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Antonella Borgo » 8.La crisi della società romana tra II e I sec. a. C. La satira


Una società in crisi

Le profonde trasformazioni verificatesi nella società romana tra il II e il I secolo a. C. in seguito all’espansione territoriale e all’afflusso di beni e ricchezze in città provocarono una crisi alla quale i cittadini (e gli intellettuali) cercarono di dare una risposta o attraverso un rinnovato impegno politico o, al contrario, nell’isolamento e nel ripiegamento interiore.
La satira, con la sua disponibilità a ospitare temi di vita vissuta, offrì una possibile risposta alla crisi negando l’impegno morale e politico del letterato.

Un genere difficile da definire

Tuttavia, la satira costituisce un genere letterario problematico già nella definizione. Diomede, un grammatico vissuto nel IV sec. d. C., ne propone due:

  • la satira come componimento poetico teso al biasimo dei vizi umani;
  • la satira come un carmen caratterizzato da varietà tematica e metrica.

L’etimologia del termine

Il significato stesso della parola non è chiaro. Satira potrebbe derivare:

  • dalla lanx satura, il piatto ricco di primizie che si offriva agli dei;
  • dalla lex satura, che comprendeva più di un provvedimento;
  • da un tipo di salsa o farcitura, di cui parla Varrone, composta da farina, uva passa e pinoli;
  • dai satiri, per lo spirito comico e mordace che la caratterizza.

Queste spiegazioni ne mettono in luce soprattutto il carattere vario e composito.


Il problema delle origini

L’incertezza sul significato del termine rimanda a quella sulle origini del genere. Quintiliano sostiene che la satira è una creazione romana (tota nostra est: 10, 1, 93); Orazio (serm. 1, 4, 1 ss.) la riconduce allo spirito aggressivo della commedia greca antica; a una satura come antica forma di rappresentazione teatrale latina accenna Tito Livio (7, 2, 7).
Di certo il termine indica una forma letteraria nuova e autonoma rispetto ai modelli greci.

Le satire di Ennio e di Varrone

I pochi frammenti che possediamo delle satire di Ennio confermano la varietà come carattere specifico della sua satira sul piano sia tematico che metrico.
Anche Varrone compose 150 libri di satirae Menippeae soprattutto di carattere morale e didascalico.

Marco Terenzio Varrone

Marco Terenzio Varrone


La satira menippea

All’interno di un genere già abbastanza libero da regole la satira menippea (così detta da Menippo di Gadara, attivo nella prima metà del III sec. a. C.) rappresenta un esempio particolarmente significativo di sperimentazione essendo costituita da prosa e poesia.
I frammenti delle satire menippee di Varrone mostrano una grande varietà tematica, stilistica e metrica.

La nuova satira di Lucilio

Con Lucilio la satira diventa un vero e proprio genere letterario.
Orazio lo definisce più volte inventor, cioè scopritore di un nuovo genere: e in effetti con lui la satira assume la sua forma definitiva.
Dei suoi 30 libri di satire possediamo circa 1300 versi.


I temi

Nelle sue satire c’è grande ricchezza tematica:

  • la polemica contro i nemici dell’Emiliano;
  • le invettive moralistiche contro la luxuria e l’avaritia;
  • il racconto di viaggi;
  • il tema amoroso.

Soprattutto, prevale l’elemento autobiografico.


I metri

Anche i metri sono vari, alcuni, come il senario giambico e il settenario trocaico, comuni anche alla commedia.
Ma soprattutto ricorre l’esametro che da allora diventerà il metro della satira.


Il rifiuto della vita pubblica

In due versi attribuiti al XXVI libro della sua raccolta Lucilio, che apparteneva a una ricca famiglia di cavalieri campani, dichiara di non voler accedere a nessuna carica pubblica per conservare la propria individualità.
Per la prima volta un intellettuale rivendicava la propria autonomia rispetto allo stato.

I “sermoni” di Orazio

Un carattere molto meno polemico presentano i due libri di satire di Orazio, definite Sermones con accenno all’uso di una lingua semplice, quasi prosastica, e al loro tono pacato e colloquiale.
La definizione di Bionei sermones che si legge in epist. 2, 2, 60 rimanda inoltre alla diatriba cinico-stoica.

Statua di Orazio

Statua di Orazio


Gli argomenti

Gli argomenti sono vari.

  • La prima del primo libro tratta dell’insaziabilità umana;
  • di carattere autobiografico sono, ad es., la sesta del primo libro (in cui Orazio elogia i costumi semplici e onesti appresi dal padre) e del secondo (ringrazia Mecenate per il dono di una villa in Sabina);
  • nella quinta del primo libro racconta un viaggio da Roma a Brindisi;
  • nella quarta e nella decima del primo libro discute argomenti letterari;
  • nell’ottava del secondo libro racconta il banchetto di Nasidieno, un volgare arricchito.

Orazio e Lucilio

Nelle satire quarta e decima del primo libro Orazio riconosce a Lucilio il merito di essere stato l’inventor della satira, di averle dato cioè per la prima volta un’alta dignità letteraria.
Da poeta augusteo amante del labor limae lo accusa però di non aver prestato cura alla forma.


Una nuova morale

Come Lucilio Orazio si propone di colpire i vizi umani ma senza durezza e aggressività.
La sua è una morale empirica, solo in parte derivata dallo studio della filosofia: prevalgono l’insegnamento paterno, il buon senso, la ricerca del giusto mezzo tra eccessi contrapposti.

L’elemento autobiografico

Anche nella satira oraziana è largamente presente l’elemento autobiografico.
Ma la voce dell’ “io” satirico solo a volte coincide con quella dell’autore: spesso scompare dietro a quella di altri personaggi.

La lingua e lo stile

Lingua e stile sono semplici, da un lato coerenti con il tono colloquiale che Orazio intende dare alle sue satire, dall’altro in osservanza del ruolo ‘minore’ che il genere satirico occupa nel sistema dei generi letterari.


I materiali di supporto della lezione

Un’ampia e informata panoramica sulla satira latina offre il volume di K. Freudenburg, A. Cucchiarelli, A. Barchiesi, Musa pedestre. Storia e interpretazione della satira in Roma antica, Roma 2007

Approfondimento

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