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Antonietta Iacono » 3.La produzione in prosa


La produzione in Prosa: I Dialoghi

Sotto il titolo di dialoghi Carmelo Previtera raccolse nel 1943 una serie di opere pontaniane:
Charon
Antonius
Actius
Aegidius
Asinus

caratterizzate dall’impianto dialogico che riproduceva le dotte conversazioni tenute dai Pontaniani in Accademia. Il Pontano aveva composto tali opere, con l’intento di riprendere la tradizione dei dialoghi platonici e ciceroniani e di addattarla ad una precisa ambientazione napoletana.

Charon

Il Charon (tra i primi dialoghi ad esser stato composto dal Pontano) si presenta come un dialogo ambientato nell’aldilà tra Minosse, Eaco, Caronte e Mercurio: gli interlocutori commentano le notizie che le anime recano dall’Italia, facendo una serie di considerazioni ironiche sui vizi, le manie, l’ingratitudine, le debolezze di cui sono vittime gli uomini di quel paese, devastato da terremoti, guerre, ignoranza e superstizione. Il dialogo riprende nell’ambientazione e nel tono satirico il modello dei Dialoghi dei morti di Luciano di Samosata.

Antonius

L’Antonius si data ad epoca successiva al 1471, anno della morte di Antonio Panormita, cui il dialogo si intitola. Il dialogo non si sviluppa intorno ad un’unica tematica, passa infatti dalla celebrazione del Panormita alla difesa di Cicerone e di Virgilio dalle critiche dei vecchi grammatici; dal dibattito tutto letterario sul fine dell’oratore (persuadere secondo quanto sosteneva Cicerone, o dir bene secondo quanto sosteneva Quintiliano), di nuovo alla stroncatura dei grammatici, fatta per bocca di un pontaniano, Pietro Golino, ovvero il Compater omnium; e per bocca di un nuovo personaggio, Suppazio, che proveniente dalla Sicilia sta compiendo un viaggio di istruzione per l’Italia allo scopo di incontrare i personaggi illustri. Il dialogo si dilunga con una serie di scene, tra cui spiccano la gustosa scenetta di vita domestica del Pontano, in cui il piccolo Lucio Francesco descrive la furiosa gelosia di cui è vittima la madre, Adriana; e una lunga rappresentazione in cui un istrio personatus inizia a cantare un poema epico sulla guerra di Sertorio. Questo Bellum Sertoriacum , in cui il Pontano si divertì a trasformare se stesso ed una serie di altri accademici pontaniani in guerrieri dell’antichità, rappresenta l’unico esempio di poesia epica tentata dall’umanista.

Actius

L’Actius è un dialogo intitolato a Jacopo Sannazaro, che ebbe lo pseudonimo accademico di Actius Syncerus. Completato intorno al 1499, esso si presenta distinto in due parti: una sull’esametro e le sue tecniche di composizione affidato al magistero di Actius, appunto, il poeta Jacopo Sannazaro (autore, tra l’altro di un poema De partu Virginis, di salda ispirazione virgiliana); l’altra sul come scrivere la storia, i cui precetti sono esposti dal poeta e accademico pontaniano Gabriele Altilio.

Asinus

La composizione dell’Asinus si può datare in epoca immediatamente successiva all’agosto del 1486, all’indomani cioè della pace stipulata dal Pontano tra Ferrante I ed Innocenzo VIII. La scena principale, ambientata nella villa di Antignano, pone sotto gli occhi degli sbigottiti  accademici, Gabriele Altilio, Giovanni Pardo, Benedetto Cariteo e Jacopo Sannazaro, l’improvvisa pazzia del vecchio Pontano che si è invaghito del suo asino, Cillaro, e lo riempie di carezze, bardandolo con ricche vesti ricamate. Il vecchio umanista, però, rinsavito, dopo essere stato morso dall’asinello e averne ricevuto un forte colpo di testa, decide di donare al suo contadino Faselio l’animale, chiedendogli in cambio di passare un po’ di tempo con la sua giovane sposa.
Secondo la tradizione cui diede voce Simone Porzio nella sua storia della seconda Congiura dei Baroni, il dialogo sarebbe stato diretto contro Alfonso, erede al trono di Napoli, di cui il Pontano fu precettore e col quale da un certo momento in poi ebbe rapporti estremamente tumultuosi.

Aegidius

Il dialogo Aegiudius prende il titolo dal frate agostiniano Egidio Canisio da Viterbo, dottissimo predicatore che aveva stretto amicizia col Pontano e col Sannazaro. Nell’opera l’umanista affronta una serie di riflessioni a carattere filsofico e teologico, con particolare attenzione per questioni quali il libero arbitrio, la provvidenza e il fato.

La produzione in prosa

Il Pontano compose una serie di opere a contenuto etico-politico, in cui ripensando Aristotele (soprattutto l’Aristotele dell’Etica Nicomachea) e sulla base della produzione filosofica di Cicerone e di Seneca, trattò una serie di questioni spesso di grande attualità, dalla formazione del principe, all’uso del danaro:
De principe
I trattati delle virtù sociali
De prudentia
De obedientia
De fortitudine
De magnanimitate

Nell’ambito della produzione in prosa di questo umanista si segnala anche un corpus di scritti a contenuto astrologico:
Commentationes super centum sententias Ptolomei
De rebus coelestibus
De luna
De fortuna

Di questa vasta produzione in prosa fanno infine parte due scritti, uno a carattere filologico il De aspiratione, sull’uso della h, ed uno sulle qualità e sui vizi del sermo, vale a dire del discorso familiare, intitolato De sermone. Infine, un vero e proprio testamento spirituale risulta essere l’opera intitolata De immanitate.

Il De principe

Il De principe si presenta come un piccolo trattato sotto forma di epistola diretta al duca di Calabria, in cui l’umanista riflette su quelle che sono le principali virtù del principe, la liberalità e la clemenza, ma anche su quelli che sono i principali vizi, ovvero l’adulazione e l’ambizione. Il trattato procede sempre passando dalla formulazione teorica del ragionamento alla esemplificazione concreta. Gli exempla offerti per chiarire e rendere in forma concreta la riflessione teorica sono attinti dalla storia antica e da quella coeva: accanto agli eroi antichi, quali Alessandro  MagnoAnnibale Scipione  l’Africano,   Gaio Giulio Cesare , compare spesso Alfonso il  Magnanimo, nonno del destinatario dell’opera, la cui figura viene celebrata come esempio di princeps, depositario di tutte le virtù che servono al principe per ben governare.

De Obedentia

Nel 1490 per le cure dell’editore Mattia Moravo il Pontano metteva alle stampe il trattato intitolato De obedientia, che compiuto già nel 1470 era stato dall’umanista dedicato a  Roberto Sanseverino. Il trattato si sviluppa in 5 libri, che analizzano la tematica dell’obbedienza (una novità assoluta – come l’umanista stesso sostiene – nel panorama della trattastica filosofica) sotto varie prospettive.

De Fortitudine

Intorno al 1481 l’umanista portava a compimento il De fortitudine, in due libri, in cui rifletteva sul principe come guerriero e come uomo, e lo dedicava – come il De principe -  ad Alfonso, duca di Calabria. Nel primo libro di questi  trattato, l’umanista tratta la fortezza eroica, da lui definita come quid medium tra timore e fiducia. Nel secondo libro l’umanista tratta la fortezza civile, domestica, che risulta non meno lodevole e gloriosa della fortezza guerriera, perché attraverso di essa il principe sostiene con animo saldo le traversie della vita e compie fino in fondo il proprio dovere.

I trattati delle virtù sociali

Sotto il titolo dii trattati delle virtù sociali, che risulta molto appropriato, l’editore moderno Francesco Tateo ha voluto accorpare cinque trattatelli che già il Pontano fece pubblicare insieme nel 1498:
De liberalitate dedicato a Jacopo Sannazaro
De beneficentia dedicato a Rutilio Zenone
De magnificentia dedicato a Gabriele Altilio
De splendore dedicato a Benedetto Cariteo
De conviventia dedicato a Giovanni Pardo
I cinque trattatelli affrontano, ciascuno in maniera monografica, un aspetto dell’uso del danaro, in una prospettiva che è quella del principe e dell’aristocratico, e riescono a tratteggiare un rifondato codice etico-comportamentale del principe rinascimentale. Ricchissimi di exempla tratti dalla storia antica e da quella coeva questi trattati offrono – come osservava Francesco Tateo – una trattazione organica sulle fondamentali virtù che devono presidere l’uso del danaro e che devono essere possedute dall’uomo di rango per poter vivere appieno la sua posizione privilegiata e contribuire a rafforzare il vincolo che lo lega alla società.

De prudentia

Il De prudentia si presenta costituito di 5 libri. In particolare, della vera felicità si discute nei primi due libri, e nei libri terzo, quarto e quinto di prudenza, e dei vari tipi di prudenza, la domestica, la civile e la legale. La prudenza domestica rigurda l’utile privato (possiede, quindi, questa virtù chi governa bene la sua famiglia), la prudenza civile riguarda l’utile pubblio (possiede, quindi, questa virtù chi governa bene lo stato; la prudenza legale è, invece, relativa alle leggi e alle istituzioni (risulta, perciò, prudente chi dà buone leggi allo stato e alla patria).

De magnanimitate

Condivide la prospettiva aristocratica dei trattati appena citati, il De magnanimitate che tratta della magnanimità, intesa come virtù che ha per conseguimento l’onore, il più grande dei beni civili, ed è virtù tipica degli uomini pubblici. Accanto all’istinto naturale che conduce l’uomo al grande, all’eroico, al sublime, il Pontano celebra in quest’opera l’incidenza della educazione, dell’istruzione e dell’arte che contribuiscono ad indirizzare l’azione dell’uomo in questo senso. L’umanista sembra attribuire la magnanimitas propriamente ai principi e ai re, ma identifica, sulla scia di Aristotele e di Cicerone, anche una virtù parallela, che consiste nell’aspirare ad onori minori, e che egli denomina Ambientia.

Opere in prosa a contenuto astrologico

Il Pontano compose una serie di trattati a contenuto astrologico che si affiancano alle opere in versi di uguale contenuto. Si tratta dei due libri delle Commentationes super centum sententias Ptolomei; di 14 libri del De rebus celestibus; di un frammento De luna; e di un trattato De fortuna.

 

Le Commentationes in due libri sono una traduzione dal greco al latino dei cento aforismi del  Centiloquio pseudotolemaico . I cento aforismi, cinquanta per libro, sono accompagnati ciascuno da un commento erudito che li espone e li chiarisce. I due libri in questione sono dedicati rispettivamente a Federico d’Urbino e a Pietro Golino: essi furono pubblicati postumi per le cure di Pietro Summonte nel 1512.

Il De rebus celestibus in 14 libri è opera complessa, che almeno parzialmente doveva essere stata composta già intorno al 1475. L’umanista preso dalle occupazioni politiche dovette abbandonare la sua stesura per riprenderla, nel 1495 in seguito alla pubblicazione delle Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola. L’opera tratta i principi fondamentali della scienza astrologica, e mostra nel dettaglio l’influsso degli astri sulla terra: così, ad esempio, il VII libro, dedicato a Pietro Bembo.

Le opere in prosa a contenuto astrologico (segue)

Il libro spiega l’azione delle stelle sulle facoltà umane, irascibile, concupiscibile, razionale; il IX, dedicato ad Angelo Colocci, tratta della costituzione del corpo umano e dell’influsso su di esso di sole, luna e tutti i pianeti; i libri X e XI,  dedicati rispettivamente ad   Aldo Manuzio e a Cosimo Pazzi, dimostrano in che modo dalle stelle derivino le malattie; il libro XIV, dedicato a Paolo Prassicio, si occupa dell’influenza dei climi su indole, costumi dell’uomo, istituzioni. Un’appassionata difesa dell’atrologia è contenuta nel libro  XII, composto certamente dopo il 1495, in risposta agli attacchi di Pico della Mirandola. Una delle ultime opere composte dall’umanista fu il De fortuna, pubblicato postumo dal summonte nel 1508. Si tratta di un’opera in tre libri, di cui i primi due nell’edizione postuma risultano dedicati a Consalvo di Cordova, gran capitano e vincitore dei francesi nel reame, il terzo ad Angelo Colocci. Nei primi due libri il Pontano aveva esposto una teoria della fortuna secondo la quale l’uomo fortunato è un prodotto dell’influsso stellare e non ha bisogno di seguire la virtù in quanto essa non risulta necessaria al successo delle sue azioni. Questa teoria dovette suscitare la reazione di Egidio da Viterbo, i cui rimproveri dovettero indurre l’umanista ad aggiungere un terzo libro, in cui si tentava  di conciliare influsso degli astri e provvidenza divina.

De aspiratione

Opera a carattere filologico, il De aspiratione fu scritto dal Pontano durante la guerra seguita alla prima congiura dei Baroni, tra il 1459 ed il 1465, ma fu divulgata solo qualche anno dopo, come si apprende dall’explicit di una copia contenuta nel codice 376 della Biblioteca Marucellina di Firenze che reca la firma di Pietro Cennini e la data 1469. Si tratta di un’opera sull’uso dell’aspirazione, che l’umanista dovette comporre pensando agli studenti della scuola che aveva aperto a Napoli, e che aveva avuto un notevole successo, come ricorda appunto il più antico biografo dell’umanista, Tristano Caracciolo. Di essa fu approntata una prima edizione nel 1481 a Napoli.

De sermone

Composto negli ultimi anni della vita del Pontano,  il De sermone si presenta come un trattato in sei libri sul sermo familiare, sulla conversazione arguta e sulla institutio dell’uomo faceto. Nella dedica a Giacomo Mantovano, dell’ordine dei frati predicatori, l’umanista spiega il suo progetto di realizzare una riflessione sistematica sul sermo inteso come iucunditas e come refocillatio animi. Sullo sfondo i questo trattato sul ben dire e sulla conversazione faceta si staglia netto il mondo delle corti rinascimentali, luoghi di raffinata cultura, ma anche realtà infide piene di dissimulazioni, inganni e maldicenze. Il Pontano passa così in rassegna vizi e virtù del sermo, analizzando il vizio della rusticitas e illustrando i tratti della urbanitas e della facetudo garbata e humana, contrapposta alla scurrilità popolare e alle buffonerie istrioniche. Anche in questo trattato l’umanista non rinuncia a fornire una ricchissima raccolta di exempla che hanno il merito di illustrare concretamente la porzione propriamente dottrinaria del trattato.

De immanitate

Una delle ultime opere composte dall’umanista il De immanitate è dedicato all’umanista Girolamo Carbone e tratta non di una virtù, ma di un vizio, l’immanitas, ovvero la mattà bestialità, vizio che trae impulso dall’ingiusizia e dall’eccessivo timore dell’avvenire, e che è fomentato dall’ira, dal desiderio di vendetta e dall’avarizia. L’antidoto a questo vizio che allontana l’uomo da se stesso, è lo studio delle lettere e delle arti liberali che educando ed istruendo sono in grado di ingentilire e nobilitare l’animo umano.

I materiali di supporto della lezione

G. Pontano, I dialoghi, a cura di Carmelo Previtera, Firenze 1943.

G. Pontano, De immanitate, edidit L. Monti Sabia, Napoli 1970.

G. Pontano De sermone, a cura di A. Mantovani Roma 2002.

G. Germano, Il De aspiratione di G. Pontano e la cultura del suo tempo, Napoli 2005.

G. Pontano, De principe, a cura di G. M. Cappelli, Roma 2003.

G. Pontano De magnanimitate, a cura di F. Tateo, Firenze 1969.

G. Pontano, I libri delle virtù sociali, a cura di F. Tateo, Roma 1999.

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