificano e legittimano la scelta pontaniana di porre alla fine della sua unica opera storica questa digressione.
La descriptio di Napoli si realizza così attraverso una vivace resa della realtà paesaggistica e sociale della città, ma non perde mai la tensione verso un passato glorioso che legittima e spiega il presente.

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La città emerge come visivamente caratterizzata dall’impianto difensivo delle sue mura, che si disponevano lungo il pianoro su cui sorgeva la città ed erano protette da valloni naturali, che diventavano veri e propri fossati difensivi, ed era rafforzata da alte e robuste torri che dominavano il mare e la terra, secondo un topos letterario subito recepito dal Sannazaro (Piscatoriae IV 59-68 e Arcadia XI 5), come da altri umanisti: ad esempio, FLAVIO BIONDO, Italia illustrata, Venetia 1503, c. Q/2r, che delle mura e delle torri celebra la grandezza (turrium eius (scil. Neapolis) murorumque altitudinem et crassitudinem et pulchritudinem).

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Del vero e proprio corpus architettonico cittadino coevo non emerge alcun monumento, chiesa, palazzo, castello, dal momento che la descrizione predilige i ruderi, le tracce del passato glorioso, o anche i segni del mito, secondo un gusto antiquario e una competenza che sono un segno distintivo  di tanti umanisti del tempo.

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Il mancato riferimento alle istituzioni cittadine, politiche, giuridiche, religiose, si può spiegare come consapevole scelta compiuta dall’umanista, spiegabile soprattutto alla luce degli eventi storici che negli anni successivi alla morte di Ferrante (25 gennaio 1494) determinarono il declino della dinastia dei Trastamara sul trono di Napoli e anche una serie di guerre di conquista, fatte di assedi, distruzioni e saccheggi subiti con enorme sofferenze dalla città.
Il Pontano sceglie di celebrare su un piano generale i Napoletani, per tradizione dediti alle lettere, non meno che alle arti militari, facendo così di essi un popolo che ha saputo nell’antichità, come nel presente, realizzare un ideale otium, che non esclude la pratica dell’arte militare; e su un piano particolare, di celebrare la nobiltà napoletana, nobiltà di antiche origini, famosa all’epoca in tutta Europa per l’abilità guerriera, soprattutto nel combattimento a cavallo.

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Non parla, dunque, l’umanista delle istituzioni politiche, religiose, giuridiche della città di Napoli, perché egli rintraccia altrove, nella storia culturale, il senso della excellentia della città. E non è una tradizione quella che svela l’umanista, ma una vocazione: la vocazione della città che già nell’antichità accoglieva gli studiosi e i giovani desiderosi di apprendere, come una madre accoglie i propri figli nel grembo.
Tutta una porzione introduttiva della digressione è dedicata dall’umanista all’ipotesi che la città di Napoli si sia sviluppata sul sepolcro di una sirena; l’umanista, anzi, amplifica il mito, coinvolgendo tutto il litorale che va da Sorrento (Punta della Campanella) a Napoli e trasfigurandolo in un territorio che accoglie e reca le tracce del mito e dell’esistenza delle sirene.

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L’insistente richiamo alle sirene e alla loro presenza sul territorio campano si rinnova e si chiarisce nelle sue implicazioni finali in un passaggio della digressione che rappresenta il momento più alto della celebrazione di Napoli come sede di sapientia. Si tratta di una celebrazione che trova la sua copertura ideologica nella rilettura che Cic. De finibus V 18, 49 aveva dato del mito delle sirene (Hom. Od.  12, 142-200):
Ut mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quam de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate adhaerescerent. [...] Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem.

I materiali di supporto della lezione

Leonardo Bruni, Laudatio Florentine urbis, in Opere letterarie e politiche di Leonardo Bruni, a cura di P. VITI, Torino 1995, pp. 568-647.

N. Rubistein, Il Bruni a Firenze: retorica e politica, in Leonardo Bruni Cancelliere della Repubblica di Firenze. Convegno di Studi (Firenze, 27-29 ottobre 1987), a cura di P. VITI, Firenze 1990, pp. 15-28

M. Rinaldi, Il De luna di Giovanni Pontano edito, con traduzione e commento secondo il testo dell' editio princeps napoletana del 1512, Atti della Giornata di Studio per il V Centenario della morte di G. Pontano, a cura di A. GARZYA, Quaderni dell'Accademia Pontaniana, 39, Napoli 2004, pp. 73-119.

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