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Antonella Borgo » 2.L’accento latino: cenni di prosodia


Per una lettura corretta

Quando si usa una lingua diversa da quella madre bisogna sforzarsi di pronunciarla correttamente. Ciò vale, naturalmente, anche per il latino.

Gli errori più frequenti nella lettura delle parole latine riguardano l’accento.


Le leggi dell’accento

Le norme, o ‘leggi’ che regolano l’accento di una parola latina sono fondamentalmente tre:

  • la legge del trisillabismo
  • la legge della baritonesi
  • la legge della penultima

La legge del trisillabismo

Questa legge vieta che in una parola latina l’accento possa cadere oltre la terzultima sillaba, come può capitare, invece, in italiano (ad es. nelle voci verbali càpitano, gràndinano).
Cicerone la enuncia nell’Orator in un contesto in cui, tra le qualità del buon oratore, sottolinea la capacità di modulare bene il tono della voce.

Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone


La legge della baritonesi…

La legge della baritonesi vieta che in una parola latina l’accento cada sull’ultima sillaba.


… e le sue apparenti eccezioni

Tuttavia, alcune parole si leggono accentate sull’ultima sillaba, ma si tratta di eccezioni solo apparenti. Ad es.:

  • gli avverbi del tipo istíc, illíc, adhúc che erano in origine istice, illice, adhuce e hanno conservato l’originario accento sulla penultima
  • le forme composte con la particella interrogativa –ne in seguito alla perdita dell’ultima sillaba: vidén, satín (da videsne, satisne), etc.

Ancora qualche falsa eccezione

  • I perfetti indicativi del tipo fumát, audít, etc., dovuti alla sincope della sillaba –vi
  • gli imperativi dei composti di dico e duco: addíc, addúc
  • nomi ed aggettivi come Maecenás, Samnís, Arpinás (da Maecenat(i)s, Samnit(i)s, Arpinat(i)s)

La legge della penultima

Infine, la legge della penultima prescrive che l’accento cada sulla penultima sillaba se è lunga, ma si ritiri sulla terzultima se la penultima è breve.

Quantità delle sillabe

Nelle parole greche e latine le sillabe hanno infatti una ‘quantità’ che corrisponde alla durata della loro pronuncia.
Le sillabe che si pronunciavano in minor tempo erano considerate brevi. Si indicano con questo segno scritto sopra la vocale: ˘. Ad es.: ĕ.
Le sillabe più lunghe a pronunciarsi erano appunto lunghe e sono indicate con questo segno sulla vocale: ˉ: ad es.: ē . Per convenzione, una lunga era considerata equivalente a due brevi.
L’accento si fondava sul rapporto tra queste quantità all’interno della parola.
Oggi abbiamo perso la capacità di percepire le quantità sillabiche.


La legge d’enclisi

Riguarda le parole alle quali viene aggiunta un’enclitica (-que, -ne, -ve, -met: in latino sono tutte monosillabiche): l’accento cade sempre sulla penultima anche se è breve.
Leggiamo perciò: castráque, omniáque, egómet.

Sfuggono alla legge d’enclisi

Questa legge però non veniva osservata nel caso in cui le parole composte con l’enclitica fossero sentite dai parlanti come formazioni nuove, con un proprio significato: queste nuove parole ricadevano allora sotto le leggi usuali dell’accentuazione. Ad es.:ítăque=quindi; úndĭque=dovunque.

Cos’è la prosodia?

La prosodia è la sezione della fonetica che riguarda la quantità delle sillabe (cioè della vocale al loro interno).
Conoscerla è indispensabile non solo per leggere metricamente la poesia ma anche per la corretta lettura dei testi in prosa.


Sillabe aperte e sillabe chiuse

Cominciamo a distinguere le sillabe in aperte (che terminano in vocale) e chiuse (che terminano in consonante).

  • Le sillabe aperte che contengono vocale breve sono brevi
  • le sillabe aperte con vocale lunga o dittongo sono lunghe
  • le sillabe chiuse sono sempre lunghe

Sillabe brevi

In genere è breve una vocale davanti a un’altra vocale, a meno che non si tratti di una parola d’origine greca che mantiene l’accentuazione originaria. Es.: Aenēas da Αἰνἐιας, Alexandrīa da Αλεξἁνδρεια.

Effetti dell’apofonia

Le vocali in sillaba aperta che hanno subito apofonia sono brevi.

  • Ad es., la a o la e nella vocale radicale di un verbo semplice che nei composti si mutano in i:

incĭpio da căpio; cohĭbeo da hăbeo; retĭneo da tĕneo

  • le vocali in posizione finale di parola che nella flessione o nella composizione si mutano in ĭ oppure in ŭ:

equĕs-equitĭs; legĕ-legĭte.

Sillabe lunghe

Sono lunghe

  • le sillabe che contengono una vocale lunga, oppure un dittongo, oppure una vocale che deriva da un dittongo. Es.: quāēro e requīro
  • le vocali seguite da due consonanti o da una consonante doppia: cāptus da căpio
  • i monosillabi che terminano in vocale: ,
  • in vocale aperta le vocali che hanno subito un compenso per la caduta di una consonante. Es.: ēmitto da exmitto; dīduco da disduco

Le vocali finali

  • La ā finale è lunga tranne che nel nom., acc. e voc.
  • la ĕ finale per lo più è breve (tranne che nell’abl. sing. di V declinazione: , fidē)
  • la ī  finale è lunga
  • la ō finale è lunga (tranne che nella prima persona sing. del pres. indic. dei verbi: es. amŏ; e nei nominativi sing. di III decl.: es. homŏ)
  • La ū finale è lunga

La ‘catena parlata’

Naturalmente, però, quando parliamo, e quando parlavano i Romani, le parole non vengono pronunciate separate nelle singole sillabe ma di continuo, come se fossero tutte legate insieme.
Ne consegue che i confini tra una sillaba e l’altra potevano mutare e, di conseguenza, anche la loro quantità. Ma questo fenomeno ci apparirà più chiaro in poesia.

 

I materiali di supporto della lezione

Per lo più i manuali di sintassi latina e le antologie di testi poetici in uso nella scuola dedicano qualche pagina ad illustrare i principi fondamentali della prosodia e della metrica.

Sono sempre utili i manuali di prosodia e metrica di Lenchatin De Gubernatis (1939), Del Grande (1960), Salvatore (1983), Boldrini (2002 rist.), reperibili nelle biblioteche.

Di grande utilità sono anche i capp. III e IV di Propedeutica al latino universitario, di A. Traina e G. Bernardi Perini, Bologna 19924.

Approfondimento

Il Podcast della lezione

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